LUOGO COMUNE
ROMANZO A PUNTATE
Geco (VII)



      

di Gualberto Alvino

 

 

Mezzanotte. Sola sul tram che dal duomo porta alla stazione dei pullman (ai nostri tempi c’era il mercato dei fiori). L’autista mi spia dal retrovisore. Ammicca, schiaccia i capelli ai lati della fronte, stringe il nodo della cravatta senza mai perdere il controllo del mezzo: è la mano a guidare, il cervello è altrove, inchiodato a un’idea. Lo trovo così abile che ricambio scoprendomi un ginocchio quanto basta per accendergli una speranza. Se volesse mi alzerei come un automa, andrei da lui e mi accuccerei fra le sue gambe: m’incantano gli uomini che sanno far bene una cosa, qualsiasi cosa, anche la più stupida: forare una parete pensando ad altro, levigare un ciocco con l’amore di chi strigli un puledro da latte, serrare a morte un bullone, intrecciare un fascio di cavi senza staccare la luce con l’aria di so quel che faccio. Passerei la vita a servirli.

Lo incoraggio slacciando un bottone della blusa, infilando le dita nel seno, mettendomi su un fianco per sollevare l’anca. Ma ottengo l’effetto contrario: si fa serio, smette di guardarmi, sbircia l’ordine di servizio, poi estrae il telefono dal taschino e finge di rispondere a una chiamata. Vedo il suo gozzo andar su e giù nello sforzo d’incassare il colpo e sorrido coprendomi il volto col foulard. Penso al fratello che non ho avuto.

Quando un lampo squarcia il buio assoluto e il tram si arresta in mezzo alla strada la tentazione d’agire è fortissima. Ma non riesco a far nulla. Che aspetti a chiamarmi? perché te ne stai lì, a testa bassa, senza respirare? credi che non verrei? una parola, di’ solo una parola e mi spoglio nuda, ora, spògliati anche tu, nessuno vede, spalanca le gambe, succhiami, fàtti inghiottire, un cenno e mi metto carponi, qui, a terra, spingilo dentro più che puoi, azzannami la nuca, così fa il leone, poi spaccami il cranio, buttami sui binarî, spiaccicami sotto le ruote: il mondo può fare benissimo a meno dei gechi.

Ma le luci si accendono e il tram riparte sobbalzando come il mio petto, scrollato dai tremiti di una visione più vera del vero che fatica a dissolversi. Cerco di calmare il respiro. Il battito rallenta. Rientro in me, quando scoppia un temporale. Cambio posto e mi sporgo a guardare. Mi piace guardare i disastri standomene al riparo, pregustare l’attimo in cui ne farò linee toni volumi, pura essenza.

Un vento infernale nato dal niente spazza le vie trascinando in un vortice foglie e bandiere, manifesti, panni stesi. Scardina antenne e parapetti, sferza la banchina del porto, fa beccheggiare i bastimenti all’àncora. Un battello si stacca dalla gomena e si rovescia sul dorso, le ondate lo sbalzano al largo, cozza contro un cargo. Tre mozzi assonnati saltano su una lancia calcando i baschi con le mani.

Grandina. Albicocche martellano gli alberi, l’insegna dei grandi magazzini, i tetti delle auto, il monumento equestre, lasciando sull’asfalto una cipria di cristallo che sfavilla a ogni lampo.

Sul ponte i pescatori s’aggrappano alle canne che flettono fin quasi a spezzarsi. La più lunga s’impiglia a un pennone. Un ragazzo di pelo rosso e forme feline scala la transenna, si inerpica sul palo, sbroglia il nodo alla lesta, urla qualcosa contro il nero del cielo, slitta giù nello scroscio di applausi e danza nella pioggia strizzandosi le ginocchia. I piccoli gesti sono anime.

Sotto i portici un barbone male in arnese si tira la stuoia sulle spalle e incastra invano il cartone alla grata su cui tenta di dormire; la sacca si apre e un mucchio di stracci libri giornali scaduti mulina nell’aria. Si stropiccia gli occhi, arranca verso una tettoia brandendo il collo del fiasco, cerca di agguantarli due, tre volte, ma è troppo sbronzo per non finire nel fango. Bestemmia quasi per dovere, voce fonda, didattica, poi ingoia un sorso e si lascia andare rilassando i muscoli del viso, largo e solenne come un mascherone di fontana, mentre una ventata risucchia il cartone e lo scaraventa sull’orologio del campanile sotto il suo sguardo filosofo.

