LUOGO COMUNE
DALLA RETE ALLA CARTA
“Noi Rebeldìa 2010” assume
il formato libro


      
L’esperimento pluripoetico nato e sviluppatosi sulle pagine elettroniche delle Reti di Dedalus di “We are winning wing” approda alla pubblicazione cartacea, suscitando varie perplessità. La sfida lanciata da un folto gruppo di poeti di lasciarsi anonimamente trasfondere in un multitesto appartenente a tutti e a nessuno, decostruendo l’io individuale e costruendo un “Noi” collettivo, da intendere anche come ‘general intellect’ lanciato contro il sistema politico-editoriale e culturale, parrebbe avere nelle dinamiche del web il suo naturale habitat, mentre si depotenzia dentro un volume tradizionale. Resta, comunque, un esperimento felice aperto a tante interrogazioni e a possibili evoluzioni future.
      



      

di Domenico Donatone

 

«No, non siamo per la rinuncia ma per la scelta |

della traccia da lasciare, passo dopo passo, |

perché è tempo di sapere da che parte stare |»

(We are winning wing, “Noi Rebeldìa 2010.1.1”, p. 20)

 

Quando l’avanguardia gioca con la rete, fa politica e disconosce la poesia lirica

 

Oltre alla scomparsa dei politici, dei partiti, dobbiamo incominciare a riflettere anche sulla scomparsa dei poeti? Pare questo il tema che più sorprende e cattura, sollevato da un movimento letterario dal nome “Noi Rebeldìa 2010We are winning wing (a cura di A. Contiliano, ed. CFR, Piateda [SO] 2012, pp.78, € 10,00), mentre intorno a noi visibili sono le macerie di un mondo che pensavamo di conoscere. Prima di rispondere a questa domanda, però, s’impone una riflessione. Una riflessione sulla poesia attuale. Se dovessimo sintetizzare forme e stili, moduli e contenuti, potremmo dire che ce ne sono tanti quanti al contempo se ne annullano. Tutto brucia e tutto si ricrea sulla pagina: dal rigore della metrica alla totale assenza di regole. Di tutto è ormai testimone la scrittura. Non ci sono più strade maestre da seguire, ma mille incroci, mille bivi, mille sottopassaggi, e ognuno sceglie il proprio. Può sembrare scontato tutto ciò, invece va ribadito, specie se nuovi linguaggi tendono a raggiungere la vetta. È in questa rete che ormai si gioca una partita che non ha più regole, che non ha più aggettivi che diventano sostantivi, i celebri e cari ismi che si pagano ad un prezzo che decide il mercato. Una babele che con l’avvento di nuove tecnologie si è trasformata in rete.

È questa oggigiorno la parola d’ordine, quell’open source, la “sorgente aperta”, dentro cui ognuno getta il suo pensiero, la sua ragione d’esistere o di non esistere. La rete! Internet, bacino infinito di affluenza continua che scatena la nuova storia della comunicazione. Se si vuole essere ottimisti si può dire che la rete ha senso se in essa si realizza un “fare rete”, uno stare dentro quel mondo di espressione con un metodo, con una regola, con uno studio della rete che produce comprensibilità e non comprensione emotiva, non un atto critico attraverso cui si dice “sì, ti capisco, desideri fare la rivoluzione, ma poi la realtà è sempre quella che sta fuori”. Fare rete significa anzitutto stare dalla parte della rete. Volendo essere invece legittimamente incerti e dubbiosi, la rete è una babele troppo enorme per essere letta e selezionata, troppo grande per garantire quella democrazia di parola altrove negata. In rete si parla, si comunica, si scrive, certo, ma si comunica e si parla e si scrive anche con troppa facilità, e le truffe lo confermano, i “maghi” della rete lo confermano, per cui tutto, ancora una volta, va rimesso in discussione.

