LE VIE DEL RACCONTO
PREMIO ENERGHEIA 2012
 


Sabato 15 settembre u. s. si è svolta a Matera – nel giardino delle ex Clarisse – la cerimonia di consegna della XVIII edizione del Premio Premio letterario Energheia, assegnato dalla Giuria composta da Errico Bonanno, Pietro Coletta, Raffaella Fiorani, Arnoldo Mosca Mondadori e Pietro Veronese.

In particolare sono stati assegnati i premi per i racconti vincitori della sezione “I brevissimi di Energheia – Domenico Bia che ha avuto quest’anno come linea guida il tema dell’accidia – uno dei sette peccati capitali. Questa sezione come di consueto è stata patrocinata dal sito retididedalus.it, la rivista on line del Sindacato Nazionale Scrittori.

 

***

 

I racconti vincitori

 

 

1)  A proposito di accidia

 

di Silvana Omati

 

Me ne avessero donata un pizzico alla nascita, tanti anni fa!

Non come inerzia e lentezza, sia fisica che intellettuale o morale: e, tanto meno come germe velenoso proliferante di vizio capitale! Mi sarebbe bastato (e ancora mi basterebbe...), come briciola di aromi che rende il cibo quotidiano più saporito e digeribile.

Avrei affrontato ogni dovere, liberamente scelto, concedendomi, però, tante piccole tregue liberatorie

Avrei considerato il riposo fisico una necessità, prima di essere stroncata dalle fatiche, di ogni genere, nel difficile, impegnativo ruolo di moglie, di madre, di lavoratrice e perfino di volontaria. Avrei usufruito, senza scrupoli, di un barlume di lentezza intellettuale, mentre tentavo di coltivare con tenacia l’unico talento concessomi dalla sorte.

E , poi, come non desiderare, a suo tempo, un assaggio di piaceri relativi a tutti i cinque sensi, senza sentirmi in colpa

 Ahimè, giunta alla mia veneranda età, quando l’accidia non è neanche più un terribile vizio capitale, ma un inarrestabile rallentamento sia fisico che spirituale, dovuto anche a patologie irreversibili, vorrei almeno essere capace di sorridere di fronte ad occasioni perdute!

P. S. Cerco di consolarmi sperando per la vita eterna, una comoda poltrona, musica celestiale, ali di angeli che mi accarezzano, un vasetto di nutella, una biblioteca a disposizione, ed estesi prati, sentieri pianeggianti, mari e monti da scoprire senza avere il fiato corto e un orario da rispettare ....

 

 

 

2)  Ora vivo

 

di Claudio Straulino

 

1 - SOGNO

 

Attraversavo quella età in cui si inizia a padroneggiare i propri pensieri, non ancora a controllare la propria vita.

 

Stava finendo – l’adolescenza – o forse solo così mi pareva, perché in realtà non finisce mai.

 

Ero un ragazzo come tanti: la V liceo, lo scooter, la ragazza, tanti amici, alcuni ottimi, la musica, la PSP, il calcio, la TV, l’oratorio…

 

Quando mamma morì io ero in giro per negozi, a cercare i regali per Natale, come al solito all’ultimo momento: era il 24 Dicembre.

 

Capii che qualcosa non andava dal suo tono serio al telefono “TORNA SUBITO A CASA PER FAVORE. SUBITO” mi disse mio padre al telefono senza attendere repliche o risposte. E poi non mi chiamava mai sul cellulare.

 

Parcheggiando lo scooter davanti a casa vidi l’ambulanza. E le persone.

 

Avvicinandomi al portone con giubbotto, guanti e casco – quasi a cercare protezione – venni accolto da sguardi carichi di angoscia e pietà. Non più persone ma solo sguardi intorno a me.

 

Poi mi trovai di fronte mio padre con gli occhi lucidi e i capelli spettinati. Allora il sogno finì.

 

“Chi muore giace, chi vive si da pace” ma io non mi sono ancora dato pace.

 

Rivedo – ogni volta che chiudo gli occhi – tutto ciò che è poi successo nei giorni seguenti: le condoglianze di parenti, amici, conoscenti. Mio padre che piange e mi dice di piangere, che fa bene. La chiesa piena al funerale e le frasi banali dette dal parroco. La mia fidanzata che prova a dire ciò che io non so ascoltare.

 

Tutto inutile: mamma non c’era più ed io dovevo fare qualcosa.

 

2 – VITA

 

Decisi di punirLo, di punire Dio per avermi così risvegliato dal mio sogno, punirLo peccando.

 

Ma non mi bastava peccare, con volontà e determinazione peccare. Volevo essere certo di offenderLo, sfidarLo, ferirLo, deluderLo nella maniera più totale, dura e irrevocabile di cui fossi capace... distruggere tutto ciò che era stato sino ad allora.

 

L’inizio fu facile con i compagni e in oratorio, con gli amici e persino con la ragazza.

 

Dicevo una cosa per un’altra, non facevo nulla di quanto mi venisse richiesto, non rispondevo al telefono, non mi presentavo agli appuntamenti: non era ancora giunta l’estate che già attorno a me era il vuoto.

 

Più difficile a scuola: nonostante le assenze non giustificate, i continui ritardi, le scene mute alle interrogazioni, i compiti consegnati in bianco, nonostante tutto questo i docenti si ostinavano a dire che dopo oltre 4 anni di ottimi risultati questo improvviso cambiamento fosse dovuto al recente lutto e che presto o tardi mi sarei sbloccato.

 

Ma invece non mi sbloccai: agli esami di maturità mi presentavo senza penne e dizionari, agli orali arrivai tardi e vomitai davanti alla commissione.

 

La bocciatura ferì mio padre, più di quando disfai la fiancata della macchina entrando distrattamente in box, più di quando dimenticai di chiudere lo scooter che così mi venne rubato, più ancora di quando lasciai traboccare la vasca da bagno allagando casa con danni irreversibili a tappeti e parquet.

 

Si fece sentire mio padre, ah se si fece sentire. Ma Dio no, Lui taceva ancora e sempre.

 

Tutto mi era noia e indifferenza, dapprima cercate e volute e forse un po’ recitate, poi spontanee e spietate.

 

Dopo meno di un anno non c’era più nulla intorno a me che potesse cadere vittima della mia accidia ed allora essa si rivolse verso – contro – me stesso.

 

La sveglia della mattina non era più una sveglia – semmai un rassegnato bussare di mio padre alla porta della mia camera – e nemmeno era più mattutina. Talvolta solo al suo rientro dal lavoro alla sera verificava la mia presenza su quel letto che ormai abbandonavo solo per soddisfare i bisogni fisiologici.

 

Il cibo non più un piacere né una ricerca, piuttosto una corvè da compiere senza cura.

 

L’igiene ormai dimenticata sotto a jeans e polo che indossavo giorno e notte ormai da mesi.

 

La camera una cloaca di avanzi e spazzatura, la tapparella rotta e i vetri sporchi, miasmi indecifrabili, visitata più da fantasmi che da cristiani.

 

Barba e capelli lunghi la avevano ormai avuta vinta sul mio bel viso da ragazzo sano e la psoriasi mi dava il doppio dei miei anni.

 

In un angolo vecchie riviste e libri ammucchiati: le mie antiche passioni sulle quali sporadicamente facevo pipì quando il bagno mi pareva irraggiungibile.

 

Ma pregavo, pregavo tanto Dio che mi desse un segno del Suo disappunto o della Sua disapprovazione o almeno della Sua esistenza.

 

Più e più volte mio padre venne da me, con crescente rassegnazione per cercare di scuotermi, per cercare di capire. Mai otteneva altra risposta che un sommesso russare, un sonoro peto o un ostinato silenzio. Tanto che infine anche le sue pietose visite si diradarono sino a terminare.

