LUOGO COMUNE
CINEPRIME – “REALITY”
L’insostenibile
fiction
di una mancata
star televisiva


      
Il film di Matteo Garrone, premiato a Cannes, ma escluso dalla corsa all’Oscar, racconta ora con tenera mestizia, ora con graffio burlesco la parabola di un pescivendolo partenopeo, che aspira a partecipare al “Grande Fratello” del piccolo schermo. Una vivida commedia sulla ‘cosa nostra’ mediatica, plebea e trash insieme, che rimanda anche ai personaggi sudici e feroci, posseduti e sterili come sottoproletari neo-‘accattoni’ della pellicola di Daniele Ciprì “È stato il figlio”, ambientata a Palermo.
      



      

di Sarah Panatta

 

 

Trotto barocco. Sinuosa comparsa, intromissione artificiale nel domino sciatto di pareti e tetti crivellati da civiltà deportate/disorientate. Trotto alieno. Nel reticolo carraio dell’ipnosi peri-urbana. Fino al varco di un tronfio eden a metà prezzo, disneyano mostro (edilizio). Trotto dentro. Nel chiassoso impasto della fortezza. Trangugiata da covata ipertrofica. Pressata nell’adrenalina anestetica della cerimonia-con-vitto, vacanza discount. Convulsione adesiva il cerone fremente ombreggia depressioni e precipizi. Nella disgregazione atonale dei costumi in ballo, del ballo travestito. La fuga tardiva dal carosello low cost pesante protegge dai vespri, guardiani della rapida eversione. Sonnambulo il ritorno al nido-arca, al girone integro, impronta ancestrale di “altre” pestilenze, dove il parentado reduce metodico si spoglia. Nel labirinto dei cubicoli casalinghi, nella routine cieca della vicinanza forzata emerge. Senza pudori respira allo specchio l’incarnato lusingato dal neon della festa. Arrendevole la carne esplode nelle grinze di una cronologia prefabbricata. Preso dal sole incombente, sulla piazza feriale già strepita il mercato stremato dei lupini. Mentre sull’uscio discreto dei tinelli si contratta nella purezza del dialetto-sigillo la moltiplicazione fittizia di rate e robot. Sotto il fumo perenne di fornelli traboccanti i ghigni pensionati insospettiti dalla truffa a micro credito. E il concilio matriarcale della miseria. Pellicola di resistenza/contatto.

Vinti, quinte (im)mobili, imbonitori. Tutto nel piano sequenza simmetrico ebbro di spiriti e di promesse. Oleografia satura che illumina in allucinazione pietosa, ma non deformante, l’inconsapevole connaturata putrefazione antropologica di una società interstiziale, agganciata all’oggi disindividuante con l’innocenza derivativa di una sottomissione avvertita come inevitabile. Esca astutamente cinefila che trita nell’orgia pittorica di un rivendicato patriottismo il baccanale felliniano, autocritica/crisi borghese e rito nostalgico di auto(riale) agnizione; la sospensione multidimensionale degli uomini in più del provocatorio Sorrentino; la sublime idiozia degli antieroi magici di Benigni. L’incipit terso e straniante di Reality[1], ultimo sovra-premiato film di Matteo Garrone – regista parco dall’estetica intuitiva e frustata, ossessivamente etichettato dalla propria Gomorra, dunque appaiato alla vocazione documentaria del tele-pastore Saviano – annuncia con umiltà scalpitante la volontà distensiva dell’intervallo/svolta. Dall’occhio clinico sull’epica delle eco-mafie alla commedia sbigottita che chiama a raccolta “tipi” e scorci da Visconti, De Sica, Totò&Peppino, Troisi, Nichetti, Tornatore, Crialese... Non un manifesto della propria nouvelle vaugue. Non assalto al botteghino. Ma una rappresaglia intellettuale, che diventa “pezzo” di “colore” sulla scia sicura dei padri. Un divertissement che accetta travisamenti. E attraverso la cifra della frode (del dramma) semantizza (blando) se stesso, tanto nello script quanto nella ri-costruzione sonoro-visiva. Se il titolo/antifrasi confessa l’oggetto dell’opera(zione), la vita riprodotta/riproducibile, la pellicola stessa è scherzo. Reality “non” è.





