LUOGO COMUNE
SAGGI
Antiphasis * - Appunti
per una fenomenologia
delle forme mobili
della contraddizione (2)


      
Pubblichiamo la seconda parte di questo ampio scritto critico, redatto nel 1989 e uscito sulla rivista “La Taverna di Auerbach”, come riscoperta di memoria di un ricco dibattito sul ‘nuovo’ in poesia sviluppatosi negli anni Ottanta del ’900 attraverso numerose antologie e pubblicazioni. Vivace confronto teorico ed esposizione di poetiche che, in parte, rimandavano alla neoavanguardia degli anni ’60, e in parte si costituivano come scrittura ‘in stato di allarme’ avversa alla poesia ‘innamorata’, neolirica, restaurativa emersa negli anni ’70.
      



      

di Stefano Docimo

 

 

IV. PARERGA

 

Un altro lavoro di carattere regionale è stato portato a termine da Raffaele Pellecchia, limitatamente a La poesia nel Lazio (Forum/Quinta generazione, Forlì 1988) a struttura bifronte, comprensiva del saggio critico-teorico (Parte I. La cultura poetica; Parte II. I poeti) e del florilegio (Parte III. I testi) naturalmente sistemato in base alla griglia (Parte II); ne risulta un diagramma assai movimentato, da I poeti della IV generazione (E.F. Accrocca, L. Canali, E. Clementelli, L. Frezza, B. Marniti, U. Reale, A. M. Ripellino, A. Rivier, L. Santilli, F. Simongini, M. Socrate, M. L. Spaziani, F. Tentori, G. Toti, C. Villa), a Donne in poesia (E. Morante, D. Maraini, F. M. Catri, A. Panaccione, G. Sobrino, S. Caramitti, A. Mazzella di Bosco, B. Frabotta, D. Lupi, C. Rotunno), Tra persuasione e retorica (M. Lunetta, L. Mariani, F. Falco, G. Leoni, S. Docimo, R. Chiapperini), e L'io avant-tout (D. Bellezza, F. Serrao, E . Pecora, G. Palmery, L. Manzi), fino a Lo stato dell'insufficienza (G. Manacorda, V. Zeichen, R. Paris, F. Cordelli, A. Berardinelli, C. Rendina, P. Prestigiacomo), da Altre esperienze (T. Landolfi, R. Jacobbi, G. Bonaviri, R. Carelli, R. Filippelli, G. Vacana, A. Ricci, G. Leto); per finire, Tra innocenza e malizia (L. Amendola, L. Archibugi, M. Berta, M. B. Cerro, V. Conte, F. Dalessandro, C. Damiani, T. Di Francesco, F. Di Carlo, S. Fanfoni, V. Magrelli, M. Morohi, M. Pizzi, M. Ponzi, V. Nocella, D. Ripetti, B. Salvia, G. Scartaghiande, G. Sica, G. Sicari, S. Sollina, A. Toni, L. Voce), per un totale di 74 poeti che, se non rende giustizia d'una pura totalità, ne rappresenta per altro una parte piuttosto abbondante, anche volendo considerare come "Il Lazio, in realtà, non ha una sua identità etnografica paragonabile a quella di molte altre regioni italiane... per l'assenza di un territorio chiaramente delimitato e individuabile e, soprattutto, per la presenza (in esso) di una metropoli come Roma carica di troppa storia, di molto fascino e rilievo politico per non svolgere fatalmente una funzione fagocitante e infine castrante nei confronti delle altre province; al punto che, non sempre tuttavia a ragione, i riferimenti culturali, recenti e/o passati, legati all'area regionale vengono sommariamente ricondotti e qualificati come tipici dell'area romana" . Ed è in tale prospettiva che Pellecchia colloca anche "una recentissima iniziativa (18 settembre '85 - fine giugno '86, a cura di Cavallo, Docimo, Lunetta, in via dei Magazzini Generali, dal titolo "Un verso per la città"), che ha l'intento di offrire una ricognizione dell'Italia letteraria del centro – sud come riferisce M. Lunetta – una bella porzione della nostra cultura che è stata sistematicamente ignorata” (11), attraverso incontri settimanali caratterizzati da un composito progetto estetico realizzato col concorso di diverse espressioni artistiche. Con l'accenno a quest'ultima operazione, che si svolge contestualmente alla stesura di queste note, riteniamo di poter chiudere il nostro discorso sulla cultura poetica legata alla geografia laziale, perché nelle premesse dell'esperimento di via dei Magazzini Generali, nei suoi intendimenti e nella sua organizzazione, ci pare di poter cogliere più di un elemento tipico di un'area che, se per ovvie ragioni è stata costantemente permeata da sollecitazioni e presenze esogene, non ha mai abdicato al perseguimento di una sua identità di fondo individuabile in una nozione di poesia che ha cercato di coniugare tolleranza e rispetto di certe irrinunciabili motivazioni etiche connesse all'esercizio creativo, tipicità del prodotto poetico e bisogno di interdisciplinarità, insopprimibili richiami etno-topografici, tradizione e avanguardia, con un equilibrio che può essere assunto a suo conclusivo connotato fondamentale. (12)

 

 

V. CONTRADDIZIONE E VERITÀ

 

 

“... in che modo ciò che diverge

 non di meno converge con se stesso ...”

(Eraclito)

 

“... risulterà così possibile sia negare tutto ciò che qualcuno ha affermato, sia affermare tutto ciò che qualcuno ha negato ...”

(Aristotele)

 

"Le cose sono in opposizione fra loro, ma si condizionano a vicenda ".

(Detto cinese, sec.I)

 

Dovunque è contraddizione; (13) si passa quindi ad esaminare la contraddizione "come termine chiave di una linea letteraria alternativa" (cfr. Francesco Muzzioli, Una linea alternativa, in Poesia italiana della contraddizione. L'avanguardia dei nostri anni. 43 autori in una antologia, a cura di Franco Cavallo e Mario Lunetta (14) , dove viene per l'appunto – e a nostro avviso giustamente – specificata l'intenzione non neutralistica del termine; "non la contraddizione dello scetticismo che attacca le regole del ragionare per un puro vantaggio strategico, istrionicamente pavoneggiandosi nel 'diritto di contraddirsi', o pateticamente esibendosi nello 'scandalo del contraddirsi' ... perché ... Il contraddire non può essere accolto nel senso riflesso (verso l'interno) senza essere applicato anche nel senso attivo (verso l'esterno): 'dire contro'; quindi in tutta la carica oppositiva e la spinta polemica" (15).

Già Franco Cavallo, nel riportare due citazioni, la prima di Leopardi, la seconda di Lucini, nel suo saggio d'apertura all'antologia, viene a sintetizzare "quella che, secondo noi, rimane la struttura portante del concetto di contraddizione: vale a dire il ribaltamento dal negativo al positivo di una data visione del mondo, e dunque la positività (la dinamicità) di una concezione zigzagante, sinuosa, e pertanto non rettilinea, non "coerente", del pensiero umano, nelle "sue valenze psichiche e nelle sue proiezioni storiche; concezione che, tuttavia, (ed è subito il caso di sottolinearlo) ha dei punti fermi, di non ritorno, quali possono essere – per rimanere nello specifico letterario – 1'evoluzione delle strutture dei linguaggi e una presa di coscienza sempre vigile delle situazioni in cui queste strutture vengono a collocarsi".

