SPAZIO LIBERO
CINE-DOCUMENTARI
Se “Il reale
allo specchio”
dà un’immagine deformata


      
È uscito presso Marsilio un volume di saggi, curato da Giovanni Spagnoletti, che propone ‘Riflessioni, materiali e strumenti’ e un ‘Dizionario dei registi’ del documentario italiano, un settore in prepotente espansione che nel 2011 ha contato la produzione di ben 519 film. Purtroppo il libro appare lacunoso, escludendo molti titoli e parecchi autori, ed inoltre fa non di rado ricorso ad un gergo ‘critichese’ che sembra voler parlare soltanto agli addetti ai lavori.
      



      

di Pietro Medioli

 

 

Lo scorso luglio Paolo Mereghetti definiva sulle pagine del Corriere della Sera il genere documentario “come la parte più viva e stimolante del nostro panorama audiovisivo”, costretto però in ambiti di nicchia “anche per colpa di un giornalismo sonnacchioso”. Egli rimandava, al fine di un approfondimento, al volume di saggi Il reale allo specchio, a cura di Giovanni Spagnoletti, uscito per Marsilio proprio in occasione dell’ ultima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro.

Il sottotitolo del volume, “Il documentario italiano contemporaneo”, incuriosisce,  perché raccontare gli ultimi dodici anni di produzione documentaria italiana è lodevole e necessario, anche per aggiornare il poderoso lavoro dello storico Marco Bertozzi, Storia del documentario italiano, uscito per lo stesso editore nel 2008.

Il reale allo specchio”, diviso tra Riflessioni, Materiali e strumenti e Dizionario dei registi, cita e in parte analizza diversi titoli, racconta la varietà dei temi e l’autonomia stilistica del nostro genere, indagandone la definizione in relazione a  cosa sia reale e cosa invece finzione rispetto alla contemporaneità; inoltre considera l’intraprendenza produttiva del settore, pur ignorando significative esperienze degli ultimi anni.





Ma il volume include e tratta solo certi titoli escludendone tanti altri: a parte i due saggi, di Adriano Aprà e di Giulio Latini, rivolti a cose del passato, per il resto, l’attenzione è rivolta solo alle opere di certi autori italiani che evidentemente sono stati eletti a rappresentare l’intero genere. Ma il criterio utilizzato per la scelta delle opere citate ed analizzate non è per niente chiaro tanto da far insorgere un legittimo sospetto: quello che l’inclusione, e quindi l’esclusione, sia stata  determinata da scelte “politiche”, da ragioni di opportunità e convenienza , da “moda” e quindi anche solo in base ai premi ricevuti da certi autori nell’ambito di festivals nostrani o internazionali. Ci si sofferma inoltre su coloro che hanno scelto di vivere all’estero, dove trovano fonti di finanziamento per le loro produzioni, ignorando i moltissimi, cineasti e cineaste, che ogni giorno, tra enormi difficoltà, realizzano in Italia le loro opere; talvolta dopo aver deciso di tornare nel nostro Paese, chiuse lunghe esperienze lavorative proprio all’estero. 

 

 Viene subito quindi da chiedersi su quale documentazione si sia basata questa ricerca. Gli autori, infatti, dimenticano completamente opere fondamentali, come La storia del cammello che piange  di Luigi Falorni, vincitore del premio Oscar 2005, e Lettere dal deserto (2010) di Michela Occhipinti, vincitore di oltre 20 premi internazionali,  tanto per ricordare i casi più eclatanti. Inoltre non viene segnalato nessuno dei lavori “documentari”prodotti a partire dal 2000 (anno che segna l’inizio dell’analisi del volume) di autori riconosciuti dalla critica ed apprezzati dal pubblico, come per esempio, Umberto Asti, Giancarlo Bocchi, Armando Ceste, Giorgio Diritti, Carlo Mazzacurati, Enza Negroni, Franco Piavoli, Basile Sallustio; e ne dimentico di certo tanti. Lacune  che, a chiusura del libro, un Dizionario dei registi, inspiegabilmente incompleto, conferma.

Non si riescono davvero a capire l’incompletezza della ricerca e l’inadeguatezza della documentazione che hanno portato a disegnare un panorama tanto parziale, visto che Giovanni Spagnoletti, è grande studioso, esperto unico di cinema tedesco, critico acuto, e si sarà di certo avvalso di collaboratori alla sua altezza.

Durante la lettura si viene oppressi dalla sensazione di partecipare ad un cenacolo di autori, critici ed esperti, che si intrattengono con ricche citazioni, forbite analisi (appaiono termini come “mnemotopo” e “decostruzione di mitopoiesi o meglio decostruzione di secondo grado o meta-decostruzione”), convenevoli da manuale “Cencelli” del documentario, attenti nel non trascurare nessuno del proprio gruppo. Finiscono essi quindi, per autoriconoscersi come i predestinati  alla tutela e salvaguardia del territorio filmico del documentario, gratificati nell’ammettere nella ristretta cerchia ora un giovane virgulto, ora un astro nascente, ora un vecchio collega al momento un po’ dimenticato. Non c’è di conseguenza da meravigliarsi dei  retorici riferimenti a Roberto Rossellini e Cesare Zavattini nel perenne voler perpetuare una diretta discendenza ideale, in assenza di quella biologica.





Il pianeta azzurro (1982), regia di Franco Piavoli


Nel volume sono riportati dati straordinari (nel 2011 la produzione è salita a 519 opere): solo quantità. In un momento di eccezionale difficoltà nel produrre con qualità ci sarebbe stato davvero bisogno di un lavoro documentato, completo ed imparziale. In una drammatica contingenza, di sostanziale indifferenza delle istituzioni, di strapotere televisivo impermeabile, fa specie dover anche far fronte ad una “casta” che si arroga, per mancanza di lealtà, il diritto di filtrare e quindi di selezionare (senza dichiarare un preciso criterio) il patrimonio storico di un certo cinema. Un patrimonio che si diffonde, in questo come in altri simili casi, con la circolazione del volume tra gli studenti universitari e tra gli operatori culturali, responsabili quest’ultimi spesso delle programmazioni di proiezioni pubbliche. In sostanza Il reale allo specchio è una pubblicazione  che danneggia di fatto la conoscenza di un settore  vario e vitale del  nostro cinema: una vera e propria occasione persa per l’editore, e per un regista una ragione di tristezza in più.

 

 




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