PRIMO PIANO
MEDITAZIONE CRITICA
‘Poeti si muore!’: cercando un nesso tra scrittura
e antropologia


      
Un’attenta ricognizione insieme letteraria e gnoseologica sulla stringente interfaccia tra vita e opera che traspare nei percorsi poetici tanto diversi quanto accomunabili di Patrizia Vicinelli morta nel 1991 e di Giuliano Mesa e Massimiliano Chiamenti deceduti lo scorso anno. Oltre gli elementi biografici (una certa vocazione ‘maudite’, la tossicodipendenza, l’omosessualità etc.), quello che emerge è un sostrato di esperienze esistenziali dolorose che nutre e forgia la sensibilità extra-ordinaria di questi tre autori e costituisce la scaturigine prima della loro poesia, permeata di luce e di thanatos.
      



      


di Domenico Donatone

 

 

«la guerre, la guerre, ne passait pas»

(Céline)

 

«Hello, hello, hello, how low?»

(Nirvana, Smells like teen spirit)

 

 

Non è mai esplicito il significato dell’arte, della poesia, come quando si ha la possibilità di toccare col pensiero ciò che li sublima, ciò che li individua parte essenziale, atipica o assoluta, dello stare al mondo. Prima di poter capire la poesia, bisogna necessariamente capire la vita, il che è concetto assai più complesso della stessa nozione o definizione di arte, di poesia. Anche se la letteratura e l’arte possono non necessariamente occuparsi dell’esistenza, dei fatti della vita (amore, morte, tempo, ecc), ed essere per questo comunque rilevanti, autonomi, decisivi alla comprensione di una rete di relazioni, può dirsi, al contempo, che senza la vita la stessa arte e la poesia sarebbero decisamente distanti da una materia d’interesse mai così ampiamente esaustiva. Dentro la vita agiscono elementi che sono di gran lunga più impoetici che poetici, e se la poesia, che è arte della parola limata sul corpo della vita, riesce ad essere qualcosa di più della vita stessa, ciò accade perché finalmente qualcosa della tragedia umana si è riuscito a superare a favore di una tragedia ben più sublime. Il passo per giungere a tale significazione è arduo, complesso. Superare la vita come flusso di energia e di istinto è difficile per il fatto che nessuno è disposto ad anteporre l’arte alla vita, a mettere in risalto la letteratura prima ancora della vita in sé, che di conseguenza la produce. Si è prima uomini e poi poeti. Alla favola che “poeti si nasce” non ci credo! Non ci credo perché poeti si diventa grazie al dolore, a qualche particolare illuminazione che deve per forza far scattare un’esigenza di comunicazione così impellente da rendere l’arte e la letteratura amplificazioni della vita, un “doppio” capace di plasmarsi in un corpo testuale: e il corpo testuale è assai più esigente del corpo fisico, delle cose terrene.

L’uomo per essere poeta ha bisogno di capire prima cosa significa essere uomo, poi può essere anche poeta, il che stabilisce che si può finalmente produrre qualcosa partendo dalla propria esperienza che intensifica aspetti della vita forse banali, ma indispensabili alla poesia. Si è poeti quando la vita, che spesso s’ignora o la si vive al cinque percento (Montale docet), si è pronti a tradurla in dinamiche di verità. La poesia è una fisica del senso estratta dalla fatica del calcolo perenne di capire cos’è la vita. Ecco perché scrivere è più faticoso che vivere. Scrivere implica una moltiplicazione di vita, una moltiplicazione di esigenza che, a scanso di equivoci, risulta di gran lunga dispendiosa delle normali energie che si impiegano per vivere normalmente. Essere poeti vuol dire essere due volte uomini: doppiamente vulnerabili, doppiamente forti. Siccome le premesse sono queste – premesse che la stessa storia dell’arte e della letteratura ci impongono perché ci insegnano un percorso di conoscenza niente affatto semplice – è più facile incontrare persone che possono essere anche meno importanti o carismatiche degli artisti, ma che ci consentono di essere in maggior sintonia con loro che coi poeti. Perché? Perché la poesia non può essere una faccenda mediatica oppure estetica o semplicemente didattica: la poesia è estremamente complessa anche nella linearità dei contenuti, che hanno bisogno di una definizione e di uno studio come motivo determinante di qualcosa di preciso, di valido. La poesia, benché chiarificatrice dell’esistenza, è decisamente più complessa di ciò che si vive. Si allinea la vita alla poesia solo quando davvero essa esprime un malessere o una qualità che non è dissimile dalla poesia intesa come studio, sacrificio, dedizione. Un tumore può rendere poeta una persona anche se non lo è mai stata nella vita, così come i precari sono poeti non dichiarati in quanto ugualmente marchiati da un’esigenza di comunicazione e di rifiuto. Il poeta è, in fondo, una persona che reagisce, che ubbidisce oppure che si dispera perché è poeta, e che comprende che è condannato a possedere una specifica sensibilità, come un disoccupato o un precario, come un cassintegrato o un operatore call center, costretti ad avere pochi diritti e poco futuro, sono inevitabilmente persone a cui viene stimolata la propria sensibilità. Se c’è un patto culturale tra vita e opera, spesso manca più l’opera che la vita.