Ma è nel suo aspetto "esterno", oggettivo che la contraddizione rivela tutto il suo potenziale dialettico di tendenza contrapposta e più volte negata dal sistema produttivo, dal momento che "la contraddizione è inseparabile dalla struttura sociale dell'intero corpo sociale in cui si esercita, inseparabile dalle sue condizioni formali di esistenza e dalle istanze stesse che governa; essa è quindi, nel suo intimo, modificata da quelle condizioni, determinante ma anche al tempo stesso determinata, e determinata dai diversi livelli e dalle diverse istanze della formazione sociale che anima: potremmo chiamarla surdeterminata nel suo principio stesso (16) e che va distinto tra contraddizioni antagoniste (esplosive, rivoluzionarie) e le contraddizioni non antagoniste (17), "astratte" o psicologicamente conniventi sotto forma di "stati d'animo" o di quell'aspetto riflessivo e interno del termine che sembra aver assunto particolari valenze giustamente definite "istrioniche", "scettiche", "patetiche", in una parola neutrali. Individuare delle tendenze nella poesia contemporanea sta ad indicare che il testo poetico, al di là dell'aura ideale e consumistica, realizza dinamiche e tensioni proprio all'interno della propria "struttura" materiale, dagli impulsi che lo originano e dagli scopi che si prefigge.

Ecco perché, come scrive Mario Lunetta in seconda battuta, "crediamo che, malgrado l'etichettatura piuttosto stucchevole che ha avuto corso in questi anni a ritmo accelerato, e malgrado la confusione (spesso cercata, organizzata e gestita), si delinei ormai con sempre maggiore nettezza il discrimine (anche conflittuale) tra una tendenza moderata (neoclassicistica) e una tendenza avanzata (strutturale e antintimistica), che all'ultimo decennio abbiamo contribuito ad individuare in un'area intergenerazionale legata alla pratica della contraddizione, e a definire come ipotesi di scrittura materialistica. Non abbiamo dubbi sulla qualità recessiva della tendenza moderata, che pesca specialmente nelle generazioni di autori operanti nei pressi della Parola Innamorata e della scrittura celebrativa; e, di contro, sulla qualità innovativa della seconda" (18). Una concezione materialistica della poesia, per una critica materialistica della poesia, dove dovremo ammettere "in altri e più precisi termini, che la poesia, e l'arte in genere, è ragione (concreta) come la storia o la scienza e che in questo non differisce affatto dalla storia e scienza in genere: non differisce, cioé, negli elementi conoscitivi, gnoseologici, generali, sensibilità (fantasia o che altro) e ragione, che sono in comune... Ed è la complessa dialettica (reale) dell'opera poetica come tale che dobbiamo ora affrontare: il che è inevitabile conseguenza dell'esser essa opera poetica un discorso non meno di quel che lo sia il discorso storico o scientifico in genere" (19).

Un'antologia dove la tendenza pare marcatamente orientarsi verso "Una nuova razionalità", presente nei poeti antologizzati, la cui scrittura poetica secondo Romano Luperini "appare consapevole di essere ridotta ad una sorta di riserva indiana, assediata dall'universo massmediologico e anzi da esso attraversata", in un momento che vede l'ideologia del postmoderno e la cultura del "pensiero debole" mostrare "segni di sfaldamento e tende a riaffermare, invece, l'esigenza di una nuova razionalità: una razionalità deserta e smagata, non più orgogliosa dei propri valori né disponibile a metafisiche sicurezze e tuttavia volta alla ricognizione critica e alla ricerca della verità consapevolmente relative, pragmaticamente contingenti epperò ancora capaci di un impatto sul mondo e di una incidenza sulla società". Relativismo e contingenza, contraddizione e dialettica, perentori richiami teorici a un assunto fondamentale di una critica nuova che riscopre e reinventa quelle formulazioni recenti subito negate dalla tendenza neoromantica e restaurativa degli anni settanta, ora presenti in tutta la loro pregnante potenzialità espressiva; come ricordava Cavallo, che richiamandosi in toto alla dialettica e all'immanentismo di una lunga parte del pensiero novecentesco, ne andava evidenziando l'importanza, come deterrente continuo nei confronti delle tentazioni assolutistiche e misticheggianti, "perché distrugge il principio della verità intesa come assoluto, come valore stabilito ed immodificabile, e quindi come ipotesi teleologica, per introdurre un concetto diciamo cosí plurale della verità. Non più la verità, dunque, ma le verità: minuscole essenze molecolari che si spostano continuamente sia dentro che fuori dell'uomo come i frammenti di vetro colorato nel buio di un caleidoscopio, e che, spostandosi, continuamente cambiano, incessantemente si modificano; e non, come nel caso del caleidoscopio, per produrre solo nuove forme, ma per sperimentare nuove possibilità di vita"; in accordo, dunque, con le aperture prodottesi nella cultura occidentale del Novecento, per merito delle scoperte che hanno rivoluzionato i modi stessi di produzione della conoscenza in generale e del discorso poetico in particolare, pur nelle loro travagliatissime modalità teoriche e metodologiche. Così nel richiamo perentorio a tali complesse modalità espressive, vanno ricercate, verificate e esegizzate le istanze forti ed intergenerazionali delle avanguardie più consapevoli della poesia del nostro Novecento, fino ad oggi, dove vengono da più parti riproposte con tenacia agguerrita e spericolata caparbietà, nei più giovani poeti che di tali istanze si fanno, senza mezzi termini, assertori (20).





Lamberto Pignotti, Cuore, 2008


Istanze novecentesche, si diceva, che preludono ad un cambiamento dei modi stessi del "sentire", del linguaggio tout-court, come suggerisce Walter Pedullà (Cambiare il mondo, cambiare la vita), nell'evidenziare come "Nel Novecento... La priorità del linguaggio" faccia da spartiacque e da passaggio obbligatorio per ogni epistemologia volta al rinnovamento dei modi stessi del pensiero e del pensiero poetico in particolare, fino a domandarsi se oggi non sia matura "una nuova fase di sperimentalismo" e se da questo "materialismo" possa "nascere qualcosa di nuovo".