 

E io non potevo fare altro che attendere, attendere ancora. E già questo mi sembrava un agire troppo ardito se pensavo alla fatica che mi costava restare in vita.

 

 

 

3)  Schermi

 

di Alessandro De Paoli

 

La televisione era accesa chissà da quanto, le immagini scorrevano senza sosta sullo schermo: davano uno di quei film del dopo pranzo, in cui un vecchio voyeur del Nord Dakota spia la vita degli altri perché non riesce a vivere la sua. Lʼavevo già visto. Il vecchio è uno a cui non piacciono gli altri e preferisce stare a casa da solo. Gli altri alle volte fanno male, ripete spesso. Anzi, sempre aggiunge. Gli altri parlano ad alta voce e mettono le cose in disordine. A lui piace far scivolare il tempo, nella sua casasantuario dove tutto vola via anche se non sembra. Ma per farlo deve essere solo. Un giorno vede qualcosa e decide di intervenire, per dare un senso ai suoi ultimi giorni. Chiama la polizia, scandisce il suo nome e lʼindirizzo: gli entreranno in casa con gli scarponi sporchi, ascolteranno la sua versione dei fatti.

Mi sono alzato dal letto. Ho guardato oltre il vetro della finestra, quella che sul giardino: un sole pallido si posava appena sui rimasugli ferrosi di quando avevo provato a costruirci un altalena. Le case intorno avevano le serrande abbassate, marroni, tranne quella davanti. Sono rimasto a guardare.

Cʼera qualcuno, nel prato davanti, un piccoletto che correva in circolo. La ragazzina indossava shorts attillati di jeans sotto una canottiera azzurra che si gonfiava allʼaltezza del petto. Il piccoletto aveva in mano il tubo dellʼacqua, con lʼaltra cercava di afferrarla. Poi quella si è fermata dietro al tagliaerba, lo ha piegato in avanti come per difendersi; il petto le faceva su e giù mentre riprendeva fiato. Il piccoletto è rimasto a guardarla. Ha gettato il tubo in terra ed è entrato in casa. Quando è tornato, impugnava una cosa scura e continuava a guardarsi intorno. Ha afferrato il braccio della ragazzina e lo ha rigirato di modo che le teneva la bocca chiusa mentre le puntava il pisello sulla schiena. Lʼha trascinata vicino a un cespuglio allʼombra e lʼha scaraventata a terra, le ha sbottonato i pantaloncini, li ha fatti scivolare fino alle caviglie.

Ho abbassato la serranda e spento la televisione. Mi sono addormentato.

Più tardi il suono acuto di una sirena si è diffuso nella stanza, sempre più acuto man mano che si avvicinava. Mi sono alzato di nuovo, ho infilato il primo paio di jeans. Sono rimasto in piedi dietro la porta di casa, lʼocchio nello spioncino.

Tre poliziotti uscivano dalla casa di fronte. Hanno allargato le braccia, come a dire non cʼè nessuno. Sono tornati alla volante, sono saliti in macchina. Tranne uno, ha fatto un cenno agli altri. Ha aspettato che mettessero in moto e se ne andassero. Solo nel viale, si è guardato intorno. Ha valutato le altre case, le ha passate in rassegna una ad una. Si è soffermato sulla mia: il mio prato, la mia porta.

Ha attraversato la strada con passo deciso. Sono rimasto a guardarlo mentre apriva il cancelletto. Ha percorso il viale, poi ha visto qualcosa e ha deviato sul prato. Si è fermato davanti al seggiolino, quello che avevo legato al tubo metallico con fili di corda. Gli ha dato un calcetto, lo ha rigirato. Ha fatto una smorfia, è tornato sul vialetto. Era a pochi metri: nei film questa è la parte in cui sale la tensione, mi sono detto. Ha salito i gradini che danno accesso alla veranda, finché solo la porta ci divideva. Ha dato ancora una rapida occhiata, al giardino eppoi in strada: qualcuno si era fermato a guardare. Si è voltato, ha allungato il viso verso il taglio circolare dello spioncino, lo ha messo un poʼ di sbieco per farvi aderire lʼocchio.

Centimetri. Riuscivo a vedere i capillari che gli rigavano lʼocchio come filamenti. Riuscivo a vederne la pupilla e, dentro, il riflesso ovale dello spioncino. Sarei potuto andare avanti, cercare il riflesso dentro il riflesso. In profondità, all'infinito. Quello non faceva nulla e non poteva vedermi. È rimasto così ancora per un poʼ, ed io con lui.  Millimetri. Una distanza incolmabile, mi sono detto. Una distanza incolmabile, ho pensato, e intanto avevo di nuovo sonno.

 

 

 

PREMIO D. BIA – RACCONTO SCELTO DALL’ASSOCIAZIONE ENERGHEIA

 

L’accidia non è accidia se uccide

 

di Roberta Angeloni

 

 “ Che fai”

“Vado a correre, non prenderti pena”

Mmm…, già”.

Marco non stacca gli occhi dalla tv, e forse non ha colto nemmeno il tono ironico del mio suggerimento. Allungo un ultimo sguardo verso il divano che ormai è un tutt’uno con il suo corpo molle e disfatto, la mano eternamente stretta sul telecomando consunto. Esco alla svelta, prima di essere sopraffatta dalla rabbia.

Mi piace questo tenue tepore che si alza a metà mattina e taglia la bruma di fine inverno, anche i pensieri cattivi sembrano dissolversi con la nebbiolina. Mi sento rinascere. Respiro profondamente e chiudo gli occhi per un momento, poi il ritmo del respiro si aggiusta con  quello dell’andatura, progressiva e incalzante.

Non vedo l’ora di scorgere la tua figura, poco fuori del borgo. Mi aspetto di vederti seduto su quell’enorme pietra miliare sulla banchina della provinciale, con il cappellino di lana blu a strisce rosse. Sorrido già da lontano, sono felice. Non mi fermo, tu ti affianchi a me e prendi il mio passo.

“Come stai?” Mi chiedi con un sorriso che mi scioglie, come sempre.

“Bene, con te.” Rispondo laconica.

Sono due mesi che va così. Allo scadere del settimo giorno, inizia il processo di resurrezione. In tenuta sportiva e guanti lascio tutto dietro di me e mi allontano. È come se chiudessi una scatola dove gli atomi viaggiano impazziti e si scontrano, provocando scintille, che bruciano e lasciano segni di fuoco sulla pelle. Ma quel fuoco sono io, in esplosione continua, rabbia mista a odio, e sensazione di non riuscire ad andare avanti ancora per molto.

Ho la percezione che qualcosa debba cambiare, non so come né quando, ma di sicuro accadrà.

Avere accanto un essere e avvertirne l’assenza totale dalla tua vita è un inferno, credo peggiore del vivere con un uomo ubriaco e violento. Mi infastidisce la sua “presenza”  in casa, il suo odore, il suo respiro. Non produce altro. Ho imparato a cavarmela da sola nel gestire tutto quello che, di norma, è peculiarità dell’uomo: conti, commercialista, meccanico, riparazioni elettriche, idrauliche, spostamento mobili pesanti.

Quando arrivò la notizia della cassa integrazione, fu un macigno sulla testa, per me il lavoro era tutto, amavo la mia azienda e lei amava me, e forse allora amavo anche Marco. È stata durissima. È arrivata senza indugio una depressione che mi ha lacerato, ma che cercavo di nascondere per non pesare su di lui, non volevo. Marco non ha fatto nulla per alleviare il mio disagio; insieme al disinteresse completo avvertivo un malcelato cinismo, e questo mi devastava, giorno per giorno.

Ora sono con te. Una doccia di petali di rosa, profumata e purificante. Un vigore che mi investe come non mi accadeva da tempo. Sono così scossa che ho persino paura a chiamarlo Amore.