Di fatto, in molta poesia contemporanea è assente un tratto semantico, direi decisivo, quasi sintattico, del significato, mentre tutto verte sul significante, cioè su una de-semantizzazione del verso da poter dichiarare di avere dinanzi agli occhi  “poeti senza grammatica”, ovvero non incapaci a scrivere, ma privi di letteratura, privi di un morso che possa generare presenza inequivocabile. Molti scrittori si scambiano il testimone, certamente all’interno di una tradizione che è anche sperimentale, di ricerca, ma è così poco edificante il sistema di versificazione attuale che molta poesia si declassa a eterna ricerca di significato, fino ad un inevitabile avvitamento su se stessa. Questo è il motivo per cui molta poesia diventa meno interessante della realtà o del concetto di verità, così distaccata dal presente e testardamente motivata ad una metaforizzazione, ad una de-storicizzazione, ad una de-localizzazione del reale, della politica, degli aspetti civili, che diventa molto più interessante leggere Giorgio Bocca, piuttosto che leggere poeti o scrittori la cui verità è lontana da una oggettivazione che si vuole toccare con mano. Questo non significa confondere il linguaggio, perché è chiaro che un giornalista non può scrivere come un poeta e un poeta non può scrivere come un giornalista, ma intendo dire che si perde qualità comunicativa della poesia, così impegnata in un’audace sperimentazione, che l’attenzione che si ha verso essa viene distolta da contenuti più immediati, più evidenti, e che definiamo tali in quanto maggiormente riconoscibili. Alcuni giornalisti e saggisti e filosofi sono più interessanti dei poeti, degli artisti, degli scrittori. Questo perché si vive in un tempo non solo in crisi ma della crisi, in cui essa è precipitata nella realtà come verità, come certezza, come default dell’Europa, come cosa che c’è, che pulsa. La poesia in tempo di crisi evidentemente deve compiere un duplice sforzo, deve essere capace di entrare in contatto con qualcosa che comunica verità e non solo sentimento.

L’ultimo scrittore capace di stabilire un contatto tra letteratura e antropologia fu Pasolini e, diversamente da lui, sia pur incluso dentro una luce di impegno civile, estraneo al sacrifico perché maggiormente riflessivo e di circostanza politica, Mario Luzi. Oggi non saprei indicare nessuno scrittore “valido”, capace di stare su determinati temi senza perdersi o disperdere le sue forze. Da un lato c’è Aldo Busi con il suo straordinario Seminario, e dall’altra sempre Busi, con una dialettica antitelevisiva e avversa a quella patina di moderazione che i “salotti buoni” e ipocriti pretendono. Si ha, dunque, bisogno di poeti e di scrittori capaci di essere in contatto con la realtà, che sappiano ammettere la sostanza esplicita del vissuto antropo-economico, anche se sbagliano giudizio o cedono ai ricatti del mercato. Per questo motivo tra i poeti validi indico Marco Palladini, Enrico Pietrangeli, Mario Lunetta, i quali diventano con la loro poesia motivo di interesse non solo letterario ma esteso al circostante della politica e dell’economia per tenere assieme la lettura di Pasolini, di Cesarano, di Campanile, con quella di Travaglio, di Bocca, di Montanelli, insomma con giornalisti-scrittori estranei dalla materia letteratura però capaci di alimentarla come un unicum di riferimento. Un riferimento filologico e non filosofico o intellettuale. Poeti, dunque, si deve avere il coraggio non solo di diventarlo, ma soprattutto di esserlo in maniera esigente, ossessiva, determinante. Idem per il giornalista. Questo preambolo antropologico-filosofico, che unisce vita e opera, è figlio di una suggestione e di una vera e propria stimolazione intellettuale che spinge a valutare i poeti non più in antologie, bensì in vere e proprie “antropologie poetiche”.