Perché non c'è dubbio che, "laddove si proprugni l'abrogazione dell'ideologia e del pensiero, per sperdersi nell'illusione regressiva di una condizione aurorale della vita, di un magma indistinto di affetti e pulsioni senza scopo, di cui sola legge è gratuità di parola poetica, e veto, per antonomasia, radicalità di scelta e di progetto, non ci si affranca, invero, né dal pensiero né dall'ideologia, ma ci si fa 'vastasi', lo si voglia o meno, di un'ideologia strisciante, che ha i colori del grigio, lo spessore del nulla, il volto della rinuncia; l'ideologia trionfante del 'senso comune' e della resa al presente" (cfr. Filippo Bettini, Tendenza e progetto). Poiché "è ancora, evidente che, a forza di perseguire il riscatto della servitù all'impero dei 'contenuti' e delle 'forme', senza attraversarne lo scabro terreno di lotta e contesa ma eludendone morbidamente l'urto in pro della magica epifania di un 'senso dell'Essere' destinato, come per incanto, a farsi Verbo e Scrittura , bene non si attinge, in tal caso, neppure alla condizione di liberti ma si è condannati ad essere due volte schiavi della sovranità illimitata degli uni e delle altre: 'formalisti' decorativi e calligrafici per penuria di logos e chiusura alla storia, 'contenutisti' allo strenuo per inerzia di lingua e staticità di segno. E il tutto, a duplicarne dose ed effetti, si avvera nei modi impotenti di una dissociazione simultanea che ha sede e paradigma nel fallimento di una dialettica irrisolta". Il contrasto viene ad emblematizzarsi nelle forme stilistiche dell' allegoria e del simbolo "antichissimo problema centrale della prassi artistica", come scriveva Lukàcs (21) nella sua Estetica, solo a partire da Goethe, per il quale "L'allegoria trasforma il fenomeno in un concetto, il concetto in un'immagime, ma in modo tale che in essa il concetto si mantenga ancora delimitato e completo e possa essere espresso in base ad essa. La simbolica trasforma il fenomeno in idea, l'idea in un'immagine, e in modo tale che l'idea nell'immagine resta sembre infinitamente attiva e irraggiungibile e, pur se espressa in tutte le lingue, resta però inesprimibile" (22) chiarendo così "l'insuperabile tendenza disantropomorfizzante nell'allegoria e proprio in ciò la contrapposizione simbolica, antropomorfizzante per principio", fino a Walter Benjamin, che Lukàcs stesso definisce "il teorico di gran lunga più importante e più originale di queste concezioni" e che nel suo studio sulla tragedia barocca tedesca "abbozza una teoria solida e meditata dell'allegoria, intesa come lo stile specifico, realmente adeguato ad esprimere i sentimenti, i pensieri e le esperienze moderne" e che in polemica con Goethe, scrive "L'immagine nel  campo dell'intuizione allegorica è frammento', ruma. La sua bellezza simbolica si disperde perché vi cade sopra la luce del sapere divino. La falsa apparenza della totalità scompare. Infatti l'eidos si estingue, interviene la metafora, il kosmos dentro s'inaridisce..."; nell' allegoria "la facies hippocratica della storia appare all'osservatore come paesaggio primordiale congelato... La storia non appare più come processo di una vita eterna, ma come processo di decadenza inarrestabile" e con ciò "l'allegoria si dichiara al di qua della bellezza. Allegorie sono nel regno delle idee ciò che le rovine sono nel regno delle cose". Di Benjamin, Lukàcs evidenzia inoltre che "Sottoponendo ad aspra critica le oscurità del pensiero estetico romantico su questo problema, egli fa osservare che la visione allegorica nella sua ultima intenzione si fonda su un perturbamento che dissolve l'atteggiamento antropomorfizzante verso il mondo, il fondamento del rispecchiamento estetico" in quanto "la tendenza all'allegoria deve scalzare il contenuto universale di umanità che implicite è presente sempre e dappertutto nel rispecchiamento estetico". Lo stesso Benjamin si esprime in proposito "con molta decisione", dal momento che risulta ovvio "che nell'assegnare il primato alla cosa rispetto alla persona, al frammento rispetto alla totalità l'allegoria si oppone al simbolo come antipodo e proprio per questo con pari vigore. La personificazione allegorica ha sempre tratto in inganno sul fatto che il suo compito non è di personificare le cose, ma di acconciare la cosa come persona solo per renderla più imponente" (ib.).

Tornando al saggio di Bettini, a chiusura del volume antologico, va notato come, in polemica marcata "all'ondata di melma 'neoconservatrice' (angusta metonimia della generale restaurazione culturale, in cui, ben prima che i destini della poesia, si giocano le sorti dell'economia e della società politica e civile) "vada contrapponendo" una tendenza antagonista di tipo epistemico-propositivo che "ha fatto da argine" in questi anni ottanta, con "il richiamo alle responsabilità ideologiche dello scrittore contro il diffuso qualunquismo 'di maniera', facendo, a conclusione del decennio, sentire "l'effetto del rimbalzo... che si propaga nel rilancio di una prospettiva 'allegorica' contro la pratica secolare del 'simbolo' " (op. cit. p. 317).

Tendenza e progetto, dunque; e i due termini bettiniani stanno emblematicamente e polemicamente a connotare una concezione materialistica della scrittura, non a caso definita nel suo divenire materico, antistituzionale e anticategoriale, antisimbolico e antilirico, come mosaico (nel senso benjaminiano di arte allegorica per eccellenza "dove la spinta vitale è arrestata", come viene chiarito dallo stesso Benjamin nella Premessa gnoseologica a Il dramma barocco tedesco) anche citazionale, tipico della tecnica cinematografica del montaggio, come montaggio di fotogrammi e frammenti oggettivi del discorso, come progetto anti-soggettivo di eliminazione dell'aura nell'opera d'arte: la sua atmosfera, il suo rinvio oltre gli elementi dell'opera stessa "... è insufficiente perché esso capovolge nel contrario proprio ciò che chiama verità dell'opera d'arte e lo traduce in qualcosa di puramente soggettivo, in un modo di reagire dell'osservatore, e secondo questo modello l'immagine presente anche nell'opera stessa" (cfr. Theodor W. Adorno, Teoria estetica, Torino 1977 pp. 457 e sgg.).