Con un’occhiata e un sorriso decidiamo di fermarci a riposare un po’. C’è la fontana della Madonnina, diventata ormai una tappa fissa per dissetarci e riprendere fiato.

Mi abbracci e mi riempi di teneri baci.

“ Non resisto a questo profumo” Sussurri mentre non smetti di accarezzarmi il viso.

Andrea…

“ Cosa c’è.”

Andrea… riesci a farmi scordare tutto… sono felice” Ho un nodo alla gola, sento gli occhi riempirsi di lacrime. Mi stringi a te, ancora più forte, e mi sento al sicuro. Non c’è altro, intorno.

Sento all’improvviso qualcosa sulla schiena. Al momento credo sia una fitta, o forse ho urtato il ramo di un albero, ma non ho il tempo di voltarmi per capire che ho la canna di una pistola  conficcata tra le scapole.

“Ti ammazzo.”

È la voce di Marco. Tu non parli e non mi molli, e di sicuro lo stai fissando, hai la tua faccia davanti alla sua, non sai come muoverti.

“Ammazzo prima te, e poi questo bastardo.”

Comincio a tremare. Non posso credere che Marco abbia avuto la volontà precisa di alzarsi dal divano, cercare la pistola che era ben nascosta  e smontata in soffitta, e abbia percorso dieci chilometri per me. Dovrei  esserne lusingata, invece sono solo terrorizzata. E sono certa che lo farà, che premerà quel grilletto. Per noi due, è la fine.       

fine

 

 

GLI ALTRI RACCONTI FINALISTI

 

 

Solo cinque minuti

 

di Andrea Andolfatto

 

Et l’illusion de la vie était absolue: mobilité du regard, jeu

continuel des poumons, parole, agissements divers, marche,

rien n’y manquait.

ROUSSEL, Locus Solus, 1914

 

Il sergente Canterel stramazza a terra, emettendo il solito grido strozzato di un soldato francese che muore. Cadendo si insacca su un fianco, mentre la vista regredisce a un miscuglio di fango, sangue e punti sgranati. Una marcetta militare in sottofondo si affanna per dare solennità all’evento. È così che comincia il suo ultimo,l’ennesimo sonno.

La mulattiera risale una dorsale della montagna, sinuosa come l’incedere di una vipera, tra tronchi di rovere riarso e cuscini di erica. Si snoda lungo il versante sud della cresta, alcuni metri sottocosta, al riparo dal tiro nemico. Gli obici austroungarici martellano la parete nord notte e giorno, per fiaccare ogni nostra velleità di resistenza e non darci l’occasione di mettere fuori la testa, se mai a qualcuno fosse davvero saltato in mente di farlo. Noi allora restiamo diligentemente rintanati nei nostri cunicoli, ben nascosti in fondo alle gallerie che abbiamo scolpito nella roccia. La montagna è stata ridotta a un dedalo di trincee e baracche a colpi di pala e piccone, con il sudore e la futile convinzione che tutto questo scavare, un giorno, sarebbe servito a qualcosa.

Ogni giornata si consuma nell’attesa, aspettando un attacco finale che non sappiamo se arriverà mai e, qualora giungesse, del quale ignoriamo il momento. Gli ordini che giungono dall'alto? Resistere, resistere, resistere. Fino a quando non ci è dato saperlo. I turni di corvè scandiscono le settimane: ogni martedì la mia squadra scende in paese, ciondolante a dorso di mulo per fare provviste di acqua, gallette e carne in scatola.

I miei uomini hanno volti stanchi, piallati dal vento e dal sole che sferzano il costone; sono fattori dei bocages dell’ovest, carbonai dei Pirenei, operai parigini. Pochi di loro sanno come questa guerra è cominciata, i motivi veri o presunti. Del resto a nessuno di loro interessa davvero saperlo né saperlo cambierebbe le cose. Mi piantano addosso i loro occhi vuoti e domandano piuttosto quando questo inferno finirà: vogliono il giorno, l’ora precisa. Non gli interessa il come, se dovranno arrendersi, moriranno in battaglia oppure saranno fucilati contro un muro; non è più, ormai, una questione d’onore o di valore, non c’è differenza tra la vittoria e un’altra sconfitta: conta solo l’epilogo.

Aspettano con ansia morbosa il momento in cui li chiamerò, a gruppi di quattro, per il turno di riposo. Per loro riposo significa dormire, e dormire vuol dire non dover pensare a niente e, finalmente, silenzio. E forse sognare casa, l’odore del suo ingresso, il cigolio di quella porta, il rumore che fanno le scarpe da festa della fidanzata contro il pavimento del corridoio. Il crepuscolo racchiude in sé tutto ciò che ha rappresentato per noi la vita, in questi mesi: terminato il rancio serale ci ritroviamo tutti nella pancia della trincea a fumare, con il fianco adagiato al parapetto o accartocciati sul fondo.

Così, all’imbrunire, il crinale diventa una lunga Via Crucis punteggiata di braci di sigarette, mentre le sentinelle stanno all’erta nei nidi di mitragliatrice. Gli altri ci contrappongono i tuoni e i bagliori lontani delle loro bocche da fuoco, per ribadire, ancora una volta e se mai ce ne fosse stato bisogno, che questa guerra non è altro che pietre, schegge di granate e polvere che impasta la bocca.

Una sera ostinata accatastava ombre sghembe e capricciose agli angoli della trincea quando una pallottola ha bussato alla tempia del sergente Canterel. Si è aperta un varco nel cervello dal lobo sinistro, staccando appena un lembo di pelle; in modo netto, discreto e all’apparenza indolore si è attorcigliata tra i pixel del volto che il motore grafico gli ha dipinto per l’occasione. Non sono bastate le sentinelle, le mura di terra, le numerose lettere della fidanzata.

Tommaso strattona rabbiosamente il mouse, soffocando un’imprecazione tra i denti digrignati. Li detesta quei maledetti cecchini crucchi, ogni volta lo costringono a ricominciare la missione da capo! Due esperti colpi di tastiera e il sottufficiale torna ad essere una letale macchina da guerra, il filmato introduttivo riparte mostrando l’ennesimo giuramento di fedeltà di quel manipolo di consumati arditi al loro capo spirituale e militare:

Mitragliere pronto signore! –

Brière e Duport in posizione! –

Squadra alfa pronta signore! –

Pronto in tavola! –

Ecco, la Vecchia dispone della sgradevole abilità di rovinare tutto e sa farlo al momento giusto. In un angolo lontano della camera buia il viso di Tommaso si scompone per un istante in una smorfia isterica mentre i bagliori dello schermo gli disegnano riflessi alabastrini sul profilo dei capelli neri. Alcune fascicolazioni risalgono l'atonia delle sue gambe, inutile fardello nella guerra di trincea che si protrae ormai da ventitré ore, un nuovo record. Non c’è fame, non ha sete, non secerne alcun pensiero: almeno non questo lui e comunque non qui.

Che palle mamma, arrivo! Solo altri cinque minuti! –

In marcia sergente Canterel, si ricomincia.

 

 

Martedì grasso

di Tina Caramanico

Sul tetto del Duomo, a Milano, oggi ci sono solo pochi turisti e qualche bambino mascherato. Un sole pallido schiarisce il cielo più bianco che azzurro. Lidia, con una orribile parrucca nera e un falso kimono giapponese, guarda giù. Là sotto nella piazza, la folla si agita.

- Che ci facciamo qui?

Lidia si gira e vede di fianco a lei un ragazzo biondo, alto, che porta sulle spalle delle grosse ali nere. Malgrado questo è bellissimo.

- Buona domanda - risponde Lidia seccata - Comunque sei ridicolo almeno quanto me.

- Sei qui da sola?

- No. Io ho un sacco di amici. Laggiù, guarda. - e Lidia indica qualcuno in mezzo alla folla - Quello che suona la trombetta è il mio ragazzo.