Aniello Arena, protagonista di Reality (2012)


Non il compendio onirico della modernità dissanguata dal potere massmediatico o dal ludibrio dei social network profetizzata da Warhol e McLuhan. Non il metalinguaggio/cerniera dello shakespeariano dilemma libertario di Cesare deve morire[2] (in competizione per entrare nella cinquina degli “stranieri” da Oscar). Non la lamina viscontiana che seziona sottile, senza sangue, il consorzio affabile delle belve che ama, sfama, condiziona, sfrutta, espelle il singolo non integrabile. Non la traduzione grottesca dell’ipotesi orwelliana introiettata dall’italianità media, falena da temporary shop/show. Non la denuncia anacronistica dei travagli interiori dell’individuo allettato dalla fama-paga takeaway dell’esposizione gieffina, fenomeno sbrigliato dal circuito catodico e reiterato nel self reporting link-abile del web. Non la spietata oracolare parodia alla Risi dell’arruffata moralità nostrana, o il ritratto pirandelliano e (anti)moralistico della spinosa tendenza alla prostituzione mentale dell’uomo-click. Né l’osservazione mitopoietica del soggetto globalizzato, senza qualità, progressivamente intrappolato nel fine e/o nel mezzo, sulla rotta fortuita e maligna di un’america imponderabile, sulla scorta di Dostoevskij-T.Mann-Kafka-Ballard-Cronenberg.

 

Forse salvifico ripiego, dal docufilm sul gossip boy[3] vittima sorniona del culto dell’epifania ipermediale, alla giostra-reality della pescheria, crocevia di voci e sguardi, rettificata prospettiva sui moti del pubblico/audience/proletariato coevo.

Reality simula, racconto epiteliale, seduzione. Lontano sebbene non digiuno della logica storico-psicoanalitica che alimenta lo stratificato ciclo eduardiano[4], dal quale impara la lezione sull’insopprimibile ruolo della massa, Garrone confeziona con intenerita mestizia il suo balocco. Dolce burla. Monopoli napoletano, unico concorrente una compagnia di freaks/zavorre sociali. Dopo l’incenso di Cannes, le polemiche giornalistiche sulla procrastinazione distributiva e il countdown per cinquine hollywoodiane mancate galleggia nelle sale tra le ideologie nomadi di Ciprì, Virzì e altre dissonanze. Con il sottotesto del fantastico felliniano che emulsiona il non-luogo di fiammanti “bassi” nostrani – luminescenza/oltraggio camp – Garrone lancia un omaggio alla parabola di Collodi. Il suo Pinocchio non produce menzogna, la assorbe. E alla fine semplicemente si ammala per evitare la convenzione dei giorni da banco (come ogni precario sull’orlo dell’abbandono al coma neuronale-da-callcenter, neoplasia sociologica quanto il “trauma da GF” diagnosticato nel film), cedendo al desiderio di una farsa impossibile. Garrone trova così una alleniana Cenerella da seduta freudiana condominiale. Assillata dall’alternativa lampo (“latitante”) al lavoro che oblitera.

Luciano pescivendolo[5] artiglia il copione della star televisiva catturata nel pascolo troppo-umano, ruzzolando nel vuoto caldo ma appuntito dell’illusione-da-set. La casa zucca infestata da grilli-spia non si trasforma in carrozza. Ma racimola gli scarti appariscenti, trine e paillettes, di un inappagato carrozzone che si trascina da iperfeste matrimoniali serializzate nell’economia della collettivizzazione simil-vip, a provini incidentali schermati dal volume spumoso e refrattario di una folla passivamente eccitata dalla ridicolizzante altrui sfida; dai fan club ipotizzati da vicini impazienti, ai pellegrinaggi storditi ponteggiati tra i ruderi della città eterna.





