SPAZIO LIBERO
POLEMICHE
Lasciateci liberi
di scrivere
e di essere originali


      
Qualche mese fa abbiamo pubblicato un articolo di Simone Rebora che recensiva i libri di quattro esordienti poeti fiorentini:
(http://www.retididedalus.it/Archivi/2012/
giugno/LETTURE/5_cuppini.htm
)
Uno di questi poeti in dissenso con quanto scritto sul suo volume, ci manda questo testo che affronta, in termini teorici e filosofici, il problema della critica e delle categorie critiche. Rivendicando altri paradigmi per giudicare la ricerca di nuove voci che, attraverso il recupero dell’oralità e il rifiuto delle tecniche tradizionali, cercano di creare una poesia che si smarchi dai sensi e dai significati dominanti e che si opponga all’assoggettamento ai poteri (anche culturali) vigenti. Il dibattito è aperto.
      



      

di Edoardo Olmi

 

 

Niente di nuovo sul fronte occidentale

 

La critica è un mostro strano. Senz'altro qualcosa di almeno un po' compromettente, se pensate che porta l'ambiguità già nel nome. Alzi la mano chi – nell'ingenua purezza della propria fanciullezza – non ha pensato neanche per un attimo di essere rimasto fregato da un qualche dio ballerino, quando ha scoperto che la critica non è soltanto quella che si fa al/lla compagna/o di banco per far venire i complessi sul taglio di capelli, proprio il giorno in cui deve chiedere di uscire al nostro sogno erotico preferito.

Perché da fanciulli – si sa – si è poco inclini ai compromessi. E spesso ci si domanda quanto di quello a cui viene formata quella che poi impareremo a chiamare “la nostra soggettività” ci servirà davvero, e quanto invece sarà appunto più un compromesso inevitabile alla sopravvivenza nel mondo degli adulti.

 

“Ci si lasci almeno liberi quando si tratta di scrivere” diceva Michel Foucault. Lui che riteneva nessun soggetto essere formato come libero. E allora sì, in un paese la cui tradizione poetica è segnata da avanguardismi ed élitismi – tanto nella sua versione più classica quanto a volte in quella critica – parte di un “occidente” dominato da tecnicismi, antropocentrismi e immaginari colonizzati (che in una sua vera omogeneità, forse esiste solo proprio in quel dominio), verrebbe voglia che anche la critica letteraria non scendesse mai a patti con quel dio ballerino.

 

Perché ciò che può caratterizzare quella formazione di soggettività, è il suo scollegamento da quello che c'è di più originario proprio nel fare poesia, e cioè il ritmo ontologico del vivere e le sue potenzialmente libere e indipendenti produzioni di senso/nonsenso. E conseguentemente, penso, la capacità di appropriarsi delle parole e ribaltare i termini dei discorsi in quelli che Foucault definiva “giochi di verità”.

Il sapere del resto, sostiene ancora Foucault, è in ogni epoca in intimo rapporto col potere.

 

E tuttavia quell'anti-umanesimo che oggi va per la maggiore, pone a mio avviso sempre più dei problemi riguardo lo stesso soggetto umano, e conseguentemente circa le produzioni di verità di un possibile approccio critico. Li pone forse perché non dà risposte adeguate sull'origine del soggetto stesso.

Penso infatti che quello stesso anti-umanesimo – per l'interpretazione che ne viene data in certi ambienti o per suoi stessi limiti di fondo – mantenga più o meno involontariamente la propria prospettiva internamente e non esternamente a quella “religione cartesiana” tanto osteggiata, passaggio costitutivo della soggettivazione e dell'assoggettamento da parte del potere (o meglio si dovrebbe dire, dei poteri diffusi).

 

E d'altra parte sarebbe già credo l'interpretazione foucaultiana a non permettere di fatto un punto di vista potenzialmente esterno rispetto a quella religione cartesiana. Dove anche la libera autocostruzione del soggetto sembra sempre avvenire a posteriori rispetto all'accettazione di norme e paradigmi propri dell'assoggettamento, conservando un punto di vista interno anche quando egli ricerca un'analisi dal basso di quella che chiama la microfisica del potere, limitando la comprensione strutturata di quei meccanismi di dominio.





Lome, I Colori della Poesia (omaggio a Zanzotto), 2012


Similmente alla contraddizione nella quale sembra cadere la soggettualità di Deleuze, nel contrapporsi alla soggettività cartesiana piuttosto che ricercarne una diversa più originaria, e finendo magari così col riprodurla a parti invertite, quando non ad averne bisogno per sussistere.

Essi partono da una giusta critica a un soggettivismo – come riconosceva ad esempio anche lo stesso Foucault – di origine teologica, senza riuscire però ad andare pienamente oltre.

 

Non è infatti la storicità in sé del soggetto ad essere messa in discussione. Quanto appunto la sua genealogia, che può porre a mio parere le proprie basi nella liberazione dell'istintualità, del subconscio e dell'irrazionale, e ad essi fare continuamente ritorno nel suo rinnovarsi ed evolversi in quel ritmo ontologico del vivere.

 

Se accettassimo questo punto di vista ne conseguirebbe che l'approccio anti-umanista non è esso stesso in grado di cogliere a pieno la storicità del soggetto, se non da un punto di vista e in una prospettiva essi stessi dominanti/dominati, per quanto “criticamente dominanti/dominati”.