- Capisco bene perché sei qui.

- Per cosa?

- Per respirare un po’. Ogni tanto devi smettere di fingere.

- Già. Non sei stupido come sembri.

Ridono. Poi lui riprende, serio:

- L’amore finisce sempre. Sopravvivono i legami di interesse, i rapporti di potere. L’amore vero finisce sempre.

Lidia lo guarda a bocca aperta. Deve averne passate tante anche lui, le viene da pensare. Cerca una risposta che possa consolarli, tutti e due, ma non le viene in mente nulla e rimane zitta, ben sapendo che col silenzio gli sta dando ragione.

Lui non la guarda, ma sembra sempre in ascolto. E quando riprende a parlare, segue lo stesso filo dei pensieri di Lidia, misteriosamente.

- Anche la famiglia è una presa in giro. Quelli che potrebbero e dovrebbero volerti bene e proteggerti, in realtà non ti conoscono, non capiscono niente di te. Ti fanno come sei, ti mettono a dondolare appeso a un filo sull’abisso e poi, sul più bello, ti mollano: ciao ciao, hai il libero arbitrio caro, fanne buon uso è tutto quello che sanno gridarti mentre ti guardano precipitare nel buio.

Lidia intravede dietro queste parole la sua rabbia. Vorrebbe quasi abbracciarlo, ma poi lui la guarda, silenzioso, negli occhi: e Lidia con sorpresa si accorge che, anche mentre dice tutte quelle cose terribili, lui dentro ride. Cosa nasconde?

Guarda giù, tra la folla. Continua a sorridere, vago, e riprende:

- Come ti immagini il futuro? Intendo dire come te lo immagini realisticamente.

Lidia non ha vie di fuga: - Non ho un lavoro. Non ho un uomo che amo davvero. Non avrò mai il coraggio di fare un figlio.

Tace, incredula di aver davvero detto questo a uno sconosciuto. Dopo un attimo di silenzio, lui riprende: - Hai mai pensato di buttarti giù?

Lidia non si aspettava proprio questo. Dopo qualche secondo dice l’unica cosa che le viene in mente: - Qui non si può, vedi che hanno messo reti dappertutto…

Lui prosegue: - Ci hai mai pensato? Si può fare in tante maniere: pillole, coltello, pistola… Ma buttarsi nel vuoto secondo me è il migliore dei modi: è concedersi un piccolo volo, l’unico possibile per noi, per chiudere in bellezza questa orribile mascherata.

Lidia comincia a capire il perché delle ali e ad avere paura di ciò che quei discorsi sembrano annunciare. Cerca di ricordare cosa è giusto dire in queste circostanze: - La vita è bella, in realtà.

Però non l’ha detto bene.

- No, la vita in realtà fa schifo - risponde lui - e tu lo sai benissimo perché oggi stai qui, come me, a guardare giù, mentre i tuoi amici, sbronzi e vestiti da cretini, si divertono a soffiare nelle trombette.

Quante volte Lidia l’ha pensato? Non proprio così, non proprio con quella chiarezza, ma ha girato intorno all’idea miliardi di volte, come una farfalla notturna intorno alla luce di un lampione. Poi lui dice:

- L’ha fatto anche tua madre.

Il cuore di Lidia fa un salto e gli occhi scattano a fissarlo, terrorizzati. Come fai a sapere questo?

- L’ha fatto proprio da qui, prima che mettessero le reti. La vita di tutti fa schifo, non c’è salvezza: non illuderti di poter avere altro destino. Perciò fallo anche tu, come l’ha fatto quel giorno tua madre. Fallo oggi stesso, magari. Pensaci.

 

E Lidia davvero ci pensa, ossessivamente non può smettere di pensarci, da quando lui l’ha detto e poi si è messo in piedi sulla balconata di marmo e ha spiccato il volo.

 

 

 

Un verde comodo sofà.

(l’accidia)

 

di  Roberto Gassi

 

Dopo aver preso per rue Mercière proseguì per Place de Jacobins. Superò il Théàtre des Célestins e Place Bellecour, fino a giungere al suo appartamento in rue Victor Hugo. Richiuse la porta di casa con il tallone del suo piede destro. Lasciò scivolare per terra il soprabito e rimase in piedi davanti al divano verde con lo sguardo nel vuoto.

Il suo amico e medico curante Mike affrontò molte ore di volo intercontinentale solo per venirlo a trovare. Dopo averlo visitato disse che quello che aveva davanti era solo l’opaca ombra di John Galliano. Nella sua memoria aveva ancora immagazzinata un esile immagina del suo amico. Muscoli tonici e scolpiti. Un sorriso che infondeva pacatezza. Uno sguardo vivo con pupille in continuo movimento. Una folta chioma nera. L’aria di chi si sudava l’onorario ma sapeva anche godere delle gioie della vita. L’invidiabile estetica del suo viso e del suo corpo erano superate solo dal suo fascino. Saggezza derivante da un vissuto pieno di esperienza e di viaggi al di qua ed oltre il continente. Un credente praticante. Riconoscente per la sua fede all’istituzione della chiesa, per la quale si prodigava con donazioni di denari e con la propria opera di volontariato.

Lavoratore instancabile ma consapevole dei suoi limiti. Per lavoro aveva rinunciato alla terra dei sogni così come amava definire la sua patria. Nel cambio con la sua nuova vita aveva ceduto la statua della libertà per la torre Eiffel trasferendosi da prima a Parigi. La Senna per il Rhone cambiando alla volta di Lyon. L’estero era sempre stato un suo pallino ed aveva insistito con la sua direzione per andarci nonostante lo avessero scartato ad una delle prime selezioni per la formazione della squadra affari esteri. A quei tempi non conosceva le lingue e non aveva esperienze di viaggio in altri stati. Non aveva un curriculum pieno di titoli. Non era figlio di diplomatici o banchieri. Era solo sicuro di sé e che se ne avesse avuta la possibilità avrebbe dimostrato il suo valore. La sua tenacia venne premiata con la crisi economica europea e la necessità di inviare un uomo di esperienza, le cui doti fossero la diplomazia, la pazienza, il rigore e l’abnegazione al lavoro. Requisiti propri dell’anima di un uomo e non del suo curriculum.

 

Fatta la puntata John Galliano non rilanciò, ma non passò neanche la mano. Accettò la proposta di un lavoro di responsabilità in Francia immediatamente.

Salutò la sua terra dei sogni con un arrivederci guardandola dall’alto comodamente seduto in business class. La bontà di una baguette farcita lo sorprese al primo morso. I pomeriggi al Louvre stimolavano la sua curiosità, così come la presenza di Claudette che lì svolgeva il suo lavoro di guida turistica. Il matrimonio arrivò dopo pochi mesi. Il piccolo Jacque dopo un anno e mezzo circa. Margò dopo un tempo uguale. Mary invece, una bastardina a pelo corto, se la ritrovò cucciola fradicia davanti al portone dello stabile. L’adottarono senza pensarci due volte. All’ultimo arrivato diedero nome Emil.

John Galliano ricevette encomi ed aumenti di compenso per i successi raccolti in Francia. Aveva mantenuto e raggiunto gli obiettivi di budget nonostante la crisi e le strozzature dei crediti da parte delle banche. Nessun dipendente licenziato, nessuno stabilimento chiuso. Nessuna produzione trasferita all’est. Nessuna perdita considerevole. John Galliano soleva sostenere che per quanto uno possa dare anima e sudore per il proprio lavoro, l’unica cosa che viene considerata da chi valuta il tuo operato è l’importo in cifre scritto alla destra della parola totale.