Dall’ultimo piano di un grattacielo due bambini si godono lo spettacolo agitando le teste: vorrei metterli a fuoco, indovinarne età, carattere, condizione sociale. Impugno la macchina e li inquadro. Uno mi vede e si sbraccia per salutarmi; dice qualcosa, forse una filastrocca; l’altro chiama la madre che accorre sospettosa, afferrandosi alla balaustra con le mani guantate di rosa. Stringo su lei, ma il tram piega nella strada che volge a gomito e li perdo. L’autista imita la curva inclinando il busto: ride di cuore mostrando denti giallastri e un’innocenza da lattante.

Alla fermata sale una signora infagottata, carica di valigie: press’a poco l’età di mia madre, come lei loquace, allegra di natura, un po’ svampita. L’aiuto ad asciugarsi, le sistemo i bagagli, poi la invito a sedersi accanto a me. Mi ringrazia con un moto delle labbra e per sdebitarsi mi offre un confetto alla menta facendo scattare un portapillole di madreperla con su scritto Per sempre a caratteri gotici; è deformato in un angolo: qualcuno deve averlo sbattuto a terra in un momento di rabbia. Ha due grosse borse brune sotto gli occhi, non dormirà da giorni, tanfo agro d’insonnia, però la pelle è liscia, curata come i capelli, spartiti in due ciocche legate da fiocchi turchesi ciondolanti sulla camicia inamidata. Il profilo di lepre stride coi modi decisi, dispotici, a tratti brutali, ma riscattati da un fondo d’affabilità che travolge.

Mi dà sùbito del tu e ogni secondo mi stringe una gamba. Dice d’avere una figlia che mi somiglia; vive lontano, al confine, il marito non la lascia mai tornare, si sentono al telefono tutti i giorni, bollette alle stelle, certi bisognerebbe interdirli, non meritano niente, quei bambini, nati per soffrire; la piccola tiene un diario, congiuntivi a posto, sette anni a luglio, non posso leggerne un rigo senza piangere; suo fratello studia pianoforte, suona solo con la sordina, papà deve riposare; mia figlia dice il matrimonio è sacro, ma io vorrei farle capire che quei ceffi il divorzio è poco: bisogna mettergli il veleno nel caffè, cancellarne finanche la puzza; ce n’è mille meglio di lui, lì fuori, assai meglio di lui, e se non trova quello giusto amen, le donne bastano a sé, sai che intendo (avvampa d’un rosso vivo): piglia me, sola da una vita, che mi manca? la sera affondo i piedi nel tappeto di ciniglia, accendo il lume rubino che buonanima portò dal Marocco, apro un libro e leggo finché non crollo, spesso non ho nemmeno la forza di trascinarmi al letto; la mattina resta poco di quelle pagine, appena il sapore, ma la pace; e se non voglio leggere sapessi quante cose posso fare: lucidare le piante foglia per foglia, dipingere piatti e bicchieri, registrare fiabe per i bambini, incollare bollini sui cataloghi, rifare il filo ai coltelli, dare il grasso alle serrature, o premere il tasto, ricordi quando dovevi alzarti per accenderla? adesso tac, non è fantastico? riderai ma io ci parlo, sì, uno ha il trucco pesante o i capelli scomposti? lo avverto e lui porta la mano alla tempia, se li sistema e mi ringrazia con un cenno, impercettibile, però lo vedo, voglio dire basta crederci, costa poco; è un conforto sapere che se ne stanno là, buoni, nella scatola, puntuali, sempre al tuo servizio; posso fare queste e milioni di altre cose, miliardi di miliardi, a chi devo dar conto? sono nata libera, io, un fringuello.

Tutto in lei è eccessivo, dalla voce nasale alla profondità dello sguardo, dai gesti ‒ ampî, concitati ‒ al rumore del respiro, dal buon senso d’ogni parola all’odore che emana: un misto d’alga e tabacco condito da un acre sentore d’aglio appena tagliato. Dunque fuma molto come me, vive in riva al mare e ha la casa piena d’animali: chi ama l’aglio non sa stare senza, serve stomaco per ambe le cose. Provo a chiederglielo. Non mi ascolta ma mi legge nel pensiero, perché si guarda una spalla, stacca un baffo di gatto dal velluto amaranto e lo butta sotto il sedile scusandosi. Si lecca le labbra con la lingua di salamandra e riprende a parlare, fermandosi ogni tanto, quasi scavasse in lontani ricordi che non riesce a chiarire. Poi si fa grave e soffia con un filo di voce la disgrazia è vivere ostinandosi a credere che serva a qualcosa, se lo capisci ti salvi, niente è fuori di noi, è la testa a creare tutto e a dargli senso, nostalgia dolore vita morte, parole, noi non siamo nelle cose, siamo cose, è sciocco sentirsi diversi, migliori, chi lo capisce vince, credi a me.