La presenza, nell'antologia Poesia italiana della contraddizione, di autori come Pagliarani, Giuliani, Sanguineti, Balestrini, provenienti dalla tradizione de I Novissimi degli anni '60 non deve però trarci in inganno circa l' eventuale congettura di mera riproposta di un progetto nei termini e nei luoghi posti in quegli anni dalle neoavanguardie del 'gruppo' '63', che termini e soprattutto luoghi sono oggi, agli albori degli anni Novanta, del tutto mutati, e diversa ci appare la prospettiva sia testuale che critica dell'operazione che coinvolge 43 autori in una antologia "di voci e di tendenze che opera una sistemazione provvisoria rispetto a quanto in un'area di ricerca avanzata si è fatto in poesia da parte di autori appartenenti a diverse generazioni" come recita la quarta di copertina del volume; anche se la scelta di area comporta una inevitabile affinità e più d'una di vedute poetico-critiche ed estetiche tout court, e l'Antologia, come macrotesto a più voci, ne conferma a più riprese le identità. Parafrasando e invertendo un passo della densissima introduzione di Giuliani ai Novissimi, si può affermare che tra i Novissimi e le attuali avanguardie non c'è rottura, anzi continuità (24); una corrente che taglia fuori, travolgendola, la poesia intimistica degli anni settanta. Continuità significa anche complessità in espansione (altri tasselli d'un mosaico in perenne stato d'allarme), o almeno, a livello teorico, lo dovrebbe significare, se vuole mantenersi come continuità di pensiero forte (25), oltre che dialetticamente contrapposto al tentativo di restaurare, con La parola innamorata, l'ordine precedente al "caos" dei Novissimi; non a caso, l'antologia portava nel titolo un richiamo polemico a "I poeti nuovi"(26) predicato in un alquanto stucchevole disagio introduttivo, "La statua vuota", di tono decisamente profetico e apocalittico, quanto mai bestiale, esalante umori da parvenu sopra le ceneri d'un io "bruciato", veramente troppo impoverito, per prendere sul serio le sue attitudini profetiche, nient'altro che stolide scempiaggini rivolte (27) ora contro la critica storicistica e le sue "diramazioni sociologizzanti, secondo la linea nazionale De Sanctis-Gramsci (con contaminazioni ora crociane ora lukacsiane) che istituisce un avvicinamento tattico della poesia alla storia e al sociale e quella missione internamente etica e politica dell'arte (valori positivi, esemplarità, contenuto ideologico, rispecchiamento, ecc.) che trova arcaici e grotteschi archi di volta nei pinnacoli dei Quaderni come la coerenza logica e storico-culturale delle masse di sentimenti rappresentate storicamente"; ora contro "l'imperialismo della semiologia" (sic), o contro "i progressisti", che continuerebbero a fare della parola "uno strumento", così che non è difficile capire "perché sia diventato doveroso esibire i meccanismi del linguaggio, ma più ancora nascondere (tacere) la forza con cui un atto di scrittura si ri-vela, la gratuità del canto che è dono, la verità del canto che è dono" (amen). Siamo veramente nell'alveo della più bieca reazione, del più retrivo conservatorismo di destra, del più nauseante misticismo d'accatto, purtroppo rispecchiante la superficie d'un decennio dai nervi a pezzi e dalle spalle troppo deboli per teorizzare qualcos'altro che non sia mero ritorno al passato. Nel pozzo di San Patrizio vengono gettati, insieme a De Sanctis, Gramsci, Croce, Lukàcs, la linguistica, lo strutturalismo, la semiologia, tanta buona poesia di quegli anni, in una sorta di danza propiziatoria, per fare spazio ai novelli sciamani, non a caso saliti subito alla ribalta dei più potenti monopoli editoriali. Disagi e delusioni d'una generazione che sentendosi tradita ha scelto di tradire se stessa, per enfatizzare il proprio io con una parola poetica innamorata, coloraia, rapinosa, votata ai misteri orfici dell'enigma, alla sacralità del fuoco, e a quant'altre scempiaggini metafisiche di ripiego, per insofferenza verso il già detto, rinunciando per sempre alla rivolta: "La poesia infatti non è rivolta, non si rivolge a qualcuno. La rivolta è nell'idea di un vedere che mette a fuoco un nemico e concentra su di lui ogni altro vedere. Invece la poesia è il segno che si cerca, e si scopre allontanato in un viaggio straniero, dilatato nel gioco (non nel giochino, non nella trovatina cabarettistica) di un paradosso limpido e effimero, fuori dalla logica e dal potere di una dimostrazione squillante". Chi parla è senza dubbio un poeta ispirato "che spalanca i becchi del linguaggio, e fa di una lingua una parola, senza bisogno di istituire nemici, di stilare comparazioni o graduatorie".





Agostino Tulumello, Opera per caso, 2009


VI. L'IO, AVANT-TOUT ? NO, GRAZIE...

(Polemiche sulla contraddizione)

 

lo forma con baldanza, madame mare

apparente, la paroletta blasfema e

adéspota, di schiena torna giusto a misura di modelli

inaffidabili ormai, un po' per cedere alla follia

delle cose perpetue e un poco grufola

nel trogolo delle minute cose e miserelle e smussate

o puntute

(Achille Serrao)

           

 

Dice Roland Barthes: "Avendo Mme Verdurin fatto osservare a Brichot che egli abusava dell'Io nei suoi articoli di guerra, l'universitario cambiò tutti i suoi Io in Si impersonali, ma "si" non impediva al lettore di vedere che l'autore parlava di e permise all'autore di non smettere più di parlare di ... sempre al riparo del "si". Brichot è grottesco, ma è pur sempre lo scrittore; tutte le categorie personali che questi adopera, più numerose di quelle della grammatica, non sono altro che tentativi destinati a dare alla sua persona lo statuto di un segno vero e proprio; il problema, per lo scrittore, non è infatti di esprimere né di occultare il proprio Io (Brichot, ingenuamente non ci riusciva né del resto ne aveva alcuna voglia), ma di metterlo al riparo, che vuol dire, insieme, premunirlo e collocarlo: lo scrittore non tende ad altro che a trasformare il suo Io in frammento di codice. Ancora una volta occorre entrare nella tecnica del senso, e la linguistica, ancora una volta, sarà d'aiuto (28). Parallelamente Alfredo Giuliani, già nella citata introduzione ai Novissimi scrive, a proposito di una reale riduzione dell'io, quale produttore di significati: "Quanto alla riduzione dell'io bisogna intendersi. Anche qui, soprattutto qui, l'artefatta polemica sui contenuti non crea alcuna schiarita. Troppo frequentemente, nelle poesie che vorrebbero essere le più aliene dall'intimismo, l'io si nasconde con orgoglio e pervicacia dietro una presunzione di oggettività. Le apparenze, come di solito, ingannano. In realtà e ciò spiega perché diamo importanza a un certo orientamento metrico il tono non solo fa la musica del discorso, ma ne determina l'operatività, il significato. Così la riduzione dell'io dipende più dalla fantasia linguistica che dalla scelta ideologica". (op. cit. p. 12 ).

Più materialisticamente Francesco Muzzioli, in Letteratura degli anni ottanta (op. cit. p. 28) precisa: "La lotta contro l'io lirico, tende a incriminare l'identità centrale dell'io, che rappresenta il marchio della proprietà privata del tessuto poetico: l'io lirico, infatti, nasconde le conflittualità del linguaggio, riducendone gli strappi ad uniformità ed omogeneità, e riconducendoli al piano del privato, dell'intimistico, e del patetico (al posto del mosaico dei linguaggi, è fatta apparire la vicenda esistenziale di un'anima). Con lo sperimentalismo, anche la poesia vive la sua crisi del soggetto.

Ma ciò non significa necessariamente che l'io debba essere impronunciabile e la prima persona abbandonata in favore del modo plurale . L'operazione può svilupparsi anche "dall'interno",  conservando il soggetto per stravolgerlo mediante pratiche di svuotamento e di deformazione grottesca. Da un lato, l'io è eroso da un rovello continuo, da un'analisi che ne discute le proprietà, e ne sfata gli infingimenti, non concedendo alcun nascondiglio od alibi alla autocontemplazione narcisistica."

