PRIMO PIANO
VINCENZO MARINELLI
Degenerazioni, violazioni e orrori del ventennio berlusconiano


      
In “La grande regressione” un magistrato-letterato compila con scrupolo e con fine e ironico taglio esegetico il diario dei due decenni di vita politica italiana dominati dal Cavaliere di Arcore. Dall’elezione illegittima all’enorme e mai risolto conflitto di interessi, dalle innumeri leggi ‘ad personam’ alle continue forzature del quadro giuridico-istituzionale, dalla leadership pubblicitaria al bunga-bunga, sino al discredito internazionale e al declino del venditore di sogni e barzellette. Il documento di una involuzione socioculturale in cui si inscrive la drammatica crisi attuale e la presente recessione economica.
      



      


di Sarah Panatta

 

 

Registrare-cintare la magistratura. Operare, infiltrare e camuffare la stampa, con la corruzione chirurgica di esangui suture, e liofilizzare l’opinione pubblica previamente addormentata. Agevolare la frantumazione dei sindacati. Selezionare-acquisire-pattugliare dall’interno i partiti tutti. Trasferire il “potere reale” dal Parlamento a “padronati multinazionali”. Modificare la Costituzione per blindare la Presidenza del Consiglio. Il piano pseudo-dittatoriale del piazzista liftato di Milano2 è/o il “Piano di rinascita democratica” della loggia P2? Dalla sintesi dei (non)programmi di neo conquista autoritaria dello Stivale alla parabola del “biscione”, (ex)tessera P2 n. 1816. La confluenza del disegno massonicomafioso nelle mire di un unico capitalista egocentrico e della sua casta ha scritto (e sotto altre spoglie ancora scrive e scriverà) la sceneggiatura della fantascienza quotidiana nostrana. Quella che inquadra oggi – tra flashback di mirati deliri fascistoidi e flashforward di annaspanti utopie filo americane, allacciati nel “montaggio” dal vertiginoso protagonismo di una imprevedibile spread-ing guest star il decadimento apparente delle radiazioni berlusconiane. E contestualmente l’ascesa statica della “ritagliata” robotica tremontiana, che si accinge a distruggere la gioventù coeva allestendo scenografie di prossima efficienza invecchiata. Opera-drama inedita questa, distribuita da una coproduzione europea che vuole sbancare botteghini sulla pelle di torturanti spauracchi default. Ieri invece, nei trailer perennemente in visione, in felice regime di autofinanziamento (che non ha messo mano alle tasche degli italiani, limitandosi a denudarli), la divin-izzat-a commedia dell’Uomo di Arcore. Iper(mercato) umano senza controfigure. Eroe “assoluto” di mission impossible simulatorie atte a liberare il Bel Paese da presunte toghe rosse, farlo fiorire su macerie ambientali e immobiliari gargantuesche, dimenticando il debito pubblico e spingendo l’imprenditoria, salvo gettarlo in epocale recessione. Berlusca, lo “psiconano” sottotitolato. Il mercante di sogni narcotici, di proiezioni a breve scadenza truccate da sviluppo sostenibile. Quindi svendute a tariffa oscuramente vantaggiosa all’homo videns, creatura globalizzata da un nulla farneticante e riempitivo, assorbita in cronemberghiana simbiosi dalla fiera mediatica. Vittima e insieme fabbrica del Cavaliere. Ammiccante elargitore di fumo, responsabile di soporifero imprinting anti-democratico da distrazione di massa. Taroccata epopea dell’“uomo nuovo” la sua cavalcata su leggi ad personam che ha stravolto il sistema economico-sociale di una nazione che ha deciso di lasciarsi scarnificare, di abbandonare qualsiasi dignità e tensione critica, per lasciarsi cullare in un temporaneo (solo quattro fallimentari clowneschi “governicchi”) imbelle tracollo della ragione. Non sulle colpe, pur troppe e innominabili, del popolo cosiddetto italiano, gabbato dalla democrazia cristiana prima, ammaliato dalle sigle idiote del Caimano e ignobilmente colluso con le sue “manovre” dopo. Non sulla fatale abitudine al lassismo identitario e culturale degli abitanti del tricolore, in nutrita parte figli abietti della resistenza, poiché incredibilmente orfani di coraggio rivoluzionario.





