LETTURE
FRANCESCO GURRIERI
      

Disegni indocili


Florence Art Edizioni, Firenze, 2012, pp. 108,
€ 12,00

    

      


di Simone Rebora

 

 

«Cerchiamo di traversare / questo nostro tempo che c’è dato / facendo meno danno possibile».

 

Con questa epigrafe e una breve avvertenza, Francesco Gurrieri sceglie da subito un approccio defilato rispetto alla scrittura poetica. E mentre la critica più pruriginosa non mancherà di affilare le armi di fronte a questa preventiva captatio benevolentiae, uno sguardo d’insieme e retrospettivo permetterà piuttosto di integrare queste note “di apparato” nel cuore pulsante della raccolta. Perché la dichiarazione di umiltà, come già notato da molteplici autori nelle più disparate discipline (non da ultimo un certo Magris), è in primo luogo richiamo all’humus, a quella terra da cui tutti proveniamo e in cui tutti indistintamente torneremo, immemore patria che in Gurrieri giunge infine a coincidere con la Heimat più esigente e prestigiosa: la Firenze dei grandi poeti, culla del genio senza tempo di artisti e architetti.

 

La vocazione dell’uomo e poeta, procede così di pari passo con il suo impegno di architetto e restauratore, come dimostra l’immediata suggestività di quei versi che si aprono a descrivere il paesaggio urbano, colto dall’alto dei ponteggi o dal giardino di casa, nella personale nostalgia di momenti ormai perduti, o nella memoria storica e collettiva depositata in quelle vedute, in quegli edifici. Gurrieri descrive, spesso si limita ad elencare nomi disponendoli all’orizzonte, quasi cercando d’individuare con essi le coordinate del proprio essere-nel-mondo, esercizio di orientamento che è anche metafisica lotta contro il frantumarsi degli eventi.

 

E per l’appunto “indocili” sono i suoi disegni, su cui spesso torna il tormento – e l’orgoglio – di una sfida già persa, ma comunque irrinunciabile. Contare l’infinito, spiegare l’indimostrabile, contenere l’inevitabile: esigenze che si traducono nella presa di coscienza di una condizione difficile da accettare, eppure necessaria nello «stage della vita» (p. 52). Un trovarsi sempre “al di qua” della soluzione, prima di quella rivelazione in cui sarà anche il nostro dissolvimento. E chi non lo comprende, chi pretende di non percepirlo, è anche colui che condanna la civiltà alla sempre più irrimediabile brutalizzazione, colui che nell’affermare i disvalori dell’oggi, recide radici di profondità millenaria. Perché è proprio in quelle radici, tramandate attraverso la manifattura di pietre e parole, che il sottile filo intessuto dall’umanità potrà sorreggere il peso infinito dell’inarrivabile, dell’«indecifrabile tempo» (p. 18).

 

Questo impegno “civile” della poesia di Gurrieri è perseguito con decisione, ma mai con la supponenza della condanna inappellabile: l’indagine si sviluppa su più piani, confrontandosi sempre con la diagnosi di un male, sofferto sulla pelle della sua amata città. È così che la sezione Quaderno d’autunno (pp. 25-39) ne ripercorre uno per uno i Luoghi dell’anima (pp. 38-39), ormai non più riconoscibili per quello che originalmente rappresentavano, invasi da «razzumaglie confuse» (p. 34) e saturati da una «multietnicità / perentoria» (p. 27), tramata di intimi odi e prevaricazioni. Senza temere il confronto con tematiche delicate come l’integrazione e l’identità culturale, la riflessione si estende, più in generale, alle modificazioni imposte dai più recenti conseguimenti dell’evoluzione tecnologica. Qui il versificare si fa più ironico e leggero, certo conscio dell’inquietante mutazione in atto, ma anche attento a lasciarla trasparire senza forzature, nella sua più lampante innaturalezza. Prima la TV e poi il Computer sono sottoposti all’indagine sociologica e alla riflessione metatestuale di chi tramite di essi ha conosciuto e descritto il mondo. I termini tipici (e tipicamente anglofoni) di questa nuova civiltà sono filtrati attraverso lo scanner critico del verso, che riportando il segno alla sua più immediata funzione connotativa, ne rivela a tratti il disturbante referente.

 

Ma dire che la costruzione poetica di Disegni indocili si riduca infine a una critica della società dell’oggi, condurrebbe anche a ignorarne il nucleo filosofico portante. Perché la realtà, nella poesia di Gurrieri, è spesso semplice spunto per una riflessione logica e quasi sillogistica sul suo sporadico rivelarsi. Non sono pochi i componimenti in cui risulta arduo rinvenire un referente concreto, tanto la versificazione è dominata da un procedere aforistico che tende a invilupparsi su se stesso. Ma anche qui, il gioco linguistico non si esaurisce in una sterile autoreferenzialità, perché guidato in primo luogo da ragioni di carattere etico.

 

Quasi assoluto dominatore della raccolta è così il concetto di tempo, sottoposto a un’inesausta indagine su molteplici fronti, che passando attraverso la più limpida speculazione filosofica, giunge infine a proporre un’ulteriore rilettura del mondo dei fenomeni e delle passioni umane. Perché il tormento maggiore non è tanto il suo precipitare inesorabile verso un unico e già previsto fine («Con o senza falce», p. 45), quanto piuttosto la sua illimitatezza, la sua tautologica invarianza, che gradualmente svilisce e infine annulla gli sforzi di un’intera vita o di una civiltà. Opere secolari e millenarie, affidate alla più dura pietra e al più limpido dei versi, tutte destinate a disperdersi nella glaciale indifferenza di un’uniforme entropia: in un sofferto rovesciamento della celebre sentenza foscoliana, è così il silenzio a vincere l’armonia, non più di mille secoli, ma di un infinito profluvio di attimi sempre identici a se stessi. E nel frattempo la vita è solo un breve ed effimero «perlage» (p. 67), sospeso, fragile e interrotto, ma soprattutto privo di un qualsiasi sostegno, sorto a mezz’aria e precipitato nuovamente in un vuoto imperscrutabile.

