PRIMO PIANO
VALERIO MAGRELLI
Berlusconizzazione dell’Italia
in un’epoca caratterizzata dall’incompetenza


      
Un sapido pamphlet che non concede varchi alla speranza sulle trasformazioni profonde del nostro paese avvenute negli ultimi decenni. Il titolo sottilmente provocatorio del libro “Il Sessantotto realizzato da Mediaset” chiarisce come il terreno di azione politica, sociale e culturale è stato in questo periodo dominato dalle capacità populiste-comunicative del Cavaliere di Arcore, che ha ipnotizzato la maggioranza degli italiani, ma ha pure segnato e fortemente condizionato l’opposizione di centrosinistra. L’esito finale è una devastazione delle coscienze, lungo la linea di Machiavelli ‘cacologo’ principe, ovvero esperto del ‘brutto’ morale e antropologico.
      



      


di Alberto Scarponi

 

 

Che in Italia si fosse ad una svolta era percepibile anche prima dell’allontanamento dal governo di Silvio Berlusconi. Molti i segni, fra cui non ultimi i bilanci, i quadri d’insieme, i profili d’epoca che hanno cominciato ad infittirsi. E che siano o no postume civette le menti dedite a tale filosofeggiare storiografico, l’impressione che parlino al passato c’è. Valerio Magrelli, a dire il vero, con questo suo pamphlet Il Sessantotto realizzato da Mediaset. Un Dialogo agli Inferi, Einaudi, Torino 2011, pp. 77, € 13,00 – voleva certo altro (probabile infatti che il titolo originario fosse l’attuale sottotitolo, legato a una «forma minore ma ricorrente della cultura europea», il letterario «dialogo con i morti», come ricorda nell’avvertenza, e la letteratura vive sempre al presente), ma oggi, si sa, con le redazioni e peggio ancora con gli uffici stampa, non c’è niente da fare, il criterio pubblicitario e insomma berlusconiano impera.

In ogni caso il dialogo in quattro atti fra Il tenerissimo (a rappresentare un generico amore per il prossimo) e il «martire della libertà e apostolo della tirannide» chiamato Machiavelli, tendende a non avere peli sulla lingua, tanto da autodefinirsi «Grande Cacologo», produce senz’altro l’auspicato pamphlet. Che tuttavia non ha di mira Berlusconi in quanto singolo, ma piuttosto il qui e ora degli italiani e dunque, se proprio, gli italiani stessi, appunto. Inevitabilmente arriverà a lui, come dice il titolo inesorabile, ma prendendola da molto lontano. Ed è questa ampiezza di sguardo che fa la qualità del libro.

L’elenco degli oggetti polemici è lunghissimo. L’invasione della plastica, che ha perfino creato nell’oceano un’isola enorme, un’inutile Atlandide polimerica tutt’altro che incredibile, anche se incredibilmente massiccia e minacciosa; la persecuzione acustica della musica rock e pop e tecno e country e strong e house e melodica contro la vita quotidiana; l’imbottigliamento dell’acqua; l’inesorabile irrazionale iperattiva cattiva gestione dello smaltimento dei rifiuti; la decrescita definita riduzione dei consumi; l’incompetenza di tutti i tipi; la stoltezza che fa giudicare brutte le energie alternative; la corruzione endemica. Davanti a tutto questo e altro, il «cuore suicida di certa sinistra italiana» capace di «negare la realtà su ogni piano». In definitiva viviamo su «un nucleo di infezione da irrealtà, non tanto utopistica, quanto atopistica», insomma pestifera.

Come si vede il nome fatidico non entra nella lista, quasi a significare che Berlusconi non è causa di tutto il peggio, ma suo effetto, come in realtà è.  E tuttavia non si resiste alle cose, o almeno alla corrente, forse allo Zeitgeist, diciamo al metodo mentale cultico del nostro tempo, che lo richiede. L’incongrua apoteosi verrà propriamente alla fine del libro, ma intanto il suo fantasma operativo assume già all’inizio imponenti fattezze narrative via citazione (dal sito internet Nazione indiana): «la capacità di quest’uomo di “allevare” degli elettori che non abbiano la minima capacità critica, e di riuscire, nello stesso tempo, a portare gli antagonisti sul proprio campo di battaglia» produce uno stato di cose «assuefacente», così l’una e l’altro sono all’origine di ogni mancata resistenza.

Ciò detto, prosegue però efficace l’illustrazione quasi sempre concreta dello stato di cose sopra definito. Vengono così in elenco il consumismo e la peste della precarietà, il corporativismo, i privilegi difesi dai sindacati, qualunque cosa ciò voglia dire, il «male italiano» del saccheggio privato (secondo il proverbio partenopeo: roba del governo, chi non ruba va all’inferno), la polarizzazione pubblica per cui l’altro è sempre un nemico che ha sempre torto, il guicciardiniano particulare come principio guida del comportamento italiano, il discorso politico inteso come reticenza (per cui i facchini che rubano diventano ‘lavoratori che sbagliano’), la capziosità portata ai confini del sopruso (il falso in bilancio diviene ‘una manovra amministrativa necessaria’). Ecco allora che la cultura politica diffusa si schiera confusamente contro la pena, non semplicemente contro la pena di morte, e accetta la irresponsabilità penale di chi operi politicamente.