Tant' è che Karl Marx e Friedrich Engels, nell'analizzare il "Nuovo Testamento: Io" (29), di san Max (Stirner) ne "L'ideologia tedesca", scrivevano: "L'Io con la sua proprietà, col suo mondo che consiste nelle qualità qui sopra 'segnalate', è proprietario. In quanto gode se stesso e consuma se stesso, esso è l'Io alla seconda potenza, il proprietario del proprietario, del quale tanto si è sbarazzato quanto gli appartiene, dunque la negatività assoluta nella sua doppia determinazione come indifferenza, Gleichgültigkeit, e rapporto negativo con se stesso, il proprietario. La sua proprietà sul mondo e il suo essersi sbarazzato del mondo si sono trasformati ora in questo rapporto negativo con se stesso, in questa dissoluzione di se stesso e in questa appartenenza del proprietario a se stesso"(30). Nel suo sbarazzarsi del mondo l'io si dissolve, com'è anche riconosciuto, pur con altro intendimento, da A. Simonini: "La nostra realtà è materializzata dall'eclissarsi dell'io, e, in definitiva della personalità umana, travolta dalle cose. La tendenza attuale dello scrittore (per la parte che rientra nella sua scelta, cioè la scrittura) è quindi rivolta verso un linguaggio il più possibile scevro di espressività, immune da interferenze dell'io, senza sentimenti, senza giudizi. Si tende alla scrittura neutra: al grado zero della scrittura. Solo così lo scrittore sente di essere un uomo onesto, un uomo che non si serve delle proprie armi per svisare la realtà". (31)

A giudicare dalla numerosa messe d'interventi critici dedicati all'Antologia della Contraddizione si ha l'impressione che la posta in gioco sia collocata ai confini ultimi del postmoderno, nel senso che l'Antologia pare costringere "gli archi postmoderni"per i quali "tutte le antologie sono lecite, anche quelle per i passati più prossimi, per il simbolismo, l'ermetismo, l'io crepuscolare, la poetica del fanciullino, l'elegismo misticheggiante e così via. Tutto va bene, tranne i sarcasmi, le tensioni, le sfide, l'impoeticità calcolata, insomma i rischi dell'avanguardia" entro i limiti d'una moda culturale del "poetico", perché "Dietro ogni scrittura c'è un programma, una teoria più o meno palese tra le righe. C'è una pratica della poesia che contraddice se stessa e rifiuta la bella poesia". Una Difesa della poesia contro "la smorta trivialità del poetico risillabato e rimasticato" (32); ma le polemiche non tardano ad arrivare, anche se spesso si tratta più di sfoghi che di posizioni critico-teoriche realmente alternative. Esemplare quella apparsa sull'inserto "culturale" di La Repubblica: "Quest'antologia è corredata di ben due prefazioni... e di quattro postfazioni... Detto in tutta semplicità: sembra il tentativo di sostenere la diffusa inattendibilità dei testi con gli interventi critici. La scrittura materialistica è un po' esangue, ha bisogno di molti puntelli.          D'altronde, è nella linea della neo-avanguardia: tanta poetica e poca poesia, fatta eccezione per Luperini e Pedullà, le pre- e post- fazioni non sono meglio dei testi. In qualche caso, sono anche peggio... Sarebbe questa la continuità con i ruggenti anni Sessanta, se proprio se ne vuole una?... Perché anche i poeti innamorati, che oggi tanto vengono vilipesi furono assai sostenuti dalla neo-avanguardia pur di avere dei pargoli da allevare". E via dicendo; che, come ognun vede, non ci sono argomentazioni di alcun tipo, se non un generico quanto inutile richiamo ad una libertà della poesia, racchiusa nella gabbia dell'ideologia "in cui la poesia muore e non c'è difesa della poesia che tenga. Perché la poesia deve essere libera di andare dove le pare". (33) Frasi apodittiche di sicuro effetto teatrale, o meglio spettacolare, ma d'un melodramma fuori tempo e fuori luogo, per un pubblico di giovani affetti da prudérie culturale o di vecchie dames pietose e in odore di poetiche santità. E quel che più conta prive d'ogni riscontro polemico serio che non sia puro delirio narcisistico.

Dall'altro lato la presa di distanza e la critica circostanziata: "I nostri eroi, insomma, grazie anche ad alcune coincidenze assolutamente imprevedibili (come le dimissioni dal comitato organizzatore di "Milano - poesia", lo scorso anno, del "moderato" Giovanni Raboni; come la morte prematura che, quest'anno, ha portato via Antonio Porta, insostituibile figura di mediatore tra il "vecchio" e il "nuovo"), hanno tutte le intenzioni di riaprire, di riportare allo scoperto una contraddizione che pareva ormai sopita: quella che oppone i tonalisti tranquilli, i tradizionalisti del gusto e della metrica, ai dissonanti, ai deformanti, agli innovatori e agli sperimentatori. Con l'obiettivo di rimettere in discussione il ruolo del poeta nella società contemporanea, i criteri di lettura e di promozione di un testo, e infine la maniera di entrare in comunicazione con il pubblico. Si tratta, insomma, di reintrodurre nel far poesia la categoria del rischio... In realtà dopo anni di silenzio, di dibattito bloccato, di tranquillo ménage dentro i propri "specifici poetici" già da qualche tempo i due schieramenti contrapposti avevano ricominciato ad affilare le lame: su un terreno a loro più congeniale, di natura squisitamente 'estetica'... Ovvio che, con tanti prodi al loro fianco, i sopravvissuti del Gruppo 63, i superstiti dei Novissimi, gli indefinibili navigatori del linguaggio e gli irriducibili sperimentatori della metrica, siano convinti di aver già partita vinta in mano. Ma che tutto questo lavorio, che questo esplicito ricompattamento di forze e di menti sull'ipotesi di una "scrittura materialistica", in aperto antagonismo alla pratica poetica, romanticamente ricorrente, dell''aggiungere bellezza a ciò che è più deforme', vada poi a configurarsi in un vero e proprio Manifesto, o, addirittura, nella costituzione di un nuovo Gruppo (gli Ultranovissimi?), è quasi da escludere". (34) Oppure: "La forza di certi gesti sta nella loro esemplarità. Replicarli può tutt'al più servire a divulgarli in società arretrate. In questo senso, il Gruppo 63 ebbe l'indubbio merito di introdurre nuovi linguaggi in una letteratura rimasta al neo-realismo. Non si tratta di rinnegare l'avanguardia, bensì di riconoscere che la sua azione fu inestimabile, definitiva, fondante, ma appunto per questo irripetibile in quanto tale... Vogliamo ricominciare a dividere buoni e cattivi, progressisti e reazionari, dialettici e omologati? Ancora 'Letteratura e Società', come fosse un problema sindacale? Ancora purghe, ancora controllori? ... Perciò, la riproposta della neo avanguardia mi mette i brividi, sì, ma di nostalgia, gli stessi che mi afferrano quando rivedo antichi caroselli, o sceneggiati di Anton Giulio Majano... Sarà per questo che certi 'ritorni al disordine' invece della signorina Richmond (di Balestrini) mi fanno venire in mente la signorina Felicita (di Gozzano). (cfr. Valerio Magrelli, Calma Balestrini, ormai sei Gozzano, su L'Espresso, vedi nota n. 34). Scende in campo anche Renato Barilli, che rimprovera agli autori dell'antologia, pur salutandone l'impresa, "di restare un po' troppo condizionati dal fronte avverso, ovvero di immaginarlo forse più compatto di quanto non sia, così da arroccarsi in difesa e da inalberare una protesta alquanto generica. Il 'contraddire', infatti, sembra limitarsi alla strategia del rifiuto, della contestazione, del colpo di coda, senza passare a proporre qualcosa per conto suo... Oppure sì, la cosa si giustifica, ma solo nel segno di un appello generico alla resistenza: quando il nemico è alle porte, inutile stare a distinguere tra le varie età, tutti gli uomini validi devono correre alle barricate. Ma, almeno in poesia, siamo davvero a un punto così indiscriminato, o non è questa una dannosa rinuncia al mestiere del critico? ... Essi più volte invocano il concetto di 'scrittura materialistica', come antidoto al lassismo e al perbenismo imperanti: d'accordo, ma un tale concetto non esige che si passi immediatamente a circostanziarlo? Insomma, quali sono, oggi, le vie per fare della scrittura materialistica?" (35).