In questo attuale arabesco in cui è molto facile perdersi se non si dispone di un patrimonio di studi capace di fare interagire il soggetto con l’oggetto extra-funzione-virtuale della rete, una letteratura nuova, sperimentale (termine ormai ossessivo!), si è mossa tentando di esprimere per la prima volta la funzione oggettiva del “fare rete”. Sto parlando di una sigla dal nome “Noi Rebeldìa 2010” sotto la quale esiste un collettivo anonimo di poeti, che non fa parte di nessuna scuola e di nessuna editoria, di nessun gruppo così inteso com’è stato fino agli anni Sessanta e Settanta del Novecento: un gruppo non blindato, ma facente parte della rete. Il gruppo nasce in internet e si sviluppa e propaga in internet, da un indirizzo e-mail ben preciso che individua la residenza virtuale dei soggetti costituenti: mikenous.rebeldia@gmail.com . Ma la procedura non è semplice, anzi, in qualche modo è curiosa e tipica di un movimento d’avanguardia. Per spiegarla meglio si riporta qui l’esatta attribuzione delle modalità/regole datesi dal gruppo stesso:

 

«“Noi Rebeldìa 2010” è il nome di un soggetto collettivo poetico che si vuole sperimentare nella costruzione di un testo collettivo poetico comune. Un’operazione costruttiva dove il soggetto e la soggettività singolare del singolo poeta, chiamato a partecipare, si presentano come “io noi”, ovvero una voce che parla con la voce del gruppo. Una intelligenza e una volontà collettiva, allegoricamente attraversate e motivate da un “disinteresse-interessato” per il “bene comune”, e orientate a una produzione poetica in cui le scelte estetico-simboliche e/o linguistico-semantiche siano “sema” etico-politico e antagonismo sociale, e la potenza d’uso della poesia, della lirica, non sia più deprivata dell’impegno. Naturalmente gli “intimisti” possono rimanere nel loro lager.[1]».

 

E ancora:

 

«È tempo che il “risveglio” diradi il “sonno” e anche la “lucidità” di una ragione strumentale stragista e criminale. C’è bi-sogno cioè di una parola e di una volontà collettiva poetica che costruisca il “comune” in/di un testo poetico collettivo sine nomine lì dove il pensiero, l’azione, il linguaggio e la scrittura di ciascuno abbia ragione di essere solo nell’identità dinamica e ibrida di un comune ‘general intellect’ poetico senza il quale non c’è stilo individual-individualistico che possa sopravvivere. Un ‘general intellect’ poetico cioè che non è priorità di nessuno in particolare, ma di tutti, disponibile per tutti, e senza copyright, perché generato nel tempo dall’intelligenza sociale dentro cui solamente si differenzia quella delle singolarità di ciascuno[2]».





Avete capito? Di materia filosofico-programmatica ce n’è per discutere fino all’infinito. Le parole d’ordine di questo movimento d’avanguardia sono “testo poetico collettivo”, “scelte estetico-simboliche e/o linguistico-semantiche” come “sema”, quindi nuovo significato, e, per di più “etico-politico”, pronto a favorire un “antagonismo sociale”. Si aggiunga a ciò l’intento pragmatico tipico di ogni avanguardia, la volontà di costruire un testo poetico collettivo, sine nomine, che fa da incipit per altri poeti che si agganciano, scrivendo altri versi, generando appunto un “intelletto collettivo” e non più personale, senza che l’autore emerga come protagonista ma sia invece strumento di adesione, unico e inscindibile. Come si regge questo strumento collettivo di confronto? Si regge facendo rete. Scrive Marta Barbaro a commento del manifesto programmatico di “Noi Rebeldìa 2010”: «Cosa succede se un gioco simile è guidato da un gruppo di poeti che sostituiscono i vecchi strumenti, la carta e la penna, con i supporti informatici e invitano il popolo del web a partecipare alla costruzione di un testo letterario? È questo l’esperimento lanciato sulla rivista elettronica “Reti di Dedalus” (del sindacato scrittori nazionale) da “Noi Rebeldìa 2010”, un progetto che, nella modalità ludiche di ogni sperimentazione, esprime una profonda serietà e un consapevole intento politico-letterario. L’obiettivo è quello di realizzare un testo poetico collettivo, capace di orchestrare una pluralità di voci anonime e di fondere le individualità dei singoli in un nuovo soggetto e in una comune volontà politica, “alternativa e antagonistica”. […] Il progetto si avvia a partire da un incipit fornito dal soggetto proponente, e si articola in due fasi con l’alternarsi di due gruppi distinti: il primo gruppo è interpellato per chiamata diretta ed è invitato a comporre un testo iniziale intorno a quell’incipit dato; una volta pubblicato on-line, chiunque può prelevare un frammento di questo primo testo e integrarlo con i propri versi, inviando il contributo ad un indirizzo e-mail. […] L’esito di questo esperimento, che è arrivato alla sua fase finale nel mese di dicembre 2010 con cinque diverse redazioni, è il testo collettivo we are winning wing, in accordo con l’incipit che ha dato avvio al gioco. Il verso ricalca il “we are winning” di Seattle 1999, frase simbolo della “Battaglia” contro il sistema della globalizzazione capitalistica, e con il concreto richiamo alla realtà contemporanea e il ritmo trionfalmente allitterante detta il motivo politico a cui gli interventi devono ispirarsi[3]».

