LETTERATURE MONDO
CHIMAMANDA NGOZI ADICHIE
Una educazione sentimentale
nel pasticciaccio della Nigeria

      
“L’ibisco viola” è il primo libro dell’autrice nigeriana. Un precoce esordio di matrice semi-autobiografica che si rovescia nell’inattesa seduta psicanalitica di un popolo. Siamo dentro la crisi incubata negli anni ’90, all’alba dell’ennesimo colpo di stato, mentre pulsano le ferite del frammentario decorso post coloniale, e si moltiplicano gli equivoci ontologici e le ossessioni politico-sociali, e il senso di una ‘colpa’ imputridita dietro omertose simulazioni di solidarietà nazionalistica.
      




   

di Sarah Panatta

 

 

Tamp-tamp-tamp. Nel pestello igname viscoso e lacrime di aborti. Maschere di demoni e demoni nel ventre. Sapori disconnessi su lingue di carta. Il cuoio indurito di preventive sentenze educa infanzie in divisa. Case aperte nella sterile opulenza sfamano cortili-umunna contratti nella voracità dell’umiliazione. Un mostro de-composto barcolla “sulle gambe malferme di un bambino”. Sull’epidermide cagionevole l’alfabeto di una carestia costante. Il vagheggiato peccato di una vita “fuori” addensato nel garri succoso, profumato pasto della rassegnazione.

 

Due scolari nell’impresa disciplinata dei propri alienati quindici anni, Jaja e Kambili. Il pensiero molesto di uno status incrinato. Un predicatore/editore, paladino dell’informazione priva di condizionamenti ma imprenditore sulla breccia, padre pellegrino ulcerato nell’intimo familiare da un istinto di prevaricazione inappagato. Dolore riflesso sul corpo rotto della moglie paziente. Sull’ossequio gravoso di un’ammirazione filiale stanca.

Barlume emozionale delle brevi fughe da campus, il giardino anarchico della zia suffragetta, sublimato rifugio di una frustrazione femminile altrove sepolta nel matrimonio. L’odore allettante di pietose “cattedre” americane. L’aspro liquore di prodotti da banco in esportazione. La frenesia di “ali” destinate ad una frittura frugale e festosa. I cortei incendiari di religioni escluse. Le spedizioni boriose di un regime nudo.

 

Esordio di Chimamanda Ngozi Adichie[1] L’ibisco viola[2] ricalca con entusiasmo naturale la più classica educazione sentimentale convertita nell’inattesa sessione psicanalitica di un popolo. Testo ossigenato da un’intuizione/ispirazione corale vigorosa, evoluta in forma programmatica del racconto nel successivo Metà di un sole giallo[3]. Che trattiene a sua volta e sviluppa, con meditato realismo, i dilemmi espressi con senziente candore dalla protagonista del romanzo giovanile, cresciuta nel reverenziale timore dell’ordine patriarcale riesumato dal pasticciaccio della Nigeria democratica, e nella nascosta dolce contemplazione di sperimentali virgulti di ibisco viola.

Ibrido vegetale dalla natura esplicitamente provocatoria. Correlativo oggettivo e/o inviolabile eco/nemesi di un’atavica (femminile) predisposizione alla disobbedienza. L’ibisco è segnale insinuante di una latente, dunque infida volontà d’indipendenza. I fiori appariscenti, beffardo invito al cambiamento, sono il frutto proibito per una comunità che dopo trent’anni di compromissoria autonomia non può concedersi amplessi con il sogno “altro”. I tralci voluminosi, erotica anticlericale macchinazione, annodano steccati divelti assediando mura di austerità corrotta. Residuati del disperso elettrico calore di diritti gridati, di plausibili dis-integrazioni, della paradigmatica irripetibile rivolta civile brevemente condotta dal reietto popolo biafrano, troppo presto genuflesso al cospetto della filoccidentale decolonizzazione dall’impero britannico – pochade  infernale, inaugurata dalle stragi nel 1960.