In un'ampia intervista a Balestrini su Solathia si legge: "Circostanze favorevoli, che sospingono il vento della poesia in fondo frenata proprio dal dissidio fra conservatorismo e avanguardia: parole vuote, inattuali, queste ultime; ma non altrettanto inattuali i fermenti innovativi che tentano di rovesciare il gusto della parola e del verso tradizionali in sperimentazioni erudite e accanite, con forzature e spezzature le quali inevitabilmente fanno riaffiorare la distanza che separa questo genere di far versi dal neoromanticismo, neoermetismo e neo-orfismo di moda, e di conseguenza risvegliano il dibattito in precedenza sopito nella generale acquiescenza". All'affermazione che "Però la stessa contrapposizione fra avanguardia e tradizione, riferita all'antologia 'Poesia italiana della contraddizione' di Cavallo e Lunetta, è parsa eccessiva se non fasulla, anzi strumentale. Non si tratta solo del modo in cui è stata fatta l'antologia, dedicata a una sperimentazione continuamente negata nelle scelte, bensì dell'uso che ne è stato fatto", Balestrini risponde: "La scelta antologica è un po' caotica o quanto meno bizzarra, ma il libro è stato un pretesto per qualcosa che covava. Tutto l'insieme, 'Milano-poesia', persone che si ritrovano, l'antologia, ecc., hanno scatenato questo dibattito". (36) O l'adesione quasi totale: "C'è chi vorrebbe vedere l'avanguardia (quanti si richiamano al Gruppo 63, compresi i critici Mario Lunetta, curatore, insieme a Franco Cavallo, di un'antologia ... e Filippo Bettini, sostenitore di giovani poeti trentenni dalla lingua ambiziosamente ricca, tesa, scintillante di continue rotture), come un episodio importante ma chiuso. Un episodio portato via dagli anni Sessanta. Ma il gruppo che sostiene di aver cambiato il panorama letterario italiano, risponde con una sorta di ironica autocritica. Noi dell'avanguardia abbiamo abbassato la guardia e l'odore di provincialismo, di sottocultura ha invaso le case editrici, i banchi delle librerie, le pagine culturali dei giornali... Pubblicizzare il conflitto, nell'epoca del villaggio globale, è una dichiarazione di guerra contro i colpevoli di usare un linguaggio che non pone problemi, che non scuote le coscienze" (37). Infine l'adesione indiscriminata: "Al merito di rendere meno clandestine alcune esperienze alternative, le più recenti dell'ultima generazione, Poesia italiana della contraddizione aggiunge quello di ricostruire una linea antagonistica di pratica della scrittura, che parte da lontano, che ha attraversato con maggiore o minore evidenza i decenni trascorsi e che è tuttora in tensione e gravida di sviluppi, a giudicare anche dai testi dei giovani autori rappresentati... Ma una siffatta storia di contraddizioni e qui sta uno dei tratti più importanti del libro: e si giustifica l'ordine rigorosamente alfabetico in cui compaiono i quarantatrè poeti che ne fanno parte è per intero proiettata nella contemporaneità e si rende polemicamente attuale: i singoli testi, anche quando non siano, come accade in pochi casi, recentissimi, per qualità e per tendenza si mostrano di fatto pienamente spendibili oggi e costituiscono l'altro versante, il più problematico e perciò il più ricco e significativo', della poesia italiana degli anni Ottanta" (38). I due pezzi di maggior rilievo teorico: La Difesa della Poesia, già citata, di A. Giuliani e l'Elogio della Contraddizione, di M. Lunetta; quest'ultimo su "L'informatore librario", febbraio '90, scrive: "Chi ritiene che tutta la poesia si identifichi con la lirica è uno che oblitera le contraddizioni sublimandole, e di conseguenza non può che adottare un linguaggio puristico, con forte dominanza monolinguistica. Di qui il neoclassicismo di ritorno di molti autori dei nostri anni, schierati su posizioni di intransigente difesa della Lirica Ideale, come direbbe Vico... Da queste considerazioni si è venuta affermando negli ultimi anni una linea di riflessione radicalmente anti-intimistica [ ... ] attorno alla formulazione di un'ipotesi di 'scrittura materialistica... L'operazione, proprio per la sua radicalità non poteva non sollevare polemiche. La risposta dell'ala neoconservatrice del nostro fronte poetico è giunta irritata e un tantino scomposta: ma era nel conto. Ciò che importa è piuttosto il fatto che i problemi posti dall'antologia costituiscano un momento non secondario della ripresa del dibattito teorico e creativo che nella grande stampa è apparso sotto l'etichetta un po' sommaria di Gruppo 93, secondo un progetto concepito durante l'ultima edizione di 'Milano poesia' ". Sempre di Alfredo Giuliani, Nasce il Gruppo '93, su La Repubblica del 23 sett. 1989: "E così 'Milanopoesia' ha covato un evento che era nell'aria: nell'ipogeo della libreria Buchmesse del poeta Michelangelo Coviello, dopo una intensa giornata di perlustrazioni verbali, è nato il gruppo o movimento '93".

Sulla parola "gruppo" non tutti sono d'accordo, e neppure su "movimento".  Invece sul "93" nessuno discute. C'è un richiamo al Gruppo 63 che a tutti suona bene (è l'aggrupparsi che non piace) perché lo scopo è proprio quello di trent'anni fa: riunirsi per giudicare ferocemente i testi e i discorsi sui testi.  Nessuna discriminante di generazione e di tendenza".

Giorgio Patrizi, L'immaginazione n. 69-70, settembre 1989: "Poesia della contraddizione": "Ma forse allora questa è l'avanguardia perché possibilità di scambio e di ricerca comune, di dibattito e di riflessione, e allora il filo rosso di un 'progetto' o di una 'tendenza' occorre appunto cercarlo in mezzo a voci anche molto diverse e dissonanti tra di loro di cui si riconosce l'opportunità di ascoltarle in alternativa e in opposizione alla chiacchiera letteraria dominante, sorretta dai mass-media e dall'industria culturale. Dunque un'avanguardia che non fa gruppo, che non ha scuola: una volontà di sperimentare, che non si era in realtà mai spenta, né mai aveva accettato il silenzio, continuando un lavoro talvolta ignorato, talvolta letto appiattito sulle prospettive rassicuranti della cultura di consumo".