L’aspetto interessante di tutta questa operazione sarà, forse, l’esito, ma è soprattutto il funzionamento, la dinamica di quella che potrebbe essere definita una “conversione” dal mondo dell’editoria a quello del web (con tutto ciò che muove a seguito) e l’inabissamento del poeta inteso non più come soggetto-individuo-pensante per sé, ma soggetto-metaindividuo-pensante unicamente per l’insieme, per l’apparato sociale collettivo. Salta alla mente il significato di rete promosso da Gianroberto Casaleggio, il “guru” del Movimento 5 Stelle, guidato da Beppe Grillo, in cui “ognuno vale uno”. La logica partecipativa del web che si esplica nel “fare rete”, nel creare una piattaforma da cui partono le decisioni del movimento grazie ad una “intelligenza collettiva”. Così come dobbiamo accettare la scomparsa dei partiti (è dell’ex senatore Willer Bordon la richiesta di abolizione dei partiti politici[4]!, per non citare Simone Weil che nel 1943 scrisse un manifesto per la cancellazione dei partiti[5]), allo stesso modo dobbiamo iniziare a riflettere sulla scomparsa del poeta? Francesca Medaglia nell’introduzione al libro scrive che «in un clima di cambiamenti e turbolenze, che mette in discussione le attuali certezze dogmatiche e deterministiche, We are winning wing crea, con grande forza, un punto di crisi che decostruisce e costruisce in progressione l’esperienza individuale e sociale, attraverso una presa di posizione poetica tesa in avanti. […] Ciò che emerge è la cooperazione di una pluralità dei soggetti, portatori di vite ed esperienze diverse, che lotta insieme per un punto di vista nuovo e critico contro la mancanza di ideologie e posizioni: un testo poetico che, attraverso un’ironia serpeggiante e pungente, urla a gran voce la necessità di un risveglio per riaprire gli occhi sulle domande del presente[6]». Una tesi connaturata all’era digitale che è, tra le altre cose, quella che stiamo vivendo. Francesca Medaglia di fatto si aggancia al concetto di rete e di “collettivo intelligente” del filosofo francese Pierre Lévy (Il virtuale, Milano, 1997), il quale, come scrive con prontezza Gabriele Frasca, «afferma l’inarrestabile processo di digitalizzazione (che sta mettendo in crisi, lo si sa, anche i mass media generalisti) e conduce inevitabilmente alla cultura della rete, come “ritorno dell’essere, dell’esistenza reale e viva, nella sfera della significazione”. Il “collettivo intelligente”, se verrà opportunamente supportato da una buona architettura del cyberspazio, potrà divenire il luogo di produzione e consumo del sapere, nel quale ognuno potrà rivestire il proprio fiammeggiante corpo di “prosumatore”. Per quello che qui pertiene strettamente a questo discorso, la “letteratura” parrebbe dunque destinata, in tale scenario futuribile a tornare al canto formulaico comunitario, anonimo e collettivo, verso la “partecipazione possibile di ciascuno all’avventura di una popolazione di segni in movimento[7]».