 

Questi dubbi metafisici sono affidati a un versificare che, nel conformarsi a tratti alla più rigida logica formale, predilige metodicamente l’interrogazione alla risposta, le forme dubitative alla certezza. E mentre da un lato l’accettazione sembra l’unico consiglio ormai proponibile, in un paradossale momento di chiarezza «torna irriducibile l’interrogazione» (p. 97), quasi che il vero rifugio alla condanna sia piuttosto questa inesausta curiosità, che è anche implicito rifiuto di individuare una qualsivoglia soluzione al dramma dell’esistere. È per questo che più volte, collegato alla riflessione sul tempo, torna ad affacciarsi il tema della discendenza, «programma di apòcope» (p. 60) che non mira a eternare la vita, quanto piuttosto a stabilirne confini sicuri, da cui affacciarsi sul futuro senza il pericolo di annullarvisi. Ed espandendo specularmente questo confine anche nel passato, l’amato paesaggio toscano offre altrettanti rifugi alla cognizione, cronotopi entro cui il tempo rifluisce umanizzandosi, punti fermi all’orizzonte che scandiscono le stagioni con il ritmo dei ricordi, di vite passate e a venire.

 

L’indagine filosofica si scioglie infine nell’ultima sezione della raccolta, che tornando a tematiche più intimistiche, propone le più limpide soluzioni al tormento del tempo. Prima fra tutte, quell’Altra metà della vita (pp. 93-94) che è «madre, compagna, amante» e che nel suo semplice essere qui e ora, allevia le pene e armonizza gli opposti, intuendo un’ulteriorità alla vita effimera, proprio nella sua più profonda «terrestrità». Allo stesso modo le consuetudini amicali, rinnovandosi con gli anni tra molte dipartite e altrettanti nuovi arrivi, segnano una continuità che, forse, non è così contraria al naturale incedere degli eventi – proprio come quegli alberi che si piegano «a secondare il vento» (p. 102), dimostrandoci come l’armonia possa esistere nell’incanto del giardino, anche senza l’intervento regolatore della falciatrice. Ed è proprio sull’orlo del disfacimento, quando le ombre lunghe della sera si affacciano sul buio, che un’eterna geometria si rivela al nostro sguardo, testimoniando una comunione cosmica fra tutte le esistenze, fatta di ordine, reciprocità e perenne mutazione. Quella traccia di permanenza intensamente ricercata, capace di rendere la vita qualcosa in più di un effimero nonnulla, ci si offre limpida e gratuita proprio nel trionfo della fine, quando della nostra vicenda terrena non resta che un filo sottilissimo, ormai sul punto di spezzarsi.

 

Questa complessa ricerca e introspezione, è perseguita da Gurrieri in forme limpide e coerenti, a tratti ostiche nell’intensa sinteticità, ma anche aperte in una colloquialità sciolta e spesso ironica. La sua voce si distingue presto, negli stilemi e nelle scelte prosodiche, ma anche per alcuni tic verbali e sintattici, che ne riconsegnano ancor più genuino il periodare, sempre riluttante all’ambizione del “poetico”. E così l’enjambement è spesso forzato al limite del contrasto, spezzando volentieri i costrutti preposizionali («risarcimento di / interminabili solitudini», p. 20; «e così mi sono chiesto, col / sopraggiungere dolce di chi / con me condivide giorni e stagioni», p. 44; «temporanea nebbia che mi / impedisce l’altrove di / questi giorni», p. 46); l’ironia sminuisce ogni eccessivo stilismo, servendosi ad hoc di corsivi, virgolette o parentesi spiazzanti; e il citazionismo, pur ampiamente presente, rifiuta ogni civetteria, offrendosi immediato con la chiarezza della glossa o dell’aforisma. Tra i vezzi stilistici più evidenti, il continuo ritorno dell’intercalare «appunto» esalta il senso di colloquialità, legandolo però anche allo stringente procedere sillogistico. Sul piano più puramente prosodico, la poesia di Gurrieri ama i ritmi solidi, costruiti sull’anafora (che uniforma le strofe ma anche intere sezioni, come Di questa città, alle pp. 79-90, certo la più “cantabile” della raccolta). Il verso tende volentieri all’enumerazione, scandito da giustapposizioni paratattiche – solitamente di tre membri («Lì sopra sedemmo / guardammo sognammo», p. 32; «Junk bond, junk mail, junk food: / spazzatura», p. 77; «Dispensa di amore / intelligenza riflessione affetto», p. 93). La parola diviene poi pretesto per ulteriori espansioni che, passando dall’indagine critico-semantica alle più libere manipolazioni verbali, svelano la violenza ideologica spesso implicita alle espressioni più paludate. È qui che l’ironia si fa più marcata e l’autore si concede i giudizi più aperti, come dimostra forse la più limpida e ingenua espressione della koinè fiorentina, nel titolo dell’ultima lirica (Del tramonto che si spenge, p. 103) che, pur contenendo un evidente regionalismo, vi riassume anche l’ampiezza della ricerca di Gurrieri, dalla Heimat al globo, dalle geometrie delle architetture (linguistiche) fiorentine, fino all’armonia delle corrispondenze cosmiche.




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