Matteo Boato, Rovereto (Biblioteca), 2012


VII. SCONCLUSIONE

(Ideologia e libertà)

 

Quando cerco di dare scacco

matto al mio avversario, non

posso dubitare se forse i pezzi

non cambieranno posizione da

sé, e se nel frattempo la mia

memoria mi giuochi un tiro

cosicché io non me ne accorga.

(Ludwig Wittgenstein)

 

 

Cosa possiamo aggiungere, per non concludere, se non una carrellata di nomi, quelli dei poeti della contraddizione, così come ci si presentano, in ordine rigorosamente alfabetico, intergenerazionale e aperto ad ogni possibile altro raggruppamento che contraddica, magari, ciò che va contraddetto in queste note di lettura; visto che, come si diceva all'inizio della presente raccolta, il nuovo è la contraddizione stessa. Così, i poeti antologizzati sono: Mariano Bàino, Nanni Balestrini, Edoardo Cacciatore, Alessandro Carandente, Franco Cavallo, Biagio Cepollaro, Renzo Chiapperini, Gianfranco Ciabatti, Corrado Costa, Stefano Docimo, Lorenzo Durante, Franco Falasca, Giovanni Fontana, Gabriele Frasca, Marcello Frixione, Alfredo Giuliani, Giuseppe Guglielmi, Paolo Guzzi, Francesco Leonetti, Mario Lunetta, Anna Malfaiera, Francesco Paolo Memmo, Giuliano Mesa, Mario Moroni, Claudio Mutini, Giulia Niccolai, Tommaso Ottonieri, Elio Pagliarani, Lamberto Pignotti, Paolo Portinari, Claudio Rendina, Edoardo Sanguineti, Achille Serrao, Mario Socrate, Adriano Spatola, Gianni Toti, Patrizia Vicinelli, Emilio Villa, Ciro Vitiello, Cesare Vivaldi, Lello Voce, Paolo Volponi, William Xerra. Sia detto in altri termini, perché au fond le contro-figure della contraddizione sono loro, les poètes. Non a caso, inoltre, se "la società contemporanea manifesta una serie di opposizioni e contraddizioni interne che trovano un'espressione diretta nella letteratura innovativa recente, e nello stesso tempo ne sfidano la prospettiva critica e i presupposti... Ad esempio, avvertiamo che il sentimento della libertà individuale si è intensificato con l'espandersi della società pluralistica di massa (la sua posizione estrema si manifesta con tendenze anarchiche) e nello stesso tempo sono evidenti segni di uniformità e di un controllo sociale sempre più diffusi", come nota Charles Russell, "L'obiettivo dell'azione individuale in e su qualsiasi sistema linguistico è duplice: trovare quegli spazi di gioco libero che favoriscono creatività e libertà, e frantumare, se non cambiare, la volontà di controllo totale del sistema come unità. Questo ideale è anarchico, come è stato l'obiettivo di molta attività avanguardistica del passato, ma come abbiamo visto, è la nozione della libertà individuale ad essere problematica e proprio perché ogni azione nell'interno del linguaggio collettivo rivela lo status incerto dell'individualismo in questa società. Definito nei termini del sistema di comunicazione linguistica, l'individuo può trovare la libertà soltanto sottomettendosi al codice, anche mentre egli cerca di sovvertirlo".

Ideologia e libertà, lo sappiamo, rappresentano i termini di una falsa contraddizione; eppure, su questa drammatica ambiguità si sono giocati, e si giocano in questi giorni, i destini reali non solo della poesia. La ripresa del dibattito teorico sulla letteratura e sulla critica, con il moltiplicarsi delle occasioni di confronto tra tendenze estetiche, e dei luoghi ove operare il confronto, pare caratterizzi in modo sempre più netto quest' ultimo scorcio di secolo e di millennio. Pare, sempre con maggiore evidenza, come segno distintivo dell'epoca letteraria, crescere l'interesse per i diversi aspetti delle tecniche narrative e poetiche in corso, aperte ad un libero gioco di riflessioni fra una tradizione in realtà sempre più tradita dalla pratica corrente della scrittura ed una innovazione sempre meno relegata ai margini del discorso sulla letteratura. Il processo e il progressivo innovamento delle forme in cui langue e parole sembrano sottoporsi con crescente impegno, fanno sembrare ancora più lontano lo spettro sbandierato fin dal secolo scorso della pretesa morte dell' arte e del romanzo in particolare. Oggi il romanzo europeo è in forte ripresa ed anche i recenti casi letterari italiani lo confermano; e non si tratta sempre di puri fenomeni di mercato, ma di reali scommesse con la letteratura, giocate spesso sul tavolo d'una generale tendenza al rialzo, naturalmente con molte eccezioni che fanno parte e vanno viste come fenomeni di moda e di cattiva letteratura.

In generale, però, e ci si riferisce qui a quelle opere aperte, il fiato alla lunga ritrovato del romanziere, la voglia comunque di raccontare nel narratore, e la ricerca sempre più accesa e variegata di molti settori della poesia italiana contemporanea, lasciano intravedere più di un segno di ripresa, alimentata, come si diceva, dalla cronistoria d'un dibattito critico-teorico e da una ideologia letteraria ritrovata e rinnovata al tempo stesso, nel segno della tradizione più avanzata della nostra letteratura, e nella volontà palesata in molte occasioni e incontri, diretta verso una prospettiva aperta alle influenze dei più diversi orizzonti culturali e geografici.

La tradizione del rinnovamento passa, appunto, attraverso il filo consapevole d'una ricerca del nuovo che testimoni d'una interferenza continua come necessità di messa in discussione dei valori maggiormente paludosi d'una letteratura senza parole, in un paradosso spesso inscenato dai ritardi delle istituzioni preposte all'insegnamento e alla trasmissione dei valort assunti come rituali extraletterari d'una critica e d'una editoria disinteressata ai valori culturali d'uso e interessata al contrario, al perpetuamento di dinastie di valori-feticcio che nulla ha a che vedere con la letteratura.

In tale prospettiva, il moltiplicarsi, nelle aree urbane di maggiore attrazione, ma anche nelle aree cosiddette periferiche, d'iniziative culturali volte all'arricchimento degli scambi e, in ultima analisi, della conoscenza delle ragioni poetiche, letterarie e di pensiero, rafforzano il tessuto letterario connettivo della nostra penisola. Ed è in tale direzione che vanno salutate tutte quelle iniziative volte ad allargare di molto, facendolo vedere più da vicino, l'obiettivo d'un Europa letteraria piena, senza esclusioni, e ricca di fermenti, opinioni, dibattiti e polemiche che non possono che ringiovanire i tessuti e le cellule della comunicazione estetica e di pensiero. Seguire la direzione della ricerca, dopo aver superato i velleitarismi dogmatici di segno anche opposto, vuol dire assumere la responsabilità e i caratteri d'una letteratura aperta agli scambi e quindi alle innovazioni sia interne che esterne.

