CHECKPOINT POETRY
LILIANA UGOLINI
 


LE FORME DEL VUOTO

(dalle rovine d’un rustico abbandonato)

testo ispirato alla scenografia reale

per il film “Il fotografo” di Gabriella Maleti.

 

 

La porta

 

La porta pressata di gramigne

s’aprì di botto

intricata di luce

al mezzo fratto

scalino divorato.

L’interno a rinfusa

la scena degli stracci

s’eternava nei tarli

nel rodere di legni vertebrati.

Una poltrona inutile,

le zampe di leone.

Accomuna barattoli,

gli utensili sdotti

la pena solitaria, la malìa

del malore

del perdersi

 

 

Stanza 1 ex-cucina

 

La vivezza concava del rosso

nello spicchio rettangolo riflesso.

Le labbra dei cassetti

sfoglie di voglie vuote.

Il colore il guizzo d’adesione

ad un progetto di dileguate patine.

A fronte la frazione del tempo

vissuta nella nota d’un blu.

Oltre, l’oscurità

s’interroga sul ribrezzo d’istinti,

il salutarsi memore d’arnesi lindi.

Un camino dell’annate trascorse,

un compenso di cenere al lavoro disertato.

Ora l’incapace destino della macchina

macina di marciume la presa

e l’attesa è il fruscio del frangere,

l’occhiuta inconsapevole

menzogna del buio.

 

 

Stanza 3 ex-camera

 

Lo strappo.

La stanza profanata di fughe.

L’iraconda follìa

un rovescio maculato

d’immagini merletto

(ultima scucitura)

la cadenza

della piega sul vento.

Un filo la brossura

delle refi mangiate

(la ruggine ampollosa).

L’evento ha la muta solitaria

derisione del sonno,

la forma sgualcita del divano,

un ammasso d’intenti.

Doppio si riflette

un orizzonte in rimando

di riflessioni.

 

 

Le facciate

 

Le facciate di cotto mattone

sul grigio della calce

incalzano di pause.

Rosa linea s’incurva

alle cadenze dei ritmi

planano piani alti

logaritmi

in fenditure di diesis.

L’aritmica visione

armonizza in simbiosi le zolle

la chimica risorta

(s’avanza in architravi)

il tempo n’esce

 filtrato di covi

 

 

Le finestre

 

Nette sulle facciate

le stringate battenti

note di rotte connetture

(l’oscuro s’indovina).

 

Le distanze cadute

in stillicidio d’interni

al volo garrito di motivi.

 

L’accidente affacciarsi

lo sgretolarsi del vivere

s’inghiotte.

 

All’interno

la genesi lenta della vista

lo spargersi del soffio

l’incarnata dottrina

una brina di diffusa magia.

 

L’intralcio

dell’insieme riprodursi

è la catena

che genera continua

la sostanza dell’oltre.

 

 

La tela di ragno

 

Ne avanza la corona di ferro

l’inferriata di rete di refe di ragni.

 

S’intraluce il pulviscolo

filtrato di compatto.

L’ombra si spoglia

di spicco.

Sfugge la tela

d’ancora più lieve

all’impigliarsi.

 

 

Il fienile

 

Le trame scaturiscono oscure.

I fili della paglia

sgusciano il raggio isoscele.

L’olfatto de-mente

coglie

lo zigomo forte

lo strappo di camicia

il tre-sette sull’aia.

Nell’affamato canto

di ragioni randagie

l’arco di porta

vola insetti.

I ramati tegami

gli starnazzi

l’odorato sudore

sull’insano ora decrepito

recapito re-cesso

a riparo di voglie

sfinisce a mezz’aria.

 

 

Il luogo è dove ci furono figure

e furori. Ora un vuoto d’ombre

staglia bianco. L’essenza è in pienezza

la consapevolezza di perdita.

 

 

 

 

 

www.lilianaugolini.it

 




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