Una vera e propria dichiarazione di indipendenza è questa formulata da “Noi Rebeldìa 2010”, uno stare al mondo senza dipendere più né dal capitalismo e né dalle politiche editoriali, per sganciarsi nella nebulosa web-internettiana e scoprire (finalmente?) che si può essere autonomi e indipendenti, che si può dall’interno di un sistema provare a scardinare le sue logiche di consumo e di potere! Ma questa è solo letteratura, verrebbe da dire! Il senso estremo di una soluzione che può far bene ad una cultura di associazione politico-intellettuale che dal basso faccia sbocciare l’interesse dei cittadini alla partecipazione. Personalmente penso a We are winning wing come ad un testo poetico destrutturante che costruisce una nuova forma di dispensa sociale, un deposito di esperienze che dà tutte le possibilità, nonostante le differenze, di potersi incontrare su un comune denominatore/spazio di strategia, per superare il presente impresentabile, post-umanista e post-moderno. Il collettivo poetico “Noi Rebeldìa 2010” è strategicamente pronto per essere un “soggetto-poetico” che respira a pieni polmoni nella trama del “fare rete”, così da arginare (sarebbe meglio dire sfuggire?) la morsa della speculazione editorial-capitalistica e pluto-finanziaria. Peccato per il libro in questione, però, perché, di rimando, nella logica di un feedback, non si è resistito a pubblicare un testo che raccoglie l’intero esperimento in rete su pagina. Il tutto avrebbe dovuto fluire in internet, nella piattaforma elettronica della rivista del sindacato scrittori le Reti di Dedalus (www.retididedalus.it) ma qualcosa non ha funzionato? Non direi che qualcosa non ha funzionato, anzi, tutta l’azione poetico-deflagrante è buona, ha una sua marca specifica, piuttosto le linee semantiche di We are winning wing, in tutte le sue plurime versioni, e la forma collettiva “webmatica” fanno ritenere che il progetto abbia subito una eccessiva maturazione da scatenare un immediato e non progressivo distacco dal mondo dell’editoria e del libro, che pure rimane l’obiettivo principale. La dichiarazione di guerra alla lirica l’abbiamo già ascoltata altrove e credo che la forza di internet sia ancora in fieri, nonostante la politica e soprattutto la politica europea sia circondata da una moltitudine di blog ma di pochi e valenti blogger che fanno controinformazione e che stanno minando da una postazione inaspettata le logiche di potere. Certo la soluzione è ostacolata dalla scarsa diffusione di internet in tutta Italia (zone del paese sono come il Terzo mondo, un meridione retto da camorra e mafie che non credo alimentino la filosofia del “fare rete” se non in altra maniera) senza dimenticare che è possibile esprimersi in rete finché non viene irreggimentata da leggi che ne vietano tutta la carica rivoluzionaria attualmente in voga.

Ciò che mi interessa è tornare alla domanda iniziale e capire se la scomparsa del poeta come figura con cui si interloquisce, non solo attraverso il libro (se diventa e-book è comunque un supporto), ma attraverso il poeta come soggetto in carne ed ossa, cioè non essere egli più reperibile come figura umana, non mostrarsi se non in rete, e, di conseguenza, costretto a riformulare anche quei già scarsi benefici che la poesia ottiene, sia verificabile oppure no. Allo stato attuale propenderei per un incentivo alla sua presenza. Abbiamo bisogno di più poeti e meno politici! Capisco che attaccare la politica adesso sia facile, facilissimo, ma di chi è la responsabilità dell’abbandono della politica? Aver trasformato un’azione nobile nel più nefasto dei crimini contro la cosa pubblica? Non certo dei cittadini! Per questo ben vengano i poeti, quelli veri, che ci fanno riflettere ed emozionare mentre la politica ci avvilisce. Il poeta deve (o dovrebbe) rimanere figura centrale nella società, anche se eticamente già scomparso. Se la rete deve cambiare tutto in maniera drastica forse la lezione de Il Gattopardo è dietro l’angolo! Un poeta immerso nella rete, per la rete e contro la rete (ipotesi non peregrina) in una condizione non dissimile a ciò che accade a Jobe Smith, lo stolto tagliaerba protagonista del film di Brett Leonard (The Lawnmower Man, 1992) che diventa parte attiva del cyberspazio e si assimila totalmente ad esso, iniziando a vivere nella rete, in cui la fantascienza sfida la scienza senza temere di scatenare forze oscure, è argomento su cui legiferare e stabilire una positività è disorientante per la mancanza, forse, di scelte effettive, spontanee ed arbitrarie.