 

 

_______________________________________

 

NOTE

 

(11) A. Cioni, Scompaiono le collane ... si moltiplicano i poeti, in Il Manifesto, 12-13 gennaio '86.

 

(12) Si spera prossima l'uscita dell' antologia legata in ordine di tempo all'ultima delle operazioni condotte ai Magazzini Generali, questa volta da Stefano Docimo e Achille Serrao (marzo-giugno '89): Verso il racconto, un ulteriore contributo al dibattito in corso, vista la peculiarità (o il taglio) con cui è stata impostata la ricerca che, se da un lato volge la sua attenzione e gli strumenti critici allo stato dei generi oggi, dall' altro, all'interno stesso delle strutture poetanti di alcuni autori contemporanei trova la risposta all'ipotesi di una tendenza narrativa nella stessa poesia (e viceversa), pur notando, in medesimi autori, una tendenza non oppositiva alla prima, ma risultante a pieno diritto laboratoriale, all'assunzione di generi nettamente scissi e riproposti dunque in formule dialetticamente chiuse. Ciò che peraltro serve a riaffermare, nella prassi e nella ricerca teorica di alcuni autori del nostro Novecento, un genere sperimentale di tipo misto.

 

(13) Newton Compton Editori, Roma 1989.

 

(14) Così l'enunciato 'Poesia della contraddizione' sta ad indicare la poetica del 'dire-contro' o il principio della contraddizione nel suo farsi poesia. E poeti della contraddizione saranno coloro che si riconoscono in questa tendenza.

 

(15) Si veda a tale proposito Louis Althusser Per Marx,  Roma 1967 (2ª ed. 1974) dove, tra l'altro, in una nota viene ricordato giustamente l'opuscolo di Mao Tse-dun (Sulla contraddizione), redatto nel 1937.  Ma confronta anche Galvano della Volpe, Opere,  Roma 1973,  in particolare Contraddizione e non-contraddizione nel giudizio, IV, pp. 418-433; Il principio di contraddizione in Aristotele, III, p. 403-418. Sulla genesi aristotelica della contraddizione, IV, pp.565-568; 414-416, e altro. Cfr. anche W . Empson,  Sette tipi di ambiguità,  trad. it. Torino, 1965;  in una nota a pag. 298 si legge; "Si può dire che la contraddizione deve in qualche modo generare una unità più vasta affinché l'effetto finale sia soddisfacente. Ma il compito di operare la riconciliazione degli opposti può gravare quasi tutto sul percipiente".

 

(16) L. Althusser, op. cit.

 

(17) Mao Tse-dun, op . cit.

(18) M. Lunetta, Un' allegria straziata dal dolore, op. cit.

 

(19) G . Della Volpe. Critica della "immagine" poetica. Op. cit.

 

(20) cfr. a tale proposito Biagio Capollaro. Postmodernismo, terziario culturale e crocianesimo di ritorno, in Altri Termini nn. 9-10 (ottobre 1987-maggio 1988); Mariano Baino, Lello Voce, L 'indice e l'ideologia (note su alcune antologie italiane di poesia) stesso numero.

 

(21) Cfr. Gyorgy Lukács, Estetica, pp . 804 e sgg., Torino 1975 .

 

(22) Goethe, Uber dem Dilettantismus, cit. , sezione IV, 16, p. 367.

 

(23) Richiamo a Ludvig Wittgentein, Della Certezza, L 'analisi filosofica del senso comune (pref.) .

 

(24) Il passo di Giuliani era invece: " Tra i nuovi e i novissimi non-c'è continuità, anzi rottura" ( l Novissimi, poesie per gli anni '60, a cura di Alfredo Giuliani, Torino 1965, p. 18 ) .

 

(25) In tal senso risultano interessanti la presa teorica e l'apporto fenomenologico dato al problema da "Una scrittura non garantita", il saggio d'apertura di Giorgio Patrizi al 1º quaderno di Invarianti (Antonio Pellicani Editore, Roma 1989).

 

(26) Cfr. La parola innamorata. I poeti nuovi. 1976-1978, a cura di Giancarlo Pontiggia e Enzo di Mauro, Milano '78 .

 

(27) Ma in realtà si tratta di disagi tardo-adolescenziali.

 

(28) Cfr. Roland Barthes, Saggi critici, Torino 1976, p. XXV.

 

(29) Marx - Engels, Opere, volume V, Roma 1972, pp. 237 sgg .

 

(30) Cfr. G .W.F. Hegel, Scienza della logica, voI. III, Bari 1978, p. 67: "L'individuo dunque è, come negatività riferentesi a sé, immediata identità del negativo con sé: e un esser per sé" .

 

(31) A. Simonini, Storia dei movimenti estetici nella cultura italiana, Firenze 1968, p . 217 .

 

(32) Cfr. Alfredo Giuliani, In difesa della poesia, su La Repubblica del 24 agosto 1989.

 

(33) Cfr. Giorgio'Manacorda, Quarantratrè poeti col resto di due, su "La Repubblica/Mercurio"del 16.9.89.

 

(34) Cfr. La ri-avanguardia, L'Espresso, n . 37. Anno XXXV, 17 Settembre 1989.

 

(35) Cfr. "Corriere della Sera" , Domenica 24 .9.89.

 

(36) Cfr. G. Finzi, L 'infomatore librario, anno XIX n. 12, dicembre '89.

 

(37) Cfr. Poesie per una Metropolis, di Letizia Paolozzi, L'Unità, 18 Settembre 1989.

 

(38) Cfr. Scrittori contro la moda, di Marcello Carlino, Paese Sera, sabato 4 novembre 1989:

"L'io lirico è sepolto sotto omeriche risate, detronizzato, esautorato".

 

 

 



* Pubblicato in La Taverna di Auerbach - rivista internazionale di poetiche intermediali - Anno III nn. 5·6·7·8 - Direttore Giovanni Fontana - Redattori Stefano Docimo, Elmerindo Fiore, Raffaele Manica, Luca Salvadori, Tarcisio Tarquini - Corresponding editors Fernando Aguiar (Portogallo), Marianne Bech (Danimarca), Henri Chopin (Francia), Paula Claire (Gran Bretagna), Stathis Crissicopulos (Grecia), Klaus Peter Dencker (Germania Occidentale), César Espinosa (Messico), Bartolomé Ferrando (Spagna), Dick Higgins (Stati Uniti), Katalin Ladik (Jugoslavia), Richard Martel (Canada), Peter Mayer (Svezia), Shutaro Mukai (Giappone), Clemente Padin (Uruguay), Waleri Scherstjanoi (Germania Orientale), Daniel Sotiaux (Belgio), Nicholas Zurbrugg (Australia) - Direttore responsabile Tarcisio Tarquini - Direzione, Redazione Via Colleprata, 374 - 03011 Alatri (Fr) - Italia - Progetto grafico Giovanni Fontana - Copyright by Hetea Editrice, pp. 161-200.




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