LETTURE
DANIELE COMBERIATI
      

Di eredi non vedo traccia. Storie di tani, mericani e tripolini

Nerosubianco Edizioni, Cuneo, 2012, pp. 88,
€ 10,00

    

      


di Tiziana Colusso

 

Daniele Comberiati è un giovane studioso che tra Roma e Bruxelles opera in quel settore culturale composito che sono i migrant studies, nel quale si intrecciano tematiche legate all’intercultura, al plurilinguismo, al postcolonialismo. Ciò che rende Comberiati speciale è a nostro avviso il fatto che lo spirito della ricerca scientifica e culturale si coniuga in lui a una passione altrettanto forte per le storie, le storie personali che intrecciandosi in maniera imprevista e fluida formano la Storia collettiva, che in questo modo è un insieme non soltanto di avvenimenti geo-politici ma anche di singoli destini.

Avevamo già rilevato questa sua propensione a lasciarsi incantare dalle storie nella prefazione a un suo libro precedente, La quarta sponda. Scrittrici in viaggio dall’Africa coloniale all’Italia di oggi (Caravan 2009), dedicato alle ex colonie italiane d’Africa, gli Stati dell’antica Africa Orientale Italiana (Somalia, Eritrea ed Etiopia) e Libia. Un’area geografica densa di storia, che l’autore analizzava attraverso le storie di scrittrici nate in Italia da famiglie africane o meticce, oppure nate in Africa da famiglie italiane emigrate nelle colonie, o provenienti da famiglie meticce o da famiglie africane poi emigrate. I temi storici e culturali erano quelli legati al colonialismo italiano, ma la particolarità del libro era nell’approccio: attraverso il modello dell’intervista, Comberiati riusciva ad instaurare un discorso dialogico, nel quale non si parlava delle scrittrici ma con le scrittrici, lasciandole libere di far fluire i loro ricordi personali e familiari, che si inserivano come tasselli nella grande Storia collettiva.

Tale modello di discorso dialogico, di sicura efficacia e fascino narrativo, è ripreso, anche se in modo diverso, in questo nuovo libro: Di eredi non vedo traccia. Storie di tani, mericani e tripolini. Già dal titolo, l’accento è posto sulle storie, plurali, fluide e irriducibili a schemi storici o sociologici. Qui non si tratta di interviste ad una categoria ben definita (come le scrittrici migranti del libro già citato), ma di conversazioni informali con italiani emigrati all’estero o con i loro figli e nipoti. Alle conversazioni si mescolano le osservazioni dell’autore, argute e lucide, che insieme alle parole degli emigranti o dei loro “eredi” delineano l’immaginario peculiare dell’emigrazione storica italiana all’estero: un immaginario insieme kitsch e tenero, come nel brano “Belgian Italian Trash: minatori e starlettes”, nel quale si mescolano le fatiche dei minatori italiani in Belgio (con lo stemma tragico di Marcinelle) e un “amor di patria” fatto di ritagli di giornali, foto del Festival di San Remo, dediche di Al Bano o i Cugini di Campagna, fino a un improbabile carabiniere-cantante italo canadese dal nome programmatico di Thomas Maccarone. È ciò che in Lussemburgo chiamano in modo dispregiativo “Italian Trash”, ma nello sguardo di Comberiati non c’è mai saccenza o disprezzo, piuttosto un’empatia profonda con l’umanità variegata, coraggiosa e disperata che compone il fenomeno complesso dell’emigrazione storica italiana.

È questo sguardo empatico che rivela in Comberiati il narratore, capace di trasportarci in poche precise pennellate in ambienti molto particolari e in storie tutte degne di essere narrate, siano esse tragiche, ridicole o malinconiche, come nel caso del personaggio che da il nome al primo brano del libro “Di eredi non vedo traccia. Felice Rossino è meglio di Pelè”. Con la malinconia e la precisione di un brano straziante di tango, Comberiati disegna la parabola del personaggio da Viareggio all’Argentina  e ritorno, tra partite di pallone amatoriali, scioperi con guerriglia, bar polverosi dall’altra parte dell’Oceano, amori persi, passioni perse, tutta una vita da perdenti riassunta nel ritornello ripetuto molte volte nel finale della storia, “che chi torna non è più quello che è partito”.

Un’altra storia ambientata nello stesso paese (“Argentina! Argentina!”) ha i toni di drammatico fatalismo dei narratori sudamericani del realismo magico; “Marcello e il fattore M” fa la spola narrativa tra Stati Uniti, Belgio, Svizzera ‒ ovvero tra le miniere di questi paesi –  e una Calabria contaminata da un post-moderno fatto di “rustici” (le famose case mai finite della Calabria) e di rombanti SUV.

Nel brano “Il Cavallino Bianco” il narratore, un giovane papà curioso di storie racconta il suo incontro con un vecchio strambo e intenso che sembra incarnare in sé un’intera enciclopedia sulla storia del colonialismo, delle migrazioni e della mescolanza tra le culture. Di questo personaggio l’autore dice: “Il suo silenzio e il mistero del suo passato avevano contribuito al conio dei diversi soprannomi che pretendevano, inutilmente, di coglierne l’essenza: l’arabo, l’ebreo, il tripolino, il giudio, il libico, fino al semplice nome proprio, Davide, che forse risultava il più semplice e questi nomi li comprendeva tutti”.

Il brano finale, “Hammangi”, è anche il più commovente, perché entra in scena come personaggio direttamente il narratore – che si sovrappone all’autore solo in parte, come è giusto che sia, perché non è la coincidenza della storia che importa ma l’empatia del sentire profondo. Questo narratore arriva a Tripoli con una sua particolare missione familiare, seppellire di nascosto l’urna di ceneri del padre nel cimitero per gli italiani. Qui  incontra il guardiano del cimitero che gli sciorina tutte le rimostranze e i risentimenti di un italiano rimasto “fregato” dalla Libia ma anche dall’Italia, che aveva accolto gli esuli della diaspora del 1970, dopo l’avvento di Ghedaffi, come miserabili profughi, confinandoli in campi quasi di concentramento, aggiungendo così l’ultima beffa a chi aveva già dovuto lasciare in Libia case, negozi e lavori. In quegli anni drammatici, il padre del narratore aveva deciso di rimanere in Libia, sperando da socialista nel rinnovamento promesso dal giovane Ghedaffi e dal suo “socialismo africano, panarabo e internazionalista”. La Rivoluzione si era ben presto trasformata in una dittatura militare e anche il padre era stato costretto a riparare in Italia. Ora il nostro personaggio ha una missione: riportare le sue ceneri in Libia. Scartata l’ipotesi di lasciarle nel cimitero degli italiani, decide finalmente di liberarle sulla spiaggia, “fra la terra e il mare, tra i tuoi due paesi”. Lì il padre può riposare in pace, e il libro si chiude su questo punto di dolente affetto e insieme di ricucitura della Storia, che ha tolto e ha dato, ed ora la riva è solo una riva, tra due sponde del Mediterraneo.

Ho chiuso il libro e guardandomi intorno mi sono ricordata di essere anche io su una riva a leggere, nel tramonto estivo, sulla costa opposta del Mediterraneo. Ho avuto quasi voglia di gettare il libro di Daniele nelle onde, perché tornasse fino all’altra riva a ricongiungersi alle ceneri di un italiano in Libia e alla sua storia, che è anche in parte la nostra.

 




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