L’avanguardia ha fatto da sempre più politica che letteratura, ha fatto da sempre col linguaggio quello che raramente si può fare con l’azione amministrativa, e se ciò torna ad essere di nuovo motivo di “lotta”, di “partito”, allora è proprio vero che non c’è stato nessun cambiamento socio-cultural-politico degno di attenzione. Se il poeta scompare nella rete vorrà dire che tutto il concentrato delle sue idee si sta immedesimando in qualcosa di nuovo, di ibrido (come viene ben detto in più passi nella prefazione al libro), perché ormai non si può essere una sola cosa e basta. La letteratura segue la tecnica, fa rete. Anche il poeta deve proporre qualcosa che va oltre la poesia? Stare attento a come si muove prima ancora che a ciò che scrive, paradosso contemporaneo secondo il quale ognuno è chiamato a fare bene la sua parte, non deve far diventare la letteratura ciò che non è. La letteratura è, come l’arte, “dissimulazione onesta” (T. Accetto). Si può “vivere” in rete indisturbati? Forse si vive in rete appartati, in una bolla magnetica, dietro un blog o un movimento che tenta di captare quello che dalla piazza non emerge più. In piazza c’è più rabbia che azione civile, e in Italia il pericolo “rivoluzione” è abbastanza scongiurato da un antico vizio di sottomissione. La rete, dunque, controlla questo sentimento, lo incanala, lo vuole tradurre in qualcosa di costruttivo, ma dietro la terapia schizofrenica della digitalizzazione, male percussivo da testiera, possiamo essere sicuri che internet è il mezzo che ci libera? Che emancipa un popolo da una ignoranza ancestrale? Orwell su questo punto è avanti anni luce su tutte le posizioni intellettuali possibili. L’aspetto davvero fondativo del movimento poetico “Noi Rebeldìa 2010” è la sua valenza meta-politica, meta-letteraria, ampiamente condivisibile, da programma partitico e politico puro, che ribadisce, specie in questa fase storica, che bisognerebbe unirsi anziché litigarsi le briciole. Temo, voltandomi indietro, che lo spirito dell’avanguardia sia troppo simile al furore giovanile e che vada bene per quando si è giovani, in un’età in cui si pensa di poter cambiare il mondo. Poi interviene la realtà, nuda e cruda, fredda, nemica di ogni individuo, e tutta la carica dell’avanguardia si perde nella certezza che il mondo non si cambia. A dispiacere non è solo questo, perché il mondo cambia eccome, più in peggio che in meglio, ma ciò che c’è dietro la mancanza di cambiamento, ovvero una realtà fatta di egoismo e paura, di rassegnazione più che di rivoluzione. D’altronde per lo stesso Sanguineti, il poeta per eccellenza della neoavanguardia, il linguaggio muta perché deve rappresentare il sistema-caos del mondo. Ciò ci porterebbe troppo lontano, quindi meglio la letteratura che la politica, meglio che i poeti facciano i poeti e che l’avanguardia trionfi sulla pagina e nella rete, invece che la violenza dilaghi nelle piazze.