Il piovasco si fa tempesta. La tempesta tormenta. Dove troverà tanta energia, possibile mai che il finimondo non la sfiori? Potessi diventare come lei, invecchiare accanto a un lume che mi ricorda il compagno di una vita, i piedi nella ciniglia e qualche verità a scintillare nel palmo della mano nera di grasso, hai i capelli scomposti, il catalogo è pieno, sotto un altro.





Valeria Floris, Doppie, 2009


Non ne posso più. Accendo di nascosto la telecamera e gliela punto contro. Si lima le unghie e continua a parlare. Il fracasso si fa così assordante che non riesco a sentirla ma cerco in ogni modo di tenerle gli occhi addosso per non offenderla: mia madre si offende se mi distraggo, dove hai la testa? Lo dice anche lei. Sorrido e mi giustifico con un pretesto idiota sùbito smascherato da un’occhiata maliziosa, mentre una raffica spalanca il finestrino e un getto gelido c’investe. Salto su e lo blocco a fatica. Il cardine scrostato mi sgraffia un dito. Sanguina. Lo metto in bocca. Torno a sedermi.

Non parla più: occhi chiusi, capo chino. Il ciuffo lilla ombreggia il viso rigido. Si sarà addormentata. Le tocco un braccio. Si accascia. Il portapillole ruzzola ai miei piedi e sputa otto perline verdi. Un moscone arrota le zampe in un solco della fronte, poi si fa strada fra i capelli zuppi, senza che nessuno lo fermi. Questo è morire, l’ho sempre saputo: assenza d’attrito, fine d’ogni opposizione. Dovrei tentare qualcosa ma non posso nemmeno scacciare il moscone. E lui lo sa, perché il mio sguardo non lo turba affatto: s’alza in volo e plana su un ciglio di pietra.

Tutto accade nella mia mente: le immagini sono chiare, i suoni tersi e distinti, come in un film. Dico all’autista di stenderle la giacca sotto la nuca, intanto le stringo le narici, le apro la bocca e soffio forte, più forte che posso. Non reagisce. Intreccio le mani e premo lo sterno, milleuno, milledue, milletré. La testa vibra, gli occhi tremano, quasi si schiudessero al mondo per la prima volta. Anche lui tira il fiato, si asciuga il sudore e scoppia in una risata isterica che si fonde agli ultimi tuoni. Ripartiamo, mentre il vento caccia le nuvole e scopre una falce viva.

Ma non è vero. Lei da me non vuole niente. Così resto ferma a succhiarmi il dito finché l’autista frena e le porte si aprono. Afferro la borsetta e scappo nella bufera sperando che nessuno veda la mia vergogna. E tutto torni a posto. Da sé.

Riparo sotto una tettoia e mi siedo ad aspettare il prossimo tram scambiando qualche parola col ragazzo arabo che mi chiede del fuoco schiacciando una sigaretta fra i denti bianchissimi. Gli tendo l’accendino nello spiovigginio. I nostri sguardi lampeggiano. Aspira una boccata e s’accosta in un cirro di fumo. Gli appoggio la testa sul petto. Socchiudo gli occhi. Mi calmo. Ascolto il rombo dei suoi desiderî, pronta a esaudirli al primo comando, senza discutere. Non ho ricordi, fuorché una camicia inamidata, un Per sempre sbalzato nella madreperla e una lampada rubino in un salotto spoglio una sera d’inverno.

Che significa Sharif? I vostri nomi significano sempre qualcosa. Deve avere un’alta opinione di sé perché ignora la domanda e mi guarda senza vedermi, palpandomi più volte una spalla come per allenare le dita. Prende il cellulare e chiama qualcuno mentre un gatto bianco rincorre la propria coda turbinando nel verde folto del giardino. Una vecchia Ford ammara nell’acquitrino davanti a noi e la portiera si apre con un gemito. Lui mi prende per un braccio e mi caccia dentro. Crede voglia resistere ma sbaglia: sto solo aspettando che una coda si trasformi in cobra.

Ci avviamo lentamente verso la provinciale, gettando ventagli di spruzzi sugli ultimi passanti. Un travestito strepita roteando le braccia tatuate mentre il suo cliente tira un sasso che quasi sfonda il lunotto, e i due accanto a me ridono mordicchiandomi le guance, le orecchie, sfregandomi la gonna, rovistandomi fra le cosce, quasi non fossero mie. Il più ciarliero mi strappa la borsa mostrando una lingua piena di sangue e ci orina dentro senza smettere di parlare. Ha i testicoli flosci, minuscoli, tempestati di schianze, ma li esibisce con vanto soppesandoli nel cavo della mano. L’afrore mi serra la gola. Avrò il coraggio di baciarglieli, fra poco, quando me l’ordinerà? Mi inumidisco le labbra per prepararmi, ma non ho saliva e tossisco. Scuffa. Mi batte le palme sulla schiena stendendo il volto grifagno, poi richiude la lampo e mi allunga la borsetta cercando l’approvazione di Sharif, che strizza gli occhi di cane con malcelata irritazione, estrae dal portaoggetti un astuccio di pelle striata e impugna qualcosa.