Un'altra scena del film diretto da Matteo Garrone


Assalito dalla famigliola kitsch all’uscita degli studios romani Luciano incarna per un istante certi integerrimi fiduciosi profani ladri di biciclette. La schiettezza amara, monolitica e asciutta, assopita nell’ostinazione dei volti, trasparenti di miseria condivisa, diventa in Garrone icona post- dell’anarchia fallita di esseri-membrana, soli nel mucchio selvaggio della civiltà aggiornata alla crisi-sistema. Abitata da bozzoli che bramano la crisalide-occasion(nal)e nella scenografia pazientemente disegnata di un ripostiglio-confessionale quasi-televisivo come nella improvvisa ribalta tecno-pop del centro commerciale. Gli uomini sceneggiati in ritardo da Garrone/Braucci/Chiti/Gaudioso sono la platea distopica e ingorda di un imprecisabile sud. Grumi vitalistici ma snervati dall’infotainment, “numeri” di un circo che ruba i colori ruspanti del melò almodovariano e defluisce, carica batterica inertizzata, dalle scalinate spiraliformi (scheletri/nemesi del cambiamento rinviato) di abitazioni-reliquia(ri), o dagli scivoli di acqua park fibrillanti, su misura per uomini-tenia dell’estate forzata, orfana di vacanza.

Scarna traccia eduardiana, casualità tradente, resta soltanto la zigomatica perplessità di Luciano/Aniello, correo-refuso della vertigine fuori orario dell’italico oggi. Marionetta volontaria di un mondo di cui non possiede autonomi codici di accesso Luciano è il bottegaio folkloristico a rischio emarginazione, prestigiatore senza bacchetta. Abulico accattone che non vede la ruggine ispessita sulle pareti dell’Io, inalata invece dai protagonisti residuali di Ciprì (è stato il figlio[6]). Iper reali e sudici, vivono consensualmente la condizione dello scarto, inseminati dalla colpa dell’avidità, gabbati dal progresso. Incrostazioni trascurabili aspettano anch’essi, dai buchi storti di casermoni sepolcrali, l’evento imprevedibile. Non l’audizione per il “GF” ma l’omicidio della prole, miniera di fantomatici rimborsi statali. Tra Burton e Sorrentino, Ciprì nasconde nel logorroico assemblaggio di personaggi pseudo-palermitani la cortina temibile del non detto. La parola di libertà taciuta, scavata nel verbo roccioso dell’idioma siculo, si tramuta in assicurazione di invalidità sociale. Sillabata dalla schizofrenia del figlio. Erede della disfunzione familiare, menestrello disconnesso, in coda per l’ammissione alla “casa”.

Del ricordo.

 





Toni Servillo in È stato il figlio (2012), regia di Daniele Ciprì




[1]Regia di Matteo Garrone. Con Aniello Arena, Loredana Simioli, Nando Paone, Graziella Marina, Nello Iorio, Nunzia Schiano, Rosaria D’Urso, Giuseppina Cervizzi, Claudia Gerini, Raffaele Ferrante, Paola Minaccioni, Ciro Petrone, Salvatore Misticone, Vincenzo Riccio, Martina Graziuso, Alessandra Scognamiglio. Soggetto Matteo Garrone, Massimo Gaudioso. Sceneggiatura Maurizio Braucci, Ugo Chiti, Matteo Garrone, Massimo Gaudioso. Direttore della fotografia Marco Onorato. Musica Alexandre Desplat. Scenografia Paolo Bonfini. Costumi Maurizio Millenotti. Suono Maricetta Lombardo. Montaggio Marco Spoletini. Prodotto da Domenico Procacci e Matteo Garrone. Co-prodotto da Jean Labadie. Una co-produzione Archimede-Fandango, Le Pacte-Garance Capital, con Rai Cinema. Distribuito da 01 Distribution.