Se la seconda biblica opera di Adichie, Metà di un sole giallo – articolata su doppio binario temporale in un contesto universitario straniato (micro-laboratorio sociale, e recidivo nido di memoria personale) repentinamente deturpato dalla Storia – rintraccia con coerenza la genesi della coeva società nigeriana dei torpidi torturati anni Sessanta, assumendo nel peso strutturalmente epico della scrittura una missione di espiazione/denuncia sentita come necessaria. Se nella metà mai tessuta di quel sole/bandiera restano impigliati diritti tribali e velleità sabotatrici schiettamente ostili alle impalcature della dominazione europea. Ne L’ibisco viola, diario semi-autobiografico di una crisi annunciata, sedimentato negli anni ’90 alba dell’ennesimo colpo di stato, pulsano le ferite del frammentario decorso post coloniale, della “colpa” imputridita dietro l’omertosa simulazione della solidarietà pan-nigeriana.

Appaiono, personaggi-prototipo[4], gli abitanti di una nazione/frontiera eternamente dirottabile, eredi (alto) borghesi di un’intellighenzia fallimentare e cannibale da un lato, figli del popolo minuto, confusi dall’irrisolto meticciato etnico inter-bellico, dall’altro.  Attori di una sfilacciata dimensione culturale e geopolitica tracimata dall’indiretto controllo bianco, mai estirpato, e di una zoppicante ma aggressiva contro-sopraffazione edipica portata in scena (o meglio sull’altare) da un pulviscolare assemblaggio di sotto gruppi incompatibili e insieme dalla bifronte equo-solidale classe emergente. Quest’ultima micro welfare state per la comunità perimetrale, per lo più artigiana-contadina, serva in casa dei fratelli arricchiti tra sudore e trattative. Sull’ombra brulicante di mercati ibridi e di cerimonie tradizionali, di apparizioni consolatorie e di militarizzazioni infiltrate, si stagliano le guide dell’ordine morale. I signori rampanti di un feudalesimo moderno avulso dal Governo “eletto”. Su tutti i genitori di Jaja e Kambili, testimoni della statica apocalisse nigeriana (stigmatizzata nella deflagrazione delle cesellate statuine ospitate nella teca materna, oggetti del rituale riempitivo di una coscienza serialmente stuprata). Fascia collante delle piccole città e orgoglio del Paese intero, i self made men della Nigeria odierna detengono/dispensano osannati le regole di un cattolicesimo intollerante[5], impettito j’accuse al paganesimo dei villaggi igbo e hausa (ricettacolo del passato natio troppo-selvaggio), ma anche atto di sfida emulativa nei confronti dell’Occidente rielaborato nel galateo intransigente dalla schiatta para-dirigenziale ovunque disseminata in opposizione al Potere ufficiale blasfemo.

Eugene, leader spirituale e materiale di Enugu, centro pseudo inurbato agli antipodi della metropoli-alveare Nsukka, stiva negli occhi silenziosamente furiosi l’immane collisione tra dovere civico, carità cristiana ed evasione capitalistica contro una società fantoccio. Suoi bersagli progressivamente emancipati i figli acculturati e partecipi.

Tutti variabilmente vittime-matricole-fenici di una Nigeria che quotidianamente arde (nel)l’atmosfera “prossima” di un eldorado/purgatorio libertario.

 

Epilogo del “copione”, lontano dal futuro.

 

 

 

 

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1   Abba (Nigeria) 1977.

2  T.O. Purple Hibiscus, pubblicato per la prima volta negli USA nel 2003, edito in Italia da Einaudi, Torino 2012,  traduzione di Maria Giuseppina Cavallo, pp. 275, € 11,00.

3   Einaudi editore, Torino 2008, traduzione di Susanna Basso, pp. 454, € 19,50.

4  Cugini degli smarriti personaggi partoriti a cavallo tra anni ’90 e anni duemila da illustri maestri della letteratura africana post coloniale – autori di una complessa neo mitologia dell’Africa digerita dal Novecento –, dai fantasmi del tempo dei conterranei Ben Okri e Ken Saro-Wiwa ai kafkiani martiri/inetti dei sudafricani esuli J.M. Coetzee e Nadine Gordimer.

5 Che ricorda, nel paradosso ostinato,  il protestantesimo impenetrabile del Mississipi rurale di W. Faulkner, che in Luce d’agosto ritrae impietoso uomini bianchi nati dalla sovrapposizione genetica di secolari migrazioni, svuotati dai rigurgiti della secessione votati al castigo della vergogna verso il passato/presente schiavista.




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