Malelingue sostengono che il suo amore per l’arte e il teatro portarono John a frequentare un giro di mediocri attricette, facili a denudarsi come contropartita ad una cena o ad una bottiglia di champagne, come Ines, colf di giorno e attrice dalle diciotto del pomeriggio in poi. Il calore spagnolo di quella donna lo coinvolgeva facendogli vivere la sua terza vita. La prima era il suo lavoro che lo occupava gran parte della giornata. La seconda iniziava con il ritorno a casa, le esigenze dei suoi figli, le pretese di sua moglie Claudette. La terza quando l’imprevisto, la riunione improvvisa, l’ispezione notturna, scusavano la sua fuga serale con Ines. Si bevevano un po’ di vita per le strade di Lyon fino a mandar giù anche l’ultimo goccio di notte dandosi da fare sotto le coperte nella mansarda abitata da Ines.

Suonava note di jazz e blues con il suo sax. Dei colleghi gli chiesero di partecipare ad una serata in un locale in centro. John, come musicista ne fu onorato. Era l’ultima sera prima della chiusura per fallimento della Botte, un locale gestito da italiani che la crisi e le banche avevano costretto alla chiusura. Il successo sonoro e i fiumi di alcool esaltarono John e Michel, il fratello di Claudette, a tal punto che quella sera stessa decisero di rilevare il locale e farci un ritrovo per amici e non solo, ovviamente mantenendo tutti i dipendenti, cuoco compreso. Alla notizia si aprirono altre bottiglie di champagne e i festeggiamenti videro annunciarsi l’alba. La quarta vita di John Galliano ebbe inizio alla Botte. 

Era una vita piena vissuta senza fretta, con il giusto tempo, dosandosi con entusiasmo per ognuna della sue quattro vite. Quello che rimane di quell’uomo si trovava nello stomaco allargato di una figura di oltre cento chili che fissava immobile il blu nello schermo di un canale vuoto. Il labbro inferiore pendeva all’ingiù come il suo doppio mento, mentre le palpebre lasciavano gli occhi aperti a metà. La calvizie si era fatta strada sulla nuca. Aveva le spalle curve e le gambe divaricate. Il cuscino verde del sofà aveva preso la forma delle sue natiche. John Galliano era un nome che ormai stonava con la persona che lo portava.

L’alcool nella bottiglia scendeva in modo proporzionale all’aumento dei ritardi al lavoro. Le due cose non erano collegate come sembrerebbe. Ogni mattina diveniva più faticoso alzarsi. Lasciare il caldo sotto le coperte. Questo non dipendeva strettamente dalla quantità di alcoolici ingeriti la sera prima, ma era una volontà autonoma che l’avrebbe posseduto anche sobrio. Tutto era divenuto pesante, anche l’aria. Il lavoro era il suo problema, doveva trovarne un altro per essere felice. Non necessariamente appagante anzi un lavoro monotono sarebbe stato l’ideale, un part-time l’idilliaco. Ogni collega era ricordo di un torto subito, anche inezie, ma che meritavano una giusta vendetta. Il rancore mandò in rovina ogni cordiale relazione che John aveva impiegato anni a costruire. La negligenza viziava il suo operato. I suoi successi si opacizzarono in breve tempo. Gli obiettivi divennero centri mancati. Fare a pezzi il nemico era il suo unico intento. L’aiuto e le diagnosi di Mike trasformarono un probabile licenziamento in un periodo di riposo imposto dalla stessa società che lo considerava ancora uno dei suoi uomini migliori.

La mattina si alzava al suono della sveglia per ripiombare tra le coperte dopo una puntata in bagno. Fino all’ora di pranzo non c’era modo alcuno di farlo uscire da quel letto. I suoi figli si aspettavano di essere accompagnati a scuola dal loro padre, ma la delusione smorzò ogni loro attesa. John Galliano non si presentava neanche all’uscita di scuola a fine lezione. Non gli aiutava a fare i compiti. Disertava le riunioni dei genitori, i colloqui con gli insegnanti, le attività extra scolastiche dei suoi figli, dal calcetto del più grande al balletto classico della piccola Margò. Non faceva commissioni. Non usciva a fare la spesa. Non andava per mercati. Non faceva lavori domestici. Non cucinava. Non si occupava di gestire l’economia della famiglia. Claudette non aveva più pretese ma rimpiangeva senza palesarlo le frettolose colazioni che animavano le loro vite ogni mattina. Tanto chiassose da fare da sveglia a tutto l’isolato. Le continue delusioni resero severo lo sguardo dei suoi figli, ma l’indifferenza che gli ammalò il sangue lo rese immune anche a questo.

Ines riuscì a strapparlo al suo non fare, costringendo John a seguirla in un caffè in centro. Gli parlò per venti minuti di seguito senza quasi prendere fiato. John non si faceva vivo con lei da più di un mese. La guardò dritto negli occhi tutto il tempo con il labbro inferiore che pendeva verso il mento. Ines s’interruppe quando vide negli occhi di John il vuoto. Un nero in cui precipitare per chilometri senza mai toccare il fondo. Un’anima a brandelli mangiata da una profonda solitudine. Pagò il conto e lo baciò sulla guancia lasciandolo immobile al tavolino del caffè a combattere chissà quali mostri, disperazione, paura.

John trascorse la serata della medesima giornata alla Botte. Conquistato il primo sgabello utile ordinò da bere una pinta di birra accompagnata da un cicchetto di rhum. Quella sera sullo sgabello di fronte a lui c’era il professore, un cliente abituale della Botte, un pensionato vedevo con tanta voglia di bere. Riconobbe John dopo poco e gli offrì da bere. Il professore sosteneva che la libertà di un uomo dipende dal numero di quote di sé stesso che ancora gli appartengono. Da quando nasciamo e via, via, crescendo, cediamo quote di noi stessi ad altri in modo più o meno consapevole. Ai genitori, a cui dobbiamo dare conto e di cui dobbiamo prenderci cura quando invecchiano. Molte quote le cediamo quando incominciamo a lavorare e dobbiamo prestare la nostra opera a qualcun altro per varie ore al giorno. Alle mogli, ai figli, anche agli amici. Ogni giorno, ogni vita, ogni impegno comporta perdere delle quote di noi stessi in favore di qualcuno o di qualcosa. Questo ci rende proprietari di noi stessi e del nostro tempo a volte solo per il 25 o 30 %. La teoria del professore destò John dal suo torpore riportandolo dal suo mondo nel nostro. John Galliano concluse che la sua inerzia aveva prodotto l’effetto di farlo rientrare in possesso di quote di sé stesso che aveva in precedenza ceduto vivendo le sue quattro vite. John Galliano tramutò la teoria del professore in alibi. Data l’inattività del cognato su tutti i fronti Michel liquidò a Claudette le quote del locale spettanti a John in modo da poter trovare un nuovo socio.

In giugno Claudette mandò con Mike i suoi figli in America per tre settimane. Non si dava pace per non essere stata attenta. Per non aver letto nelle esagerazioni di John il male che lo stava colpendo. Non c’è un momento preciso da individuare come principio della malattia. Un impercettibile degenerare. Un soffice cadere nell’immobilità. Quell’uomo in sovrappeso e con la bocca aperta di nome John Galliano non la degnò di uno sguardo neanche quando un attimo prima di richiudere la porta dietro di sé Claudette pronunciò il suo nome seguito da un “ti amo”. Silenzio. L’afonia nella casa lo destò dal suo torpore mentale come una cannonata. Corse per le stanze in cerca di qualcuno. La solitudine vera lo colse terrorizzandolo. Prese a calci e pugni porte e pareti. La porta di casa era lì. Unico ostacolo tra lui e le sue vite perdute. Avrebbe potuto raggiungere Claudette all’aeroporto e considerando il traffico di Lyon, l’impresa aveva buone probabilità di riuscita. La porta era lì e John continuava a fissarla dal divano. La porta era lì, a dieci passi da un verde e comodo sofà.