 

[2] Del film dei Taviani (vincitore della XII Berlinale), nitido e coraggioso ma poco omogeneo a causa di una sceneggiatura talvolta posticcia, Reality condivide non soltanto l’uso sovrapposto di scenografie in parte palesemente cartonate in parte materiali e vissute, specchio della doppiezza narrativa delle opere, illusioni di realtà e realtà di illusioni. Ma anche e soprattutto la scelta di interpreti-detenuti temporaneamente strappati alle sbarre, ottimi (semi)professionisti allevati in compagnie di maestri riconosciuti come Fabio Cavalli e Armando Punzo. Se tuttavia Cesare deve morire “vive” del dissidio psicologico dei suoi carcerat(tor)i, pedine senzienti della metafisica del palco – lacerante ma edificante transito identitario – l’ergastolano Aniello Arena, figura(nte) perno di Reality, non rappresenta nel film il valore aggiunto dell’Ego duplicante. Arena è istintività caparbia, svuotata e impermeabile. Corazzato istrione antitetico rispetto al “suo” Luciano Ciotola, irreversibilmente rapito dalla propria favola.

 

[3] Come lascerebbe intendere il fatto Garrone abbia rinunciato, per le implicazioni scandalistiche e per controversi diritti di privacy, al biopic su Fabrizio Corona. Incentivo per cambiare bersaglio?

 

[4] Nonostante le affermazioni pubbliche dello stesso Garrone, aduso sin da giovanissimo al linguaggio teatrale (come è pur chiaro dall’orchestrazione dei corpi attoriali e dei tempi dialogici e dialogati nello spazio scenico compresso e brioso della sua ripresa filmica) anche grazie all’influenza celebre del padre critico, e nonostante l’insistenza di molta critica, appare grossolano e distorto l’accostamento a De Filippo. Azzardo filologico la comparazione degli ambienti parentali e affettivi, come pure sociali di Reality con l’ineguagliata Italia milionaria nell’opera eduardiana. I testi di Eduardo, minuziosamente bilanciati tra l’abbraccio contagioso della coralità e l’intromissione/evasione destabilizzante del singolo, scrutano e rielaborano problematici l’ipocrisia dei tempi. L’indifferenza di classe, la nausea degli stereotipi culturali e sessuali borghesi, il muro emotivo della famiglia, la convivenza coatta dell’indigenza, i sotterfugi bellici dilazionati in ogni Presente, la misoginia autorefereziale, l’eclissi del patriarcato, il potere creativo e mistificatorio della donna, le micro mafie rionali e politiche. La matassa urlante dell’Italia (regionale) ricchissima e perdente attraverso l’uomo traballante e agnostico, gravido di domande e di rimpianto. In Garrone permane il “gusto” della comunità napoletana tradizionale ma svanisce sia il radicamento culturale sia il rovello personale insanabile. Il suo Luciano annaspa in un delirio semi-serio e apatico, conservando lo scacco ma non la brutale distruttiva capacità introspettiva del galantuomo eduardiano.

 

[5] Vaga, contraddittoria, forse beffarda, irriverente connessione del Luciano/Aniello pescivendolo, uomo senza causa nel mondo dell’indignazione flash, al Maso Aniello proto repubblicano, pescatore rivoluzionario nella Napoli monarchica tardo barocca (fine anni quaranta del ’600) appena lambita dai terremoti di un’Europa imperiale in declino.

 

[6] Ita 2011. Con Toni Servillo, Giselda Volodi, Alfredo Castro, Fabrizio Falco, Aurora Quattrocchi, Benedetto Raneli, Piero Misuraca, Giacomo Civiletti, Alessia Zamitti. E con l’amichevole partecipazione di Pier Giorgio Bellocchio. Soggetto Roberto Alajmo, Massimo Gaudioso, Daniele Ciprì. Sceneggiatura Massimo Gaudioso, Daniele Ciprì, con la collaborazione di Miriam Rizzo. Fotografia Daniele Ciprì. Con la collaborazione di Mimmo Caiuli. Scenografia Marco Dentici. Montaggio  Francesca Calvelli. Con la collaborazione di Alfredo Alvigini. Musiche Carlo Crivelli. Organizzazione generale Francesco Tatò. Produzione esecutiva Faro Film. Coprodotto da Fabio Conversi. Una coproduzione Passione e Babe Films. In collaborazione con  Rai Cinema. E in collaborazione con Palomar. In associazione con Aleteia Communication. In associazione con Faro Film. Distribuito da Fandango Distribuzione.

 




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