LETTURE
MARIO FRESA
      

Uno stupore quieto

 

Ed. La Collana Stampa, 2012, pp. 80,
€ 11,00

    

      


di Antonio Spagnuolo

 

 

Nel binario di una scrittura culturalmente elevata il nuovo volume di Mario Fresa occupa un posto assolutamente privilegiato, vuoi per il verso al di fuori di ogni canone, vuoi per le figure tagliate con attenta pazienza.

“Gli sguardi incuriositi sfiorano, adesso, l’ospite strano. / Mi ci vorrebbe lui, sicuro. / Cosa saresti diventato, dice, senza di me? ... / La sua risposta è pronta, disarmante: la voce querula, / ma colma di delizia…”. Un imprevisto insinuarsi di sottili dubbi nel vorticoso soffio delle illusioni. Il tempo è filtro delle decisioni, calmo ed inesorabile, pronunciabile e conciliabile, nello spessore delle ore che appaiono quali riprese della memoria, o di quella quotidianità che cerca a tutti i costi di dare un senso alla precarietà.

 

Forse necessita comprendere il senso del testo. A cominciare dal titolo: Uno stupore quieto. Perché “stupore”? Qual è il simbolo della parola “quieto” che segue? Lasciare il segno dell’inconscio è prodigio nell’indicare il valore dello stupore, qualcosa che ammalia e trascina anche se inaspettatamente  tra le maglie di una quiete tutta sospesa. Però il termine, qui, viene usato simbolicamente, e indica gesti e comportamenti delicatamente umani, come appunto lo stupore di chi attende illusioni dell’altrui. Quasi che nasca tra cielo e terra in perfetto equilibrio della quiete.

 

Non meraviglia il semplice racconto di un pomeriggio trascorso  nel profumo di “un nugolo di foglie”, tra sorrisi e frasi, tra barba mal curata e domande gentilmente a tema.  Mario Fresa riesce con il suo verso, quasi sempre lungo, al di là di ogni misura metrica, a ricucire il pensiero poetante con il poter dire la “parola”, e ciò con l’entusiasmo unico della precisione, mostrando consapevolmente il suo vivace senso critico e incidendo nella contemporaneità di un aspetto sottile delle verità.

Per abbozzare almeno una pur breve, ma efficiente, proposta, bisogna rifarsi alla logica del linguaggio e, primariamente, alla relazione tra tempo storico e tempo narrativo. La simultaneità dei due tempi che animano i componimenti è nell’attimo in cui l’autore crea servendosi, con forte carica di mimesi, quasi una pantomima policromatica.

L’universo astratto, che potrebbe apparire privo di coordinate logiche, in uno spazio surreale, che pure è solo la nostra realtà trafitta da uno sguardo insidiosamente acuto, si presenta pagina dopo pagina quale magia commossa di vetrina, che però cova trasalimenti e imprevisti.

 

La ricerca di una perfezione nella qualità stilistica è determinata da fulcri appassionati e sinceri, sempre determinati da occasioni, da sentimenti, da percezioni, da rappresentazioni, ove il controllo e l’asciuttezza hanno la maturazione indiscutibile della lirica, quella musicalità e quell’insistere del gusto, che straripano semplicemente sia nel verso che nelle pagine di prosa di questa raccolta.

 

 




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