LETTURE
BRUNO CONTE
      

Deritratti

postfazione di Flavio Ermini

 

Anterem Edizioni, ‘Limina’, Verona 2012 

    

      


di Mario Lunetta

 

 

Credo che oggi, in Italia, Bruno Conte sia il più laicamente “metafisico” tra gli artisti-scrittori, il più sottile cacciatore di dettagli oggettivamente “innocenti” che nella sua ottica (tesa ad evitare ogni frontalità in favore di orizzonti obliqui o di lievi increspature del segno e dell’aspettativa verbale)     subiscono spostamenti (di posizione e di senso) magari quasi impercettibili, che mandano in frantumi – sotto l’urto di un gelo paradossale – il loro assetto consueto, il loro common sense, in una parola la loro sicurezza. Nulla, nell’universo di Conte, è codificato o normale. Tutto è anomalo e intransitivo. I rapporti dinamici tra le cose e gli esseri viventi sono – ancor prima che capovolti – messi “in mora”, assoggettati a uno stato di sospensione che, più che alla stabilità, tende alla metamorfosi. Anche per questo, quindi, in questi testi risulta superfluo qualsiasi accenno di ars punctandi, qualsiasi traccia di punteggiatura, di interpunzione, di sottolineatura vistosa.

    

Quella dell’artista-scrittore romano è una poetica che potremmo definire della coerenza interrogativa. Bruno opera da sempre, nelle sue scritture crudeli come nelle sue straordinarie opere di pittoscultura, un gioco di trasferimento e di rimozione concepito alla stregua di una strategia del  nonsense realizzata di volta in volta, con sfumature diverse e magari irte di contraddizioni sfuggenti, in vista di un risultato che è quello della sottrazione di alibi al fruitore. Quasi un’attribuzione di fiducia, una specie di complimento implicito. Il fruitore è, si direbbe, elevato al rango di rifinitore di tutta una serie di semilavorati di finissima grana, che certo gli offrono degli input nel momento stesso in cui gli sottraggono il sostegno delì’ovvio.

    

Anche in un libro recente come Deritratti, che raccoglie settantadue brevi testi in sequenza poematica e otto disegni dell’autore, questa strategia è confermata non in quanto cifra pigramente ripetitiva, ma come necessità di disturbo rispetto a quell’orizzonte d’attesa che nell’ambito della poesia rasenta oggi sempre più il Kitsch. Conte, in assoluta controtendenza, allestisce ancora una volta una prospettiva giroscopica, artificiale e avulsa dal rapporto di causa-effetto.

    

In Deritratti la particella anteposta al sostantivo funge da negativa. Ritratti deprivati della loro funzione consueta (quella, malgré tout), della somiglianza: quindi, rovesciati, scorporati di senso, alla fine impossibili. Si veda: “Negativo e negativo si oppongono / in un cerchio alla testa / mentre il volto / trova spazio altro / nel battito di ciglio”. Oppure: “Colui che viene specchiato dal muro / non cerca specchio / non appropria il proprio peso / cammina in grigio / nel sommato spazio sommesso / muro chiuso / ovvero alveare furioso”. O ancora: “L’uomo sonoro / fatto di rumori / si forma da un megafono / tromba di un cosoide misterioso / eccolo emesso per intero / ha la voce di una voce / quest’uomo dal corpo rauco”.

    

Si annaspa in un universo astratto, privo di coordinate logiche, in uno spazio di surrealtà che pure è solo la nostra realtà trafitta da uno sguardo insidiosamente acuto. C’è un’apparente immobilità di fondo, che però cova trasalimenti di grande violenza. Il dettato radicale di Conte sembra impassibile, eppure opera soltanto una complessa operazione di differimento, di dislocazione e di catastrofe muta, senza avvertenze.

    

In questo silenzio felpato nel quale però si percepisce il rombo di un cataclisma, i disegni di Bruno, anch’essi naturalmente segnati da elusività e allusività al tempo stesso enigmatiche e atroci, non sono mero accompagnamento dei testi verbali ma indizi autonomi e segretamente esatti dell’orrore del mondo. Un mondo fatto di minimalia crudeli e irriconoscibili nella loro finalità, dove “Se la conversazione si conclude / e ormai rimbrotta gorgoglia da un capo all’altro / basta sul piano del tavolo / l’abbandono di un capovolto cappello nero / e il parlare è già fuori di sé / parla una finestra / che si affaccia con un grido”.

 

 




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