 

 

 

La luna oltre gli scuri

 

di Valter Malenotti

 

Si può fare, si può fare, si può…, click. Il pulsante della radiosveglia tronca la canzone, i piedi sono nelle pantofole, sua moglie sta già preparando la colazione per lui e i bambini. Doccia, barba, si veste. Raggiunge la sua famiglia in cucina.

“È mio!” Matteo, il figlio maggiore, strappa il videogioco dalle mani del fratellino, che strilla.

“Buoni”, fa lui senza alzare gli occhi dal palmare. “Stasera ho una riunione” dice rivolto alla moglie, “lo accompagni tu Alessandro in piscina?”

“Va bene”.

Osserva il sorriso spento della moglie. Beve d’un fiato il caffè. “Su ragazzi, andiamo”. Stanno ancora litigando ma lui li indirizza verso la porta. Bacia la moglie sulla guancia. Lei non accenna nemmeno più quel suo sorriso stanco.

Deposita i figli a scuola e arriva in ufficio. È alla scrivania: computer, telefono. Parla, dà consigli, direttive. Esce dal suo ufficio, deve vedere quel collega e pure quell’altro. Poi pausa caffè, qualche battuta, pacche sulle spalle e via in ufficio fino alla pausa pranzo. Allora si cambia: pantaloncini, t-shirt, scarpe da jogging.

“Buon allenamento” gli augura la giovane segretaria col contratto a termine.

Lui, la guarda, fa un cenno. Bel corpicino, pensa.

Fatica a tenere il solito ritmo di corsa. Poco male, non ha molto tempo oggi, deve pranzare con un cliente. Torna in ufficio, fa una doccia e scende al ristorante greco del palazzo di fronte. Incontra il cliente:

Piacere…”.

Piacere…”.

Moussaka e spiedini d’agnello. Conclude un buon affare. È ancora in ufficio, riunione a metà pomeriggio, le ultime telefonate ed esce. Posteggia davanti a un motel della periferia. È nella solita stanzetta al primo piano, c’è anche una donna, si baciano. “Aspetta un momento” dice lui indicando il bagno. Si chiude la porta alle spalle, si guarda allo specchio e ingoia una pillola blu. Tira l’acqua ed esce.

Quando arriva a casa i bambini dormono. Sua moglie è sdraiata sul divano davanti al televisore. “Ci sono le lasagne nel forno” dice.

“Grazie, non ho fame”. Si siede sulla poltrona.

“Com’è andata?” chiede lei.

“Bene”.

Nessuno dei due stacca gli occhi dal video, dove un conduttore indica con una bacchetta il plastico di un edificio, o è forse una nave? Poco importa.

“Ho parlato con la maestra di Matteo” dice lei, “ha bisogno di ripetizioni di matematica”.

Lui annuisce senza mollare lo sguardo dal plastico. “E il corso di nuoto di Alessandro?”

“Ah, Alessandro… È migliorato”.

“Bene”.

“Vado a letto”.

“Buona notte”.

Lui continua a guardare il programma, dopo un po’ prende il telefono, i suoi bisbigli si confondono con l’audio della tivù. “Ti amo” si scopre a dire prima di riattaccare. Spegne il televisore. La stanza è stranamente illuminata. La luce penetra dagli scuri della finestra. Si alza e li spalanca. Una luna enorme lo abbaglia. Si ricorda di un pacchetto di sigarette nascosto in un cassetto un paio d’anni prima. Poco dopo torna con una sigaretta che scrocchia tra le dita. L’accende. È come se non avesse mai smesso. Soffia fuori il fumo in una lunga scia illuminata dai raggi lunari. Forse è stato avventato il passo di acquistare quell’appartamento in centro. Fissa bene la luna, vede una collina con in cima un vecchio casale. All’ombra di un noce lui è disteso sull’erba accanto alla moglie, si tengono per mano, mentre osservano i figli rincorrersi felici. Tutti sono felici. Come tanto tempo prima quando avevano tanti bei progetti. Mai realizzati. Sì, aveva un ottimo impiego, ottime scuole per i figli, un’amante… Perché prima al telefono aveva detto quella cosa? È sicuro che altrove, da qualsiasi altra parte, con la donna che ha sposato, sarebbe diverso. Dà una bella boccata di fumo. Si può fare.

Poi la luna è oscurata da una nube. Lascia cadere di sotto la sigaretta, a metà. Chiude le persiane. Domani, pensa, altra giornata piena: riunioni, clienti da incontrare, palestra e, forse, chiederà alla segretaria − quella col contratto a termine − di uscire. Barcollando s’avvia verso la camera da letto.

D'altronde, è un uomo pigro.

 

 

 

Il treno

 

di Rosanna Marazia

 

E continua a camminare cigolante il treno della vita...

Non conosce stazione e prosegue verso una destinazione che nessuno sa.

Perde pezzi di vetro dove si intravedono riflessi, i pensieri, sogni, progetti. Battaglie perse e grandi amori.

È inspiegabile quello che i tuoi occhi vedono; stringi i denti e poi inspiri per prendere aria.  Paesaggi che si trasformano insieme al variare delle stagioni.

È già estate e con la pelle color caramello, immagini un giorno nuovo. Il mare azzurro e poco profondo è nostalgia di un tempo povero e indolente, L’autunno è passato e il freddo che annuncia l’inverno, è intriso di fumo e sugna di maiale al fuoco. La luce, è una lampadina ingiallita che riscalda e descrive gli oggetti: semplici e utili protagonisti di una indimenticabile serata. Io  c’ero, e ho sentito quegli odori;  ho visto le mattonelle azzurre e il cemento invecchiato di quelle saltate per inerzia o per un lavoro interrotto. Eppure al piano superiore, il corridoio è lungo come un treno, e le stanze attaccate, vagoni pronti per una notte di chiacchiere e confidenze eccitanti.

L’amore cammina per sentieri nuovi e curiosa lo segui e ti piace. “Ti posso offrire una coca cola?”

Tra i rumori amichevoli di una modesta discoteca di paese, scegli le bollicine che ti solleticano piacevolmente il palato. Quel solletico ti ha trasportata dove volevi. Hai sollevato, ascoltato, amato e sorriso, per piangere ti nascondevi un poco, solo per poco. Il giorno in cui sei venuta a casa per la prima volta , ti sono venuta incontro con un turbante arancione di lurex e un paio di occhiali enormi. Poi mi hai raccontato che ti veniva da ridere, ma io ero una bambina che la domenica si travestiva indossando luci e colori, mi facevo avvolgere dai tessuti più strani. Giocavo a trasformarmi per recitare l’autentica felicità di conoscerti. La nostra vita è un cerchio che comincia sempre da un punto. All’interno del cerchio c’è un buco, e dentro ci mettiamo le paure, le delusioni, i dolori e infine noi stessi, finiti soddisfatti o sfiniti e con il sospeso che resta agli altri. Se per qualche motivo  percorro la strada che costeggia il mare  di Calabria, sento un brivido e l’odore di ginestra e salsedine che riempie l’aria. La luce arancione del pomeriggio, disegna sulla spiaggia ombre allungate, quelle stesse ombre, entrano in acqua e la raffreddano. Sembra che ogni forma di vita si fermi, poche ore, e ricomincia il ciclo con un alba nuova.

Ecco la ferrovia, rotaie ferrose che sembrano abbandonate, sono le stesse di cent’anni fa… un trenino fischia davanti al mio balcone di gerani. È arrivato, sarà la nonna.

Questa è un’altra storia e il treno il filo conduttore, Marianna voleva sapere cosa ci fosse oltre le montagne, non quelle che portano dalle Alpi in Francia o in Svizzera, no. Oltre il nord ma verso il sud.