Matteo Boato, Milano, 2011, olio su tela, dittico cm 200x100


Il testo We are winning wing, per concludere, ha una sua dignità letteraria, esprime una vitalità che sulla pagina torna ad essere come un figlio illegittimo che vuole conoscere il padre d’origine. Nessun libro sull’esperienza “Noi Rebeldìa 2010” doveva essere pubblicato! Se ne sarebbe parlato comunque nella piattaforma di competenza “Le reti di Dedalus” e in altre, e ci si sarebbe impegnati a trasmettere questa iniziativa via web, via e-mail e via internet. A me è giunto tra le mani il libro (e mi compiaccio di non trascurare l’origine di una cultura legata ad esso), ma se devo “connettermi” con il programma-manifesto del movimento, allora, nessun libro andava stampato. La rete deve appunto creare rete. Sulla pagina è invitante questo post-dadaismo e post-surrealismo che ricorda Tristan Tzara e André Breton, il meccanismo del montaggio e della fusione testuale, a cui i poeti di “Noi Rebeldìa 2010” (quindi “Noi Ribellione 2010”) hanno dato spazio con intelligenza non autoreferenziale. Dentro questo testo c’è anzitutto il respingimento di ogni espressione lirica, di ogni tema legato all’io, in quanto, scrive la Medaglia, «la poesia contemporanea è troppo spesso preda di un noioso e monotono io autoreferenziale, che rifugge il confronto e la relazione e si sente responsabile solo di se stesso: ciò può essere cambiato, ma solo dalla proposta di una cultura cooperativa e plurale che ponga al centro della sua attenzione il senso comune e la necessità sociale».

Si può rispondere a questa lettura critica dicendo che esiste una poesia che non dichiara guerra a nessuno, perché la poesia, e non altro, è il tema di fondo. Ancora una volta ritengo, grazie agli stimoli dell’avanguardia, presente e passata, che ci consente di guardare con maggior libertà ciò che si disconosce, che niente sia più difficile che essere un poeta lirico. Ciò appare facile a chi legge, per la quotidiana consuetudine dei rapporti che sono fatti di affetti, i più semplici: l’amore, l’amicizia, l’invidia, l’odio, nello scrivere richiede una concentrazione superiore, qualcosa simile ad un tiro al bersaglio in cui è molto difficile fare centro. Ecco perché accettare le provocazione del contemporaneo e su quelle costruire un linguaggio favorisce la poesia impegnata. I temi civili, come in questo caso, vengono in soccorso del poeta e fanno sì che alcuni argomenti predominanti, lirici, debbano essere sdoganati per discutere di cose “superiori”. Al poeta civile muove consenso la sua esposizione, non la retorica, quella capacità che si esplica tutta nel far rivivere una storia o un concetto o un pensiero politico-ideologico con la forza di chi partecipa ed ha partecipato alla storia. Il poeta civile è uno che deve stare in piazza, mentre quello lirico può stare in casa, non indisturbato, ma turbato da altri temi. «Grave», come scrive Walter Pedullà, «non è che l’arte abbia un impegno politico», come questo degli amici di “Noi Rebeldìa 2010”, (dichiaratisi poi con tanto di nome e cognome), «semmai muore quando la sua politica ha fini e mezzi che sono rivelati impraticabili e falsi». Lo sottoscrivo, e aggiungo che ogni esperimento legato all’incipit We are winning wing è in qualche modo ripetitivo e monotono nelle sue versioni, forse come quel lirismo che non piace a Francesca Medaglia: un gioco su una scacchiera poetica in cui le lasse dei versi si collocano per pura affinità logica e anti-logica a ciò che in precedenza si mostra finito. Tra queste stanze, tra queste lasse, così disposte con una libertà che è anche tipografica, ce ne sono alcune però che sono delle “lasse d’oro”, che riescono sul serio a rappresentare con forza semantica quella lotta così cara ad ogni avanguardia. L’esperimento del gruppo “Noi Rebeldìa 2010” è comunque un esperimento felice, in parte riuscito, che non mi rattrista sul versante critico perché mi stimola a leggere ulteriormente l’universo-mondo della poesia contemporanea, su cui legiferare rimane impresa ardua. Scoprire che esistono poeti che non hanno rinunciato a scrivere, come accade altrove e diffusamente, è motivo di forzamento delle proprie teorie critiche.

 

[…]

Movimento, sono le voci che ci parlano dentro,

e i volti, che con una luce violenta come un lampo

rompono il vuoto e spaccano il velo falso, e il muro finto.