 È sull’assurda e strategica dominazione di un fantomatico, nebuloso e rissoso P(artito) d(el) l(ucro) guidato dal satrapo del bunga bunga che si concentra con filologica perizia giuridica e con rapido scandaglio sociologico La grande regressione. Analisi del ventennio berlusconiano[1], di Vincenzo Marinelli. Docente presso “La Sapienza” di Roma, magistrato e scrittore, nonché Procuratore generale aggiunto della Corte di Cassazione, Marinelli scende dalla cattedra compilando una lezione monografica impeccabile, non priva d’ironia, in cui racconta le derive della “disciplina” e dell’“onore”, la mancanza di etica, la spregiudicata violazione della legge e dei diritti che Berlusconi ha pilotato e perpetrato plasmando la sua Italia. Marinelli scova i tarli della democrazia nostrana esaminandone uno dei più recenti e influenti frutti, il (cadavere del) berlusconismo, attraversando per blocchi tematici, di simbolico interesse ed icastica individuazione, le storie del “ventennio”. Che hanno tradito la Storia, di un’Italia possibile nel ’48, travisata nei successivi decenni, abortita dal suo “derivato” più effimero e “semplificatore”. Silvio B. Ma anche dalla sua coltre-cricca d’insania. Un puzzle di informazioni ad incastro che confuta e abbatte la comunicazione disinformante del Cavaliere mascherato. Dai permessi-lasciti del suo mentore Craxi, promotore di ben tre decreti-legge destinati a legalizzare le emittenti abusive di re Silvio, Mida dell’“interconnessione funzionale”[2] all’inizio, del manicheismo in diretta nazionale poi. Al primo tg-proclama dalle trombe di Retequattro il 3 ottobre 1988. Dall’aggiustamento tempistico delle proprie “frequenze” firmato legge Mammì[3] all’aggiramento/infrazione giuridica come prassi normalizzata, con l’infinita serie delle leggi ad personam tentate e/o varate dal 1994 al 2011. Dalla persuasione occulta del berlusconismo a foggia di spot onnipresente, Verbo visuale-desemantizzato propagato per mezzo di volti stereotipati nella/dalla “fenomenologia di Mike Bongiorno”. Ai balbettii sfiguranti nelle ultime assise internazionali, condite di barzellette non sense e gag da circo. Dalla discesa in campo con “delega in bianco” ai suoi elettori-spettatori, alle campagne elettorali infinite, sistematicamente inconsistenti. Dall’annuncio del miracolo comune all’accrescimento smodato-difesa puerile dei propri scopi, grazie a presta nome, conti off shore, legittimi impedimenti. Dal vaticinio di un sicuro ricambio morale tra i banchi della politica allo sberleffo al pudore e alla Costituzione, con continui, risibili ma dannosi sgambetti e attentati. Dalla deliberata contraffazione dell’art. 10 del DPR 361/1957 per ottenere rocambolesca elezione illegittima in Parlamento[4], alla balorda e contraddittoria mostruosità di una legge elettorale che costruisce maggioranze fittizie. L’humus intoccabile di un conflitto d’interessi risolto in parte solo dalle dimissioni del 12 novembre 2011.

 

Marinelli viviseziona gli organi del potere berlusconiano, e il loro motore propulsivo, l’enorme ascendente mediatico eretto sul piedistallo di una contro o meglio di una non-cultura commerciale che ha abbindolato milioni di utenti-individui, irretendoli in una televendita senza contenuti per circa venti anni. L’autore eviscera la carcassa di un’industria del consenso senza corpo. Sotto il belletto una macchina tritura miliardi che ha protetto i privilegi abnormi della classe politica e calpestato la fisionomia già fragile dell’“amata” patria. Neo garibaldino omicida, Berlusconi ha unificato una massa (negli anni sempre più immaginaria quanto reale nei sondaggi del Caimano) da sfruttare e sgretolare, aiutato da un’opposizione debole e flaccida se non inesistente. Favolistica, come l’immagine dell’uomo del “miracolo”. L’uomo che Marinelli osserva e sbatte in prima pagina, declinandone tattiche e storture, astuzie e difetti. Dimostrando implicitamente la determinazione suicida di una nazione immobile, inetta, ancora senza rotta, ideali e idee, adesso che il sovrano è senza trono e altri svettano in sua vece, cariatidi di un mondo che si consuma senza scatti ri-creativi. Allora la corretta e appassionata disamina di Marinelli diventa autopsia necessaria ma tardiva, registro storico memorialistico per speleologi sociali del domani. L’italianità poco reattiva, alimentata a flash mob, flash wishes, flash news, colpevolmente, grottesca sbanda, attende, latita. Nell’aula dell’autocoscienza irraggiungibile. Lascia e mai raddoppia.





Pittura 'di corte': Berlusconi e Mara Carfagna secondo Filippo Panseca




[1] Onyx Editrice, Roma 2011, postfazione di Nicola Tranfaglia, pp. 229, € 16,00.

[2] Ivi, p. 24.

[3] N. 223 del 6 agosto 1990. Legge che “cristallizza il duopolio Rai-Finivest” e che nel titolo “Divieto di posizione dominante nell’ambito dei mezzi di comunicazione di massa…” riassume il paradosso del dominio berlusconiano, con l’esatto 25% delle reti nazionali. Ancora una volta dominio legalizzato dalla distorsione della democrazia entro i ranghi di norme manovrate, in tal caso, come dice Marinelli, “ad aziendam” (ivi, pp. 33-35).

[4] In quanto proprietario di frequenze televisive, dunque beneficiario di concessioni pubbliche, perciò ineleggibile. Vedi  in proposito l’esauriente sezione “Come se fosse normale”, ivi, pp. 53 segg.




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