Però la vita, nei paesini di montagna,è uguale al nord come al sud. Poche anime, noiose e laboriose, distratte e al contempo curiose. Una contraddizione che nasconde intelligenze che la vita frenetica sopprime e l’incedere lento rafforza.

È successo qualcosa di forte…

C’era tanto da fare, da godere, da dimenticare, ma non va a finire come piace a noi. Qualcosa che toglie il respiro, un sasso nella pancia.

Adesso che siete insieme, mi piacerebbe sapere cosa avete da raccontarvi; mi sembra di vedervi ridere e camminare tra l’ombra di un pergolato verde o con i piedi nell’acqua di fianco al mare. Questa volta non è servita una valigia, non c’è stato tempo. Certe cose sono violente, come i fulmini squarciano il cielo,  un lampo li anticipa perché la luce viaggia più in fretta.

Tanto rumore inghiottito da un silenzio, resta il ronzio  e poi niente.

La polenta e il peperoncino, suocera e nuora, due donne forti e come tante, attratte da uomini fragili e da capire. E il vento le ha portate via e resta ancora molto della loro essenza: i colori, gli umori, la passione e il gusto per le cose difficili.

È facile incontrarle perché ti guardano negli occhi. Se apri le braccia e vai incontro alla vita, questa non ti risparmia. Come in un videogioco, compaiono sempre nuovi percorsi, curve in salita e ripide discese, la pianura è prevedibile e non ti piace perché non siamo fatti di noia ma di avventura.

Se  sei stata brava, compare sul display un nuovo livello, più complicato del precedente e il gioco si fa ancora più duro. Ma difendi la scelta che hai fatto e vai avanti.

Sento forte il vostro profumo e se chiudo gli occhi, il fischio del treno.

 

 

 

15 dicembre 2011

 

di Emilia Vento

 

Scrivere un racconto sull’accidia, cazzo, mica facile.

Ho persino consultato il Devoto-Oli per sicurezza, per chiarirmi le idee, non ha aggiunto nulla che non sapessi se non l’etimologia- latina.

Una cappa, l’accidia o forse un incatenamento.

Una parola sbarrata, circoscritta al cattolicesimo. Un marchio d’infamia e un sentore di impotenza.

Da un passato remoto emergono i sette vizi – peccati - capitali e, da bambina, l’accidia, non me la spiegavo proprio; non c’era prete o genitore che me la definisse.

Gli altri peccati erano concreti, conosciuti e conoscibili, ma l’accidia no, lei era sfuggente, non era riconducibile a niente che conoscessi, quindi era una parola blindata, confinata al mondo della chiesa e ai suoi precetti, subita, mai interiorizzata.

Poi mi ammalai.

È strisciante la depressione, si insinua nelle membra, non solo nel pensiero, opacizza lo sguardo, toglie l’appetito e il sonno. Ma può anche succedere che mangi troppo e che dormi a lungo, troppo a lungo. In ogni caso la notte e il giorno si confondono e così pure il dentro e il fuori.

Spossatezza, un’enorme, inane fatica, vivere.

Sempre che sia vivere soccombere al vuoto - vuota. Dovresti lottare, ma non lotti più. Il tempo si sgretola e l’identità si squaglia.

Respiri perché non dipende da te, ti batte il cuore perché è un muscolo involontario.

Sei impossibilitata a fare, a pensare creativamente, strutturalmente, in modo costruttivo. Un odore di morte ti riempie le nari e lei stessa col suo respiro ti scompiglia i capelli sulla nuca. A volte ti prende la mano, la morte, ti coccola.

Il tempo passa.

Sono congelata, cristallizzata; e, fragile come il ghiaccio, posso spezzarmi o sciogliermi e sparire.

Non mi credono.

Sono un’adolescente.

Sei pigra, dicono e io urlo, urlo, ma il grido si perde tra dune di sabbia, intrappolato nel vento che lo conduce lontano.

Cresco perché la depressione non intacca la fisiologia, ma sono muta al mondo e sorda e cieca.

Sei accidiosa, dicono.

Riemerge dal catechismo - la prima comunione! - una parola adulta, che non capii e mi è incomprensibile anche ora, lontana, prossima solo al marchio dell’infamia.

Ti bollano, ti segnano.

Lo stigma cattolico.

Sono anni di dolore, di confusione, quelli. Un marasma sin dentro lo stomaco che duole perché la depressione danneggia anche il contenitore che la racchiude; questi corpi sfuggenti, raggrinziti, ripiegati e dolenti, gli occhi si fanno vacui, lo sguardo striscia, non si ferma mai; ciò che si vede è dietro le palpebre ed è innominabile, tanto nessuno mi crede.

Per strada la luce mi ferisce, la folla mi spaventa, le voci gridano e presto il mio livello di angoscia sale a tal punto che il mio corpo cede ed io crollo a terra, fantoccio, cado e tremo, cado e tremo e continuo a cadere; il selciato blocca la mia caduta, ma non il mio tremore e gli occhi strizzati nel tentativo patetico di non vedere l’orrore non si disserrano, ostinatamente chiusi tentano di scacciare i mostri che loro stessi alimentano.

Ma nessuno mi crede.

Anche queste manifestazioni vengono ignorate: il mio malessere è una posa, non posso parlare, difendermi.

Allora disegno, disegno e leggo. Disegno occhi, sui margini dei libri, sui quaderni, disegno occhi e invoco l’acido lisergico che non conosco, non ho mai provato, nelle pupille vuote dei grandi occhi bistrati che affollano i miei pensieri ed ogni pezzo di carta mi capiti tra le mani.

Mi sento schizofrenica, scissa, separata.

A casa nascondersi; a scuola distratta, niente mi interessa più né la filosofia, né la chimica, né i poeti; fuori pavida, sfuggente, senza nessuna certezza.

È la stanchezza il filo conduttore di quegli anni, è  la notte della mente, è un incubo alzarsi, uscire, parlare e, naturalmente, continuano a chiamarmi pigra.

Piango spesso, ma poi anche le lacrime finiscono e non mi frega niente di niente.

La scuola va male? Spallucce. Nessuno mi ama? E chi potrebbe amarmi così come sono: inquinata. Già, al colmo del paradosso, penso che le colpe siano tutte mie e che io sia sbagliata, forse comincio a credere di essere pigra.

Fumo di nascosto, ma non bevo, solo molto più tardi mi scoprirò profondamente dipendente.

Cerco di farmi invisibile e poi neanche quello mi interessa più. Non mi interessa cosa pensano, cosa vogliono, cosa credono di fare, cosa dicono di me e cosa dicono a me.

Penso di me cose orrende, inconfessabili; hanno tutti ragione: valgo meno di zero, mi sento un bluff, è vero sono pigra, accidiosa, un’ameba; non oso chiedere amore e comprimo ogni desiderio di essere amata.

Sono un incubo gli anni dell’adolescenza.

Anche mia sorella sta male, lei diventa orribilmente grassa e siamo entrambe così sofferenti che non abbiamo spazio l’una per l’altra e lentamente diventiamo due estranee.

Noi che eravamo inseparabili, litigiose, ma inseparabili. Noi che, bambine, ci siamo date il primo bacio, lingua-lingua.

Noi che ci picchiavamo con violenza, ma che ci abbracciavamo piangendo poi, e lenivamo le nostre ferite profonde presentandoci in formazione compatta di fronte al mondo e alle sue guerre, noi combattenti solidali, noi contro tutti.

Accidiosa anche lei, ognuna a saziare i suoi mostri.

Facemmo poi scelte diverse, lontanissime tra loro, non fummo mai più un nucleo forte, fuse in un unico insieme contro tutti, smettemmo semplicemente di amarci, troppo comprese a combattere ognuna contro i propri nemici.

Fu un errore separarci, ed entrambe lo pagammo, ma allora eravamo sotto un fuoco nemico martellante e non ci rendemmo conto che il nemico era lo stesso e che combattendolo  assieme forse avremmo avuto qualche possibilità.

