SPAZIO LIBERO
CINEPRIME –
“THE IRON LADY”
Margaret Thatcher vista con i suoi stessi occhi


      
Ecco un ‘biopic’ diverso, interpretato da una grandiosa Meryl Streep, premiata con l'Oscar, che rievoca ‘da dentro’ la figura dell’ex-premier britannica. Una signora ‘di ferro’ temuta dai suoi avversari, spietata nelle sue decisioni politiche e sociali, qui però frugata anche nel privato, nel colloquio con l’ombra del marito morto, che stemperava nell’ironia le asprezze del suo carattere, ma era pure il suo migliore consigliere.
      



      

di Enzo Natta   

 

 

Chi era Margaret Thatcher? In politica era una che non guardava in faccia nessuno e tirava dritta per la sua strada. Minatori, irredentisti irlandesi, militari argentini ne sanno qualcosa e se la ricordano ancora. Una risposta del genere funzionerebbe però a patto che il personaggio fosse inquadrato politicamente, da destra o da sinistra, mentre invece in questo caso l’angolazione, e con lei la domanda, è del tutto diversa: il personaggio in questione va visto da fuori o da dentro?

“I ricordi sono come i sogni, si interpretano” diceva Leo Longanesi ed è in quest'ottica che va considerato The Iron Lady. Più che il politologo per il film di Phyllida Lloyd (di nuovo in coppia con Meryl Steep dopo Mamma mia!)  ci vuole infatti lo psicanalista.

Tutto si svolge nell’arco di un paio di giorni, durante i quali la “lady di ferro” (l’espressione fu coniata dai sovietici) decide di disfarsi dei vestiti del marito morto ormai da qualche tempo. Tanto basta perché la donna cada nell’imboscata dei ricordi. Accettare la realtà della separazione e rassegnarsi o continuare a vivere accanto a un fantasma che la rincuora e la conforta? Non è facile sbarazzarsi di una vita in comune svuotando l’armadio della memoria.

Questa piega del racconto lascia subito intendere come non ci si trovi di fronte a un film politico (vederlo con le lenti della politica equivarrebbe a distorcerne la  percezione e ad alterarla), ma di una variante shakespeariana sulla vulnerabilità del potere quando questo deve confrontarsi con l’ossidazione del tempo.

The Iron Lady si basa su una miniera di informazioni e su una mole di documentazione condensate in un’ora e tre quarti, tutto girato in soggettiva, nel senso che la macchina da presa marca stretta Margaret Thatcher fin quasi a sostituirsi ai suoi stessi occhi. In questo modo, con una tecnica simile al “pedinamento” di Zavattini, The Iron Lady diventa al contempo un film sulla memoria affidato a continui raccordi fondati sui particolari (basta un bottone a stimolare la marcia indietro negli anni), un racconto intimista e una storia d’amore (fra Margaret Thatcher e il marito, uno straordinario Jim Broadbent, sodale e complice, gregario e valvola di sicurezza, compagno fedele, garanzia di antistress a tutela di una serenità familiare continuamente minacciata e difesa con armi inusuali quali uno spiccato senso dell’humour e una grande umanità).





Meryl Streep in The Iron Lady (2011), regia di Phyllida Lloyd


Costruita sul difficile equilibrio tra sfera pubblica e sfera privata, la sceneggiatura di Abi Morgan (la stessa di Shame di Steve McQueen) muove i suoi passi lungo l’interrogativo “che cosa fa una regina quando va in pensione e passa la mano?”. La risposta si articola attraverso un viaggio nell’universo del potere e della riconciliazione con se stessi e con la vita dopo che il potere ha esaurito il suo corso e il miglior consigliere politico su cui si faceva affidamento se ne è andato per sempre. È qui che scatta il congegno della storia nella storia, che ne fa non solo un film sulla perdita di amore e potere, sulla difficile convivenza fra i due poli opposti del pubblico e del privato, sull’elaborazione del lutto fra  vecchiaia e la solitudine, ma nello stesso tempo un quadro storico che copre un arco temporale di quarant’anni scandito sui tempi del flusso della memoria e del patto di solidarietà che è riuscito a tenere unita una coppia anche oltre la morte.

I “biopic” seguono di solito il percorso obbligato di schemi abusati, flashback che raccontano a ritroso vite e vicende di personaggi famosi, continuamente inframmezzati da scivolate nel privato. Il tutto con un linguaggio piatto e convenzionale, anonimo, preoccupato di non urtare  suscettibilità e di non provocare incidenti di sorta. The Iron Lady si discosta nettamente da questa formula logora e ingessata, monopolizzata dalla tv, per tracciare invece un ritratto del tutto introspettivo della Thatcher, che mostra quanto la “lady di ferro” (leader del Partito conservatore, prima donna capo di governo in Europa, vincitrice per tre volte consecutive delle elezioni per il rinnovo della Camera dei Comuni, che riequilibrò finanziariamente l’economia britannica a prezzo però di un forte aumento della disoccupazione e dello smantellamento del Welfare State) fosse innanzitutto una donna, determinata fin che si vuole, ma anche fragile e sensibile nei sentimenti, che soltanto una forte volontà e un carattere deciso riuscivano a nascondere.

Con una Meryl Streep talmente ispirata che soltanto con una totale adesione dell’anima poteva trascendere il personaggio spingendolo oltre la migliore professionalità. L’Academy Award quest’anno non poteva non assegnare a lei la statuetta dell’Oscar.

 




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