Poco poco, mormora, un assaggio.

Aggrotto la fronte e piego il collo, come faccio quando non capisco.

Ci fermiamo in un ampio slargo cinto di querce spelacchiate, fra i piloni della soprelevata e le officine abbandonate da cui esala una roffia verdastra e un lezzo di latta bruciata che mi ricorda l’odore di casa tua. Non dico niente, non muovo neanche un ciglio mentre il vocìo cessa e l’ago mi penetra la vena.

Rosa del cuore ardente.

Rosa del petto in fiamme.

Rosa del mondo esausto.

Rosa rossa.

Un rompersi d’argini. Un brulicame nell’alveo bigio della vita. Picco e abisso fusi in una massa compatta. Questo deve aver provato Bianca mentre. È vicina, ne sento il profumo, posso toccarla. Per la prima volta la parola madre mi suona antica, necessaria. La dico sottovoce.

La siringa passa di mano in mano. L’indice dell’ultima pigia un pulsante e un lamento gutturale invade la radura punteggiata di lucciole. Allargo braccia e polmoni.

Rosa fulva.

Rosa selvatica.

Rosa spinosa.

Due civette innamorate planano sulla siepe di violacciocche e si parlano a lungo senza guardarsi. Lui tronfio e austero; lei mite, arrendevole, il becco ferito da un bacio rabbioso; gliene chiede il motivo, senza rancore. Lui gorgoglia risentito e vola via, toccandomi con le ali.

A quest’ora il pantano sarà secco, il cobra tornato coda.

Qualcosa m’incolla la nuca al poggiatesta, ma non vedo bene cosa, mentre mi strappano i vestiti. Mi spalancano le gambe e si affannano dentro di me. Li incoraggio movendo il bacino, accelerando il respiro, fermandolo di colpo. Il più giovane mi fissa sudando; gli afferro la barba da muezzìn e gli incrocio i piedi dietro la schiena: non temere, ce n’è anche per te. Si imbaldanzisce. Ne cerco altri nuotando nell’aria. Emergono dal nero e mi si affollano attorno. Li sento in testa, nel naso, nelle viscere.

 

 

Sembra un sogno, vero? Stesso ritmo, identica sintassi. Magari fosse. Lo vedi? valgo meno di niente. Prontezza di riflessi, capacità d’allestire in un batter d’occhio il migliore degl’interventi possibili? Sciocchezze: senza un padrone che mi guidi sono finita. Ho sempre bisogno di sapere da altri cosa fare, e non riesco a dolermene, né con me stessa né con te né con nessun altro. Mi rodo, mi torturo, ma alla fine mi accetto come sono, pur sapendo che è l’annuncio del tracollo. Se si è mai vista una donna tanto priva di senso da non meritare nemmeno la forca, quella sono io: troppo staccata dalla vita per difendersi, troppo meschina per odiare, troppo confusa per misurare sé e gli altri. Un idiot savant. Nient’altro che un caso clinico.

Credi ancora sia io a ingigantire le cose?

Non può continuare così.

Mi pare di sentirti: l’edicolante non t’ha chiesto nulla, eppure hai deciso di vedere sua figlia per.

Non l’ho fatto, non ancora, e non è detto che ne abbia la forza. Inoltre non sono io a volerlo, è lui a impormelo: non mi conosce, non sa neppure che esisto, ma qualcosa deve aver fiutato, perché quando lo spio guarda la mia finestra, quasi chiedendo aiuto. E una richiesta d’aiuto ha per me lo stesso valore d’una minaccia a mano armata.

Mi vuoi ancora bene? Lo spero, anche se so di non meritarlo. Specie dopo quella lettera. Questo ho di buono: nessuno mi detesta più di me. Mentre tu ti ami, ti adori. Senza vergogna. Forse è arrivato il momento d’insegnarti qualcosa. Ma non adesso. È tardi. Prendo un paio di pillole, mando giù uno spicchio di mela e vado a letto. Il sarto ha fatto uno squillo e dopo dieci secondi altri due: significa che sta per saltare in serpa, e che quando arriva mi vuole con gli occhi chiusi e le coperte a capanna. A lui il privilegio di spoltrirmi. Nemmeno una parola: si parla sempre di un tema preciso, niente conversari de omnibus rebus.

Ti desidero ogni bene.

 

 




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