Nella depressione non c’è spazio per le alleanze.

Sembra un bollettino di guerra, è vero, lo fu.

Passò altro tempo.

A volte mi pareva di guarire, mi sembrava di sentirmi meglio, cercavo di aggrapparmi a qualche certezza, conquistavo uomini che non mi interessavano, piangevo sentendomi anaffettiva, fuggivo lontano dai sentimenti perché ne avevo paura e sotto tutto questo, tutt’altro che guarita strisciava la depressione pronta a ghermirmi nuovamente, a soffocare ogni maldestro tentativo di affrancarmi, a palesarmi la morte come unica via d’uscita.

E ci provai a morire, allora e più tardi con maggiore lucidità, ma non riuscii.

Non avevo nessuna collocazione, non c’era un posto buono per me sulla terra, non appena mi pareva di intravvedere una qualche possibilità di scovare un angolino che mi contenesse mi gettavo a capofitto nell’impresa, ma i risultati erano deludenti ed io, sconfitta, mi ritiravo espulsa o mi defilavo invocando l’invisibilità.

Un’altalena tra la fuga e la ricerca di appartenenza, un gioco al massacro.

 

Oggi.

Oggi ho trovato la cura: un mix di farmaci, di colloqui, di azioni, ma so che è lì, mai sopita, in agguato.

C’è di diverso che la conosco bene, riconosco le avvisaglie, ne sento l’odore, colgo i messaggi che mi invia e prontamente rispondo. Le riconosco il giusto peso, non la ignoro, non la disconosco.

Mai far arrabbiare una grave malattia, se fosse una persona sarebbe certamente permalosa.

 

 

 

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Note finalisti

 

Andrea Andolfatto nasce a Treviso il 23 Febbraio 1989, con due mesi di anticipo rispetto alla tabella di marcia: un credito che il tempo si è fatto rimborsare con gli interessi facendo di lui un ritardatario cronico. Studia da ingegnere gestionale a Vicenza, ma non ha ancora imparato ad ottimizzare i tempi morti né a gestire gli sbalzi d'umore. Tra le sue passioni ci sono il ciclismo, la Rete e i libri che raccontano di rinnegati, barbareschi, giannizzeri.

 

Roberta Angeloni romana, da giovanissima ha lavorato in RAI, radio Uno dove ha imparato - dai grandi vecchi - il segreto della comunicazione. Ha cominciato a scrivere molto tardi, ma crede di aver posseduto da sempre il desiderio di raccontare. Fantasia e realtà si intrecciano con voluttà nelle sue storie, lasciando intravedere sempre i lati nascosti della sua personalità volubile e complicata. Vive ad Aprilia  in una fattoria. Ama gli animali e i suoi alunni, e non c’è molta differenza. Per lei la Scuola è diventata un punto di osservazione privilegiato per chi scrive, considerandola come il vivere in trincea, certo, ma in trincea c’è sempre il tempo di pensare e prendere appunti.

 

Tina Caramanico vive in provincia di Milano, insegna nella scuola secondaria superiore, è sposata e ha due figlie. Nel 2010  ha iniziato a rendere pubblici i suoi testi: di solito scrive poesia o noir, ma non si nega esperimenti con altri generi. Nell’aprile 2011 è uscita la raccolta di poesie: “Guida a Milano invisibile”, Nulla Die editore; nel gennaio 2012 il racconto “Adele” è stato pubblicato nella collana Tags di 18:30 edizioni. Altri racconti e poesie sono stati pubblicati in varie antologie e riviste, o sul web.

 

Alessandro De Paoli, ventottenne romano, dopo il Liceo classico e l’Università di Economia, attualmente lavora come assicuratore, con la passione per letteratura e musica. Come Kafka... non dà importanza a titoli e slogan e, pur avendo molto tempo, non riesce mai a liberarsi.

 

Vito Roberto Gassi, di Bari, lavora nel settore dei trasporti, logistica e supply chain da oltre dieci anni nel corso dei quali ha ricoperto mansioni diversificate. La sua esperienza lavorativa ha inizio nella zona industriale di Modugno in una cooperativa di servizi. Attualmente lavora come impiegato per una multinazionale del settore. Nel corso di questi ultimi anni ha ripreso gli studi universitari presso la facoltà di Economia di Bari conseguendo un D. p. u. in Economia e Amministrazione delle Imprese ed una laurea in Economia Aziendale. Nel luglio 2011 il suo primo romanzo, La mosca bianca è opera vincitrice della terza edizione del concorso nazionale Narrando. Il 2012 segna l’esordio in campo letterario.

 

Valter Malenotti di Feriolo (VB), vive un’esistenza da impiegato. Non ama bagnare i gerani e radersi tutti i giorni, però adora immergersi nella vasca da bagno, colma d’acqua calda e bagnoschiuma. Non crede nella pubblicità del Mulino Bianco e in quanto a Dio… non ci ha ancora pensato. Per quanto riguarda le letture è onnivoro e curioso, così legge di tutto e di tutti un poco. Ovvio, ha le sue preferenze: London, Hemingway, Fante, Pennac; nonché i conterranei Pavese e Calvino. Non disdegna i russi, né la musica afro-jazz-punk-inglese. Non sopporta i best seller: organismi geneticamente modificati dal mercato (confessa, comunque, d’avere il narcisistico e malato desiderio di pubblicarne uno…). Ha una predilezione per i racconti brevi e sogna un mondo più giusto.

 

Rosanna Marazia, materana, ama la bellezza, quella che viene fuori dalle cose e dalle persone. Le piacciono i sentimenti mai nascosti e quindi la verità che rende l’uomo libero. Per questo il suo sposo è il coraggio che permette alla vera bellezza di passeggiare sorridendo e amare lavorando. Ascolta poco la musica perché gli impegni lavorativi non le concedono il giusto tempo. Legge autori vari con una predilezione in più per Pirandello e Erri de Luca. Il suo sogno è quello di avere una casa in campagna. Da piccola ha ascoltato e letto Fabrizio De Andrè, la diverte l’ironia della Littizzetto, ama parlare e non sopporta i compromessi. Si indica come persona sensibile fino a farsi male; per lei nessuna cosa è certa, sappiamo dove incominciamo… ma poi ognuno invecchia come gli pare.

 

Silvana Omati è nata a Rho (Mi), ma risiede a Saronno (Va). Fa parte del “circolo di Scrittura Autobiografica a distanza”  di Anghiari. Ha vinto diversi premi per concorsi di poesia nazionali Insegnante in pensione, si occupa di problemi relativi alla “tarda età adulta”. Ha tenuto Corsi di animazione per adulti e per volontari che si dedicano agli anziani sia a domicilio che ricoverati in strutture socio-sanitarie .

 

Claudio Giulio Straulino Steiner, milanese, ora senza fissa residenza, alterna soggiorni a Imperia, Reggio Emilia e Pavia. Sino ai 41 anni si è occupato della gestione di aziende nel settore tessile/abbigliamento. Poi, dopo un anno sabbatico, ha deciso di iniziare la sua seconda vita dando spazio a tutto quello che aveva trascurato per la carriera ed i soldi. Oltre a un corso di scultura presso la Fonderia Battaglia di Milano, ha approfondito le passioni per anni represse relativamente alla pittura ed alla letteratura. Inoltre si concede lunghi periodi in barca a vela in Croazia e in tirreno (Corsica). Si considera agnostico e nichilista.

 

Emilia Vento, romana, vive, però, da molti anni a Genova, città che ha imparato ad amare nel tempo. Si occupa di anziani e lavoro presso una biblioteca comunale. Scrivere, per lei, è una forma di salvezza, un piacere sensuale, un ponte per incontrare l’altro.

 

 

 

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