È che – teorizza Magrelli – nella valutazione dei fatti si dimenticano le vittime, le persone. Il discorso verte soltanto sui responsabili, interessa la loro redenzione e allora la figura della vittima risulta «inopportuna». Probabilmente ha ragione, in fondo il problema sociale è questo: l’ordine pubblico. Ma aggiunge che forse è perché la vittima ci rammenta come – secondo il romanzo di Michel Houellebecq Le particelle elementari – la crudeltà, cioè la ferocia gratuita del più forte verso il più debole, nella storia evolutiva si sia affermata del tutto, non fra gli animali, ma solo fra gli umani primitivi e poi, nella società civilizzata, tra i bambini e i ragazzi. La pietà compare tardi e – precisa – «non sempre». Giacché «il rispetto per gli offesi passa per la giusta sanzione dei colpevoli», questo per par condicio. Invece la vittima viene come sottoposta a una sorta di damnatio memoriae. Il pentitismo, vale a dire il «baratto fra libertà e delazione», «il pay per go» nasce da questa confusione fra gesto e coscienza. Così, Pietà per gli infanticidi è il titolo di un racconto che sta pensando di scrivere in proposito.

Un altro racconto, sempre in tema di «Grande Rimozione della Vittima», dovrebbe intitolarsi Sympathy for the devil, in quanto vorrebbe prendere spunto dall’ottava della Lettere provinciali, il notorio pamphlet anti-gesuitico, che Blaise Pascal pubblicò nel 1656 per denunciare l’andazzo post-tridentino della Chiesa cattolica (andazzo fatto di morale casistica, di giudizi probabilistici, di «benignismo») inteso, dopo gli scossoni della Riforma protestante, a recuperare «il maggior numero di anime». Si era di manica larga e rivolgendosi a tutti (ma soprattutto alle «persone di mondo») si chiedeva soltanto «un livello minimo di vita cristiana». Pascal con le sue Lettere denunciò tale permissivismo estremo, che cancellava «dalla lista dei peccati lo spergiuro, il tradimento, la bestemmia, l’omicidio, e addirittura la mancanza di amore verso Dio».

E però qui in Italia, in assenza dell’antidoto pascaliano, questo veleno «ha continuato a circolare nel nostro sistema mentale, prima ancora che giuridico, allargandosi all’intera società». Tale sistema di pensiero, nell’«Italia “vaticana”», una volta abbandonata la volontà di controllo totale del panopticon chiesastico, ha scelto la totale cecità davanti alle realtà scomode, tenendo a questo fine il campo visivo (e cognitivo) sempre e tutto occupato dall’urgenza della pratica. Per questa via è nata un’Italia irreale, che accumula maschere: l’anima bella, le buone intenzioni, l’eufemismo culturale, il politically correct, il punto di vista fatalmente particulare, le riforme assolute (cioè ogni volta impossibilitate a pervenire alla «seconda fase», quella del controllo), l’atto politico in sé (anch’esso fatalmente, ogni volta atto interrotto).

Una cecità metodica che oggi dà questo risultato: «la destra distrugge e la sinistra fugge», – scrive Magrelli mimando il linguaggio degli slogan, – da una parte, la destra è cieca per le cose che stanno oltre il limite del tornaconto, così appunto le distrugge, mentre dall’altra parte la sinistra se ne rimane abbagliata dall’universalità dell’orizzonte cui mira, così non è mai «realistica, oggettiva, pragmatica». Ambedue queste scelte politiche, sembra di capire, per un processo neurologico, per problemi di sinapsi, oggi mancano in assoluto di immaginazione, ogni volta che un argomento si offre loro, se ne rimangono davanti a quella cosa, «letteralmente inibite da un’onda di emozione incontenibile», per cui «tutto il resto scompare» dalla loro vista.

Il procedere diciamo per apposizione di Magrelli non rende perspicuo il passaggio, ma poi risulta subito che un nesso e stretto c’è fra la cecità di cui sopra, che a questo punto egli chiama mancanza di immaginazione, e la riforma universitaria cosiddetta Gelmini (e precedenti), un nesso non solo di comportamento ma proprio di contenuto. Infatti voler privatizzare il sapere (contestando l’istruzione pubblica ossia «il frutto più alto della civiltà occidentale») e a tal fine svalutare la trasmissione generale della cultura significa voler costruire «un mondo... finalmente disinfettato da qualsiasi elemento critico». Ecco allora emergere il senso alternativo (qualità versus quantità) del sapere letterario, umanistico, rispetto a quello economico. Si tratta di due logiche diverse, quella dei numeri e quella dei significati, che producono scale di valore divergenti (Il tenerissimo a chiarimento cita, prima, Michel Foucault che, a proposito della differenza fra la propria logica quella utilitaristica, esclama: «non siamo dello stesso pianeta» e, poi, la distinzione heideggeriana fra il pensare filosofico, ad andatura «circolare», e l’intelletto comune, ad andatura invece «lineare»).

