SPAZIO LIBERO
LUCA BIGAZZI
Il talento dell’uomo con la macchina
da presa


      
“La luce necessaria” è un libro-intervista curato da Alberto Spadafora, incentrato sulla figura di uno dei più bravi direttori della fotografia del cinema italiano. Professionista rigoroso capace di rifiutare danarosi contratti internazionali per lavorare con una piccola produzione indipendente nostrana. Riconosciuto artista dell’immagine in movimento, è un ricercato collaboratore di molti registi-autori, da Mario Martone a Gianni Amelio, da Silvio Soldini a Ciprì e Maresco e Paolo Sorrentino.
      



      

di Francesco Carini

 

 

La luce necessaria. Conversazione con Luca Bigazzi (2012, € 15,00) è un libro-intervista curato dal fotografo e critico cinematografico Alberto Spadafora ed edito da Artdigiland, una nuova casa editrice con sede a Dublino. Il lavoro suggerisce un’equivalenza fra la personalità di Bigazzi e quella di questo coraggioso progetto che coniuga editoria digitale e broadcasting in un mix di tradizione e innovazione tecnologica. Silvia Tarquini, direttrice editoriale, descrive nella prefazione il modus operandi di Bigazzi, fondato sulla qualità e non sulla sete di gloria o di denaro. Il fatto che questo direttore della fotografia abbia rifiutato un contratto in The Iron Lady per lavorare a Io sono Li di Daniele Segre chiarisce quali siano i principi alla base del suo lavoro.

 

L’introduzione di Spadafora delinea le caratteristiche più importanti del lavoro di Bigazzi. La sua crescita professionale a Milano, lontano dalle caste cinematografiche e dai meccanismi romani, il sodalizio con il compagno di scuola Silvio Soldini come base per l’inizio di un percorso indipendente; l’innata curiosità; il desiderio di non smettere mai di sperimentare; la volontà di “servire” l’idea del regista; dunque la ricerca di uno stile flessibile a seconda delle necessità del film, ma sempre fedele ad un realismo di fondo. Qualità che lo hanno reso sei volte vincitore del David di Donatello.

 

Autodidatta, quasi “avverso” all’idea stessa di “scuola”, Bigazzi non ha mai avuto maestri. Il suo lavoro si è sviluppato a Napoli, Palermo, Torino e dovunque il cinema italiano mostrasse sussulti di autorialità e indipendenza produttiva. Al capoluogo campano l’artista è molto legato per le sue qualità sociali, come il centro storico popolato da classi popolari e non da classi borghesi. Qui realizza con Mario Martone Morte di un matematico napoletano e L’amore molesto.





Dal filtro giallo di Morte di un matematico napoletano alle luci gelide de Le conseguenze dell’amore, passando per il digitale usato in Copia conforme di Kiarostami o per le atmosfere cupe de Il divo, senza dimenticare naturalmente vertici di cinema quali Così ridevano di Gianni Amelio o Totò che visse due volte di Ciprì e Maresco, Bigazzi è riuscito sempre nell’intento di creare inedite “fotografie sociali”.

 

Altro suo interesse è quello per l’attore. Si pensi a Toni Servillo. Dalla robotica sequenza di movimenti di Titta di Girolamo alla tremenda e calcolata lentezza di Giulio Andreotti, Bigazzi è riuscito a mettere in risalto il carattere intimo dei suoi personaggi. O si pensi al mostro sacro Sean Penn (alle prese con l’intensa interpretazione del cantante Cheyenne) in This Must Be the Place di Sorrentino. Nel libro Bigazzi racconta la particolare vicinanza che si stabilisce tra lui alla macchina e gli attori.

 

Oltre ai nove capitoli attraverso i quali si snoda l’intervista, il volume include ventuno testimonianze di registi, attori, produttori, fotografi di scena del cinema italiano. Queste testimonianze tracciano un profilo ricco, complesso, preciso: il genio di un artista, una professionalità teutonica, l’umiltà di un artigiano, l’entusiasmo di un bambino. Scrive Gianni Amelio: «Come abbia fatto a raggiungere la vetta in un mondo che sventola l’ipocrisia come bandiera è ancora un mistero per me. Il talento su quello non si discute. Ma non basta. Ci vuole qualcosa in più che ti renda compagno di strada insostituibile, confidente e confessore».

 

 

 

 

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