 

Follie sei tu, dentro il chiasso assordante del silenzio

Dentro il mio cuore, le tue lettere sibilanti,

cadono a volte come tizzoni ardenti

e a volte rosse sanguinanti come un melograno ferito.

 

Chi sei? Con l’occhio interno ti vedo muovere ma non ti conosco,

sei nero, sei rosso, sei giallo o sei bianco?

sei donna, sei uomo, sei adulto o sei bambino?

 

È, forse, “la vittoria vera

su tempo e gravità: passare

senza lasciare tracce, senza

proiettare ombra

 

sui muri…

                    Forse – con la rinuncia

prendere? Cancellarsi da ogni specchio?

 

No, non siamo per la rinuncia ma per la scelta

della traccia da lasciare, passo dopo passo,

perché lasciare non solo tracce ma solchi

aprire varchi nei muri, buttarli giù tutti;

ribaltare lo specchio delle mie brame,

trasformando nello specchio da oltrepassare

 

[…]

l’esperienza insegna – non è mai troppo igienico falsificare la storia /

istituire confronti taroccati. Finalmente conclusa – almeno pare –

la saltellante Parata dell’Inutile tra sorrisi promesse impegni solenni e forse

più di un’arrière pensée  a favore dell’Aquila e degli altri uccelli

 

dispersi / l’Ytaglia spensierata / montana e marina / aprutina e viareggina /

torna al suo naturale stato di emergenza perenne / con tanti saluti

tanta voglia di vacanza dimenticanza teatro-danza santa arroganza

diseguaglianza finanza nebulosa adunanza mafiosa panza piena / di Spagna

 

[…]

 

We are winning vogliamo wing ballare

e con i lupi locuste inumane azzannare

l’intruso, e questa non è l’ultima guerra

emerge dalla contingenza con mille mani

ed è subito tsunami senza sera e nani

come un cane che si rispetta e aspetta

o la Cina non è vicina senza Usa e getta

e more disallontana il disamore dall’amore

il re che nelle ora fa amo con potere e sedere

 

[…]

 

Ma proprio

da questa marcescenza

malata da millenni di angosce versate

a inondarmi le cosce, da quest’ombelico

dove languiscono recintate le nostre utopie

voglio vacillare in preda alla rabbia

di chi corre fermarmi più in là

e nel teatro della storia riconoscere la mia casa

in questo andarsene colpevoli di disubbidienza

colpevoli di credere ancora

 

La poesia e l’utopia intrappolate

a rischio d’estinzione – dicevi –

amico mio guardando in tv

nani e ballerine alla corte del sultano.

Può darsi, può darsi, ma noi – come Neruda –

siamo le donne e gli uomini del pane e del pesce

e non deporremo le uniche armi:

i versi e gli sberleffi.

 

[…]

 

non senti questa strana odience innanzi

questa odorance rating  di sweat shop?

si pagano il funerale con il nostro suicidio

Fmi (fondazione dell’impiccagione mondiale)

e Bm (Banda per monnezza e bordello),

ma c’è una Waterloo per il Wto e per strada

è il teatro della biodiversità, action direct net-

work, un urlo alla luna e un gioco d’azzardo

 

[…]

 

 

 

 



[1] Noi Rebeldìa 2010-we are winning wing, a cura di A. Contiliano, ed. CRF, pp. 78, 2012.

[2] Ibidem a pag. 65

[3] Ibidem, a pag.74

[4] W. Bordon, Manifesto per l’abolizione dei partiti politici, Ponte alle Grazie, pp.123, 2012.

[5] Simone Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, a cura di W. Tommasi (tr. it. di Fabio Regattin), Castelvecchi, Roma 2008.

[6] Ibidem, a pag. 9

[7] Vedi Dopo la tipografia: la scrittura nell’età multimediale, di G. Frasca, in Storia generale della letteratura italiana, a cura di W. Pedullà e N. Borsellino, (vol. XVI)-il Novecento sperimentale e traduzione del nuovo, p. 756, ed. Motta-l’Espresso, Milano, 2004.




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