«Per far sì che il mercato possa accaparrarsi tutto», alle cose della cultura vengono attribuiti nomi clamorosi, così che risultino vendibili nel contesto economico: lectio magistralis (una conferenza), standing ovation (il consenso), eccellenza (qualità), honoris causa (fuori registro). L’eccesso di assoluto pubblicitario deteriora la funzione effettiva: delegittima la competenza. Così Magrelli – scandalizzato dalla «Cernobyl culturale» dei funerali di Stato voluti per un presentatore televisivo (Mike Bongiorno) e non per un poeta (Edoardo Sanguineti) – ne conclude, per coerenza, «che la nostra epoca sia fondamentalmente caratterizzata dall’incompetenza». Oggi «far bene la propria professione costituisce già di per sé un atto di eroismo, il massimo esempio possibile di responsabilità collettiva».

Qui Magrelli si fa crudo: privi di critica, in politica siamo «con due destre», nella vita sociale abbiamo davvero la prevalenza del cretino (titolo di un libro di Carlo Fruttero e Franco Lucentini), la competenza si è trasformata in competizione (Luca Sossella), ciascuno vive chiuso nel suo ed esclude che esista altro da sé, perdendo di conseguenza (o proprio perché ha ormai perduto) il concetto di lavoro. Ma in una società costituita da individui privi del senso del lavoro e del connesso senso dell’altro, «la civiltà si ritira». E il primo segno tangibile di tale regresso è l’intisichirsi dello Stato.





Berlusconi-champagne, ironicamente celebrato in rete


La società deperisce, non ha più di che nutrire in primo luogo un potere statale efficiente. Alberto Moravia, ricorda Magrelli, descrisse la P2 come una spugna che andava assorbendo potere dalla democrazia parlamentare, cioè appunto dall’organo di raccordo fra società e Stato. Oggi è il mercato che, con i suoi «tanti rizomatici poteri», risucchia a sé lo Stato e lo fa deperire, mentre dal tessuto sociale emergono attivissimi agenti patogeni.

«Questione morale è il termine tecnico che designa la presente devastazione», afferma Magrelli aprendo l’ultimo atto del suo dialogo, dedicato a delineare i tratti desolanti del regno del Popolo della Libertà: «società dello spettacolo» dominata da una «oligarchia catodica». Da questo taglio etico nasce però uno strano monumento e contrario al primattore di tale teatro: Grande Persuasore, più bravo  burlador di Don Giovanni, giacché questi  sposatore a tutto spiano») poteva ancora far credere a Zerlina che sarebbe divenuta anche lei «cavaliera», mentre invece l’Italia era fin dall’inizio certa di non diventarlo mai. «Uno stupefacente caso di autolesionismo», dove la sedotta non ha voluto né comprendere né proteggere «i suoi interessi reali, preferendo agire in difesa di quelli immaginari». Abbiamo così uno «Stato di ipnosi», costruito «da un autentico Mago della comunicazione», dove l’Italia è passata «dalle pie illusioni del Materialismo, alla cruda materialità dell’Illusionismo». Al dunque, «c’è da rimanere esterrefatti, per l’intelligenza dimostrata dal personaggio nel comprendere l’importanza del meccanismo identitario all’interno del sistema sociale»: «l’Immaginazione  è davvero arrivata al potere».

Arrivati qui, dove è vinto persino Leopardi (riteneva la nazione italiana «la più difficile ad esser mossa da cose illusorie») e dove nemmeno i giovani trovano più un sentiero per uscire dal tunnel in cui (si) sono chiusi (Magrelli recupera in tema un Enrico Brizzi che ventenne, nel lontano 1994, risognando la controcultura sessantottina, critica la propria generazione come fatta di piatti «ragionieri» e lo critica a sua volta sostenendo che bisognerebbe invece «avere la capacità di farsi... ragionieri della propria utopia»)... insomma siamo nel deserto creatosi quando una bella utopia si è trasformata in brutta distopia... che fare?

Proprio strano un pamphlet che finisce senza speranze, neppure implicite, a meno di non considerare un atto di speranza – in qualche modo una resistenza alla Rilke – il comportamento dello scrittore che si fa, o sua natura sarebbe, «cavia». Non so. In ogni caso, così se lo figura Valerio Magrelli nel congedo di un dialogo lungo il quale, per passione civile, ha voluto assumere i panni di Machiavelli inteso come esperto del brutto morale. 

 




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Primo Piano

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006