Tommaso Lisanti, Fratelli d'Italia, 2011


Accorso ad un incontro culturale tenutosi presso il Cinema “Aquila” di Roma, in cui si commemorava la scomparsa di tre poeti del tutto sconosciuti al pubblico, le voci e i suoni (Marco Palladini, Ilaria Drago e Pieraldo Girotto) i testi e il clima da cenobio medievale, hanno indotto una riflessione da non poter scindere la vita dalla poesia e la poesia dalla vita, nel senso che gli scrittori così prematuramente scomparsi (Patrizia Vicinelli, Massimiliano Chiamenti e Giuliano Mesa) hanno loro malgrado e involontariamente portato a compimento una parabola poetica senza tralasciare quella umana, senza prima aver capito cosa significa essere uomini e che vivere, forse, è peggiore che scrivere. Mi è subito parso che questi poeti avessero esposto un logo, benché defilato, sulla loro opera che recita in questo modo: “poeti si muore!”. A ciò non segue altra scelta possibile, non esiste nessuna soluzione. Giuliano Mesa, Massimiliano Chiamenti e Patrizia Vicinelli, sia pur nella loro diversità, hanno avuto la capacità poetica e antropologica di esprimere uguaglianza, ovvero una sottigliezza intellettuale e del vivere, benché avversi come nel caso della Vicinelli e di Mesa (tossicodipendenza e malattia), oppure assolutamente arbitrari come nel caso di Chiamenti (suicidio), capace di assimilare la letteratura alla vita senza sbavature e deficienze.

Vorrei iniziare subito dall’ultimo poeta, da una donna, Patrizia Vicinelli. Ciò che determina un interesse allarmante per questa scrittrice, che quasi terrorizza perché la sua azione poetica di performance si interiorizza in maniera non diversa da come accade al cinema, è il fatto che è stata una poetessa maledetta. Quello del maledettismo è un fronte culturale a cui ci si è fatta molta abitudine, ma non è mai così scontato quando ad essere vero, imminente, è il “buco”, l’iniezione di eroina, la vena gonfia. Insomma, il maledettismo è indice di voracità, di una capacità di andare fino in fondo fregandosene delle conseguenze, ma non è la malattia. La malattia è attorno al poeta, ed egli reagisce calandosi nella parte di chi offeso, offende, di chi umiliato, umilia, di chi abbandonato, abbandona. La storia di questa poetessa, nata nella Bologna bene, nel 1947, e precipitata all’inferno (muore di aids nel 1991), prende inizio da un malessere non confessato, meglio ancora da una scelta e da un esercizio di estensione del corpo come parola, da un’esigenza di esorcismo e di lacerazione della carne piena di fremito. La Vicinelli stessa in una intervista dichiara: «Tanta gente, oggi, si improvvisa poeta, non è un fatto di scrittura essere poeta, ma forse esperienza di una certa qualità. Se riesci a sopravvivere ad un tipo di esperienze che la gente non ha il coraggio di fare e se dopo tutto questo hai qualità linguistiche e creative che te lo permettono, ossia la tua cultura si può esprimere attraverso il linguaggio, sei un poeta. Non è dato a tutti. È come un destino, difficile da accettare. Quando lo accetti comincia la tua storia di poeta …[1]». La poesia non è un fatto di scrittura afferma Patrizia Vicinelli, il che vuol dire che il legame con la poesia è un legame che interviene in un secondo momento, esattamente quando si è imparato cosa significa essere uomini, quando l’esperienza determina una folgorazione che sul piano esistenziale coinvolge quello della scrittura. La Vicinelli conferma quello che pensavo. Una donna bella, affascinante, capace di sedurre prima ancora di scrivere poesie (bellissime le foto di lei giovane!), diventa poetessa del corpo e della parola, in un mix di effusione lessicale e di ricerca di un corpo-lingua che si pone davanti alla storia della letteratura italiana del secondo Novecento con lo scopo di alterare ogni forma del riconoscibile per conoscere l’altro e l’altrove. Attraverso l’invenzione della «poesia fonica», in cui il suono è già parte integrante del significato, la Vicinelli ha stabilito che il primo atto per essere poeta è iniziare d’accapo, dal canto, dal vocalizzo. Molti testi conducono la poetessa ad un’esigenza di sillabazione (stra- stra- |  ba- ba- | can- can-) inizi di parole come preludi endemici di forme di una vita primitiva che sta dinanzi alla vita articolata come atto sostanzialmente compiuto che la Vicinelli vive ed interpreta in un secondo momento, facendo di sé stessa il messaggio della sua opera. Scrive Aldo Tagliaferri: «Ciò che è in gioco, infatti, è il linguaggio non dell’Essere, ma dell’intreccio processuale nel quale l’evento della nominazione non cessa di misurarsi con una realtà in sé inaccessibile e muta. (…) In tale prospettiva, una “parola dell’origine” può essere perseguita come rimedio a ogni sopraffazione convenzionale e istituzionale, a patto che, invece di essere irrigidita nel feticcio del significante supremo e immobile, sia considerata come direzione di operatività volta a indagare e saggiare le realtà fantasmatiche di cui è intessuto ogni evento linguistico.[2]» È entusiasmante conoscere che il messaggio di un’opera poetica è, oltre che l’opera, il poeta stesso. Patrizia Vicinelli è il suo medium, il suo messaggio, il suo mezzo artistico. Formidabile è la funzione del corpo-lingua ad espressione della totalità così come è ritratta nel film-documentario di Alberto Grifi In viaggio con Patrizia (1965), le cui riprese antifilmiche e anticinema sono il frutto di un percussivo seguire la poetessa nel suo quotidiano, senza approdare ad un tessuto conclusivo della trama, tanto che lo stesso documentario può definirsi un open movie, un’opera aperta, non conclusa, esteriorizzante. La trama dell’esistenza della Vicinelli, punto di congiuntura tra poesia e teatro, è altrettanto evidente in un’altra pellicola dal titolo Amore tossico (1983) di Claudio Caligari, in cui la poetessa interpreta sé stessa, un po’ come accadde a Dennis Hopper e Peter Fonda nel film Easy rider del 1969, in cui gli attori sul set hanno utilizzato droghe vere, hanno sniffato e fumato marijuana senza alcun supporto di finzione scenica.