L'esclusione di inconscio e irrazionale dal campo della soggettività può finire di fatto col deresponsabilizzarli e limitarli, accettando essa stessa l'idea di una frattura fra essi e la coscienza. Non permettendone fino in fondo una presa potenzialmente libera, e relegando di fatto la soggettività (individuale e sociale) e quindi le possibilità di manifestazione della vita.

 

Queste contraddizioni si manifestano oggi a mio avviso sia in certi settori della “controcultura” e dell'underground sia, come rovescio della stessa medaglia, in certa critica di matrice accademica, che ha acquisito i vari Foucault, Deleuze, Bene, Heiddegger come linee guida fondamentali.

 

E così ad esempio accade che, volenti o nolenti, aspetti come il livello tecnico o l'elaborazione formale possano essere ancora oggi discriminanti fondamentali per l'apprezzamento o anche solo la reale attenzione di certa nostra critica nei confronti di un'opera poetica, fosse essa anche un'opera caratterizzata da un approccio – appunto – “critico”.

E può accadere che consapevoli volontà di evitare qualsivoglia tecnicismo, anche partendo da libere scelte tecniche essenziali che evolvano progressivamente verso forme più complesse (come vorrebbe ogni metodo induttivo), vengano considerate ingenue o banali.

Come se nel bel mezzo del tecnicismo occidentale fare “tabula rasa” dei saperi tecnici non sia un primo passo fondamentale verso la ricerca di una possibile originalità stilistica. Come se qualsivoglia centralità dell'aspetto tecnico – per quanto autocostruita e critica – non sarebbe costretta a venire a compromessi con i paradigmi dominanti e non corresse il rischio continuo di “auto-istituzionalizzarsi”.

Senza per questo fare alcun facile nichilismo spicciolo, sottovalutando l'importanza che la tecnica o il lavoro di elaborazione formale hanno nella riuscita complessiva di un'opera poetica.

 

Ma anche paradigmi come l'immaginario e l'uomo, il mito, nonché un certo bisogno di nuova spiritualità/religiosità stanno riemergendo in direzione per certi versi anche positiva, ma per altri problematica. Rischiando di riprodurre – come detto – capovolgendoli, quando non addirittura di riacquisire, diversi dei paradigmi verso i quali si rivolge quell'approccio critico.

E questo, credo proprio per l'eccessiva ondivaghità e ineffabilità con le quali l'anti-umanesimo degli ultimi decenni ha affrontato il problema dell'irrazionale e dell'inconscio al di fuori del campo della soggettività. Importante in tal senso potrebbe essere perciò dare una rispolverata critica a lavori come quelli di Jung sul subconscio, di Feuerbach sull'essere e di Chomsky sulla linguistica.





Jack Hirschman, poeta tardo-beat americano


Nonostante addirittura già dai tempi di Dante Alighieri la dimensione primariamente orale del fare poesia sia stata messa in evidenza. Nonostante – per rimanere in tempi più recenti – tutti gli sforzi fatti da varie avanguardie contemporanee per recuperare questa oralità, restituendole una diffusa accessibilità senza per questo essere pop.

 

Penso dunque che ciò di cui più oggi abbiamo bisogno, sia una nuova e diversa soggettività possibile. Possibile, non obbligata. In questo la poesia può giocare un ruolo importante a partire appunto da una liberazione del subconscio/irrazionale, che evolva verso una nuova e più consapevole presa di (auto)coscienza, individuale e sociale. E che in quel ritmo ontologico del vivere continuamente torni e si rinnovi.

L'approccio tecnico di questo tipo di poesia, credo sarebbe perciò inevitabilmente eclettico.

 

E può giocare un ruolo importante, perché da sempre ciò che è una valida “unità di misura” di un'opera poetica, è la sua capacità di rompere con i linguaggi dominanti del proprio presente.

 

Abbiamo bisogno di nuove voci; perché in quest'ottica, solo voci autentiche possono smascherare sensi e significati dominanti, dando prova di punti di vista e giochi di verità (quindi di vissuti) concretamente al di fuori dell'assoggettamento, fosse anche necessario svilupparli a posteriori rispetto alle sedimentazioni.

Posto che se c'è una cosa su cui Foucault aveva pienamente ragione, è che il potere è coestensivo al corpo sociale, e che questa fuoriuscita è dunque su un piano potenziale (il che può anche rendere quello stesso momento cartesiano come un passaggio a suo modo necessario). Perciò inevitabilmente ogni opera letteraria risente, “nel bene e nel male”, del proprio tempo.

 

E in tempi di crisi del modernismo e del post-modernismo, forse abbiamo bisogno anche di evitare facili avanguardismi e non dimenticare che non necessariamente tutto ciò che è “vecchio” necessariamente è da buttare, ma può essere per così dire recuperato nell'ambito di ricerca di un'originalità.

 

In conclusione, vengono alla mente le parole di Jack Hirschman, poeta vicino e al tempo stesso critico della beat generation, amico personale di Ferlinghetti e fondatore del progetto delle Revolutionary Poets Brigade:

 

Go singing whirling into the glory

 

of being ecstatically simple.

 

Write the poem.

 

 




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