In Amore tossico la scena del “quadro” è sicuramente la più forte: scena in cui si vede, senza lasciare nulla all’immaginazione, la Vicinelli farsi di eroina trovando la vena sulla sua mano sinistra. Dopo il buco, insieme ad altri amici tossici, riempiono le siringhe di sangue e lo spruzzano sul muro della casa in cui si trovano, come una specie di action painting in cui il sangue sostituisce il colore e la parete la tela, e stabiliscono che quella è davvero un’opera d’arte reale, viva, pulsante. In questa scena una Vicinelli già minata nel fisico e nella bellezza persegue il racconto della sua esistenza come emblema di un’ossessione edificante. Arte e vita, dunque, mai scindibili. Per chiunque volesse conoscere meglio l’opera della scrittrice bolognese, può consultare il testo Opere, a cura di Renato Pedio, Milano, Scheiwiller, All’Insegna del Pesce d’Oro, 1994; oppure Non sempre ricordano (poesia prosa performance), collana “fuoriformato” (libro+dvd) di poesia contemporanea, a cura di C. Bello Minciacchi, Le Lettere, Firenze, 2009. Per la prima volta il senso della distruzione, della morte, della ricerca di un’esperienza conclusiva, niente affatto delirante, ha assunto i contorni dello schifo, del vomito. Non sopporto il sangue!, a causa di questa avversità soggettiva la scena di Amore tossico ritrae una disperazione che difficilmente si sposa con la ricerca di un senso esistenziale. Eppure, nonostante l’impressione, nonostante la verità del film, della telecamera che sta fissa su dei tossici che si improvvisano attori e non su degli attori che interpretano dei tossici, la dimensione neorealista, sia pur condita di crudezza onirica, serve a indicare il mondo della Vicinelli come un ambiente in cui lei si è posta come una “santa laica”, estrema, combattiva, capace di essere poetessa perché anzitutto capace di essere sé stessa. «È santo morire se si stava cercando qualcosa, “la vita vale giusto questo” […][3]». In tal senso “poeti si muore!”, cioè si determina un processo di autoaffermazione che impedisce alla persona di tornare ad essere quella che era, una giovane ragazza molto bella, figlia della borghesia bolognese, pronta a sperimentare la poesia perché pronta a sperimentare la vita nelle sue forme meno immediate eppure così innovative, da condurre senza infingimenti una ricerca delle origini del senso e del significato della parola quanto del corpo e del gesto, da addurre motivi originali di “filosemantica” del verso/corpo solo all’apparenza sperimentali.

 

[…]

Sempre il tempo per ognuno ha finito di scorrere,

quando giunge la luce

non somigliò a nessun sentimento

o a quelle forme conosciute

di cui si ammantava piuttosto un’istantanea

mentre un cavallo s’era fermato sotto la luna.

Disse che anche la poesia andava detta

in un altro modo, perché servisse ad altre schiere,

e perché diventasse movimento attivo

senza ritorno, ogni volta che il desiderio

avesse preso una forma e il dominio.

Immerso in un’oscurità da utero, seppe

che era una scelta e non più una condizione e

se ne stette rincattucciato senza temere,

come un bambino sempre più goloso, ma di senso.

Vide le nuvole cadere precipitando

in quell’universo finalmente statico, guarda

per ore tutto ciò che vuole, inventando schemi

come un mago con la sua bacchetta.

Deve dormire, nel sonno crea il suo paradiso,

lo fornisce di dettagli e consistenza,

ricorda che era come tessere,

fare tutt’uno del destino con la vita.

[…][4]

 

*





Michele De Luca, Slittamenti, 2005, olio su metallo e legno, cm 90x160


Allontanandosi dall’esperienza poefonica di Patrizia Vicinelli, ci si interroga qui, ponendosi in una condizione di rispetto e di curiosità, su un altro poeta, Giuliano Mesa (1957-2011). La prima cosa subito chiara è che ci si trova davanti ad un poeta la cui veridicità è, anche in questo caso, insita nella vita. Niente è più eloquente dell’esistenza! Così partendo da quest’ordine di cose, Giuliano Mesa si è mosso scrivendo quello che è riuscito a scrivere, lasciando il lettore con un monito che dichiara esattamente un dato culturale all’apparenza improponibile, eppure fondamentale: i poeti sono non solo ciò che hanno scritto, ma soprattutto ciò che non sono riusciti a scrivere. Alcuni suoi versi chiosano questo concetto: […]// (di più falso non c’è nulla / che il voler dire il vero) / è vero questo approssimarsi. / è vero che a qualcosa, sempre, noi ci approssimiamo / – anzi, ci avviciniamo, / che suona meglio, / ed è meglio di niente)[5]. Nel tacere, nel silenzio, c’è ancora tanta poesia! Questo aspetto riflette una incomunicabilità di fondo, un’attenzione al reale propria di quegli scrittori che osservano così da vicino la vita e il materiale storico-economico e pluto-capitalistico che li circonda, da alimentare una prospettiva in cui “non dire” o “non poter più dire” come atto di insufficienza, fino a “non poter dire tutto”, autocensura che ricorda quella pasoliniana eseguita non per paura ma per accortezza civile, costringono chi legge i versi di Giuliano Mesa ad ubbidire ad una tensione che non cessa di esistere. Alla domanda “perché scrivi poesie?”, Mesa sul numero cinque de “il verri” afferma: «forse scrivo poesie perché è il mio modo di sapere. A questo aggiungo la convinzione che le poesie possono trasmettere conoscenza, in un loro modo peculiare e non sostituibile. E aggiungo, infine, la presunzione che anche le mie poesie, alcune almeno, possano trasmetterne un poco, di conoscenza, e soltanto per questo mi azzardo a renderle pubbliche, a metterle in comune[6]».

Giuliano Mesa, nato a Salvaterra (in provincia di Reggio Emilia) nel 1957, è attivo sin dal 1978, con l’opera «Schedario» (Torino, Geiger, 1978), voluta fortemente da Adriano Spatola, quando il poeta ha soli ventuno anni, fino al 2010, anno in cui pubblica una silloge dal titolo «Poesie.1973-2008», (Roma, La Camera verde, 2010). Muore a Pozzuoli il 15 agosto del 2011, dopo due anni di sofferenza e di agonia. Un cancro ai polmoni devasta la sua fragilità di uomo e di poeta, ma conferma al contempo l’infallibilità della sua missione. Il percorso poetico di Mesa, infatti, è incentrato sulla possibilità di poter essere ancora poeta, in maniera non dubitativa ma affermativa, e di poter offrire col linguaggio una parola capace di comunicare e di aprire riflessioni. Una prospettiva semiotica quanto antropologica apparentemente distante da ogni tipo di avanguardia, perché i versi di questo straordinario poeta ricercano ancora un’esclusiva filologia della parola, evitando di precipitare nel baratro di ciò che è poeticamente aduso. Il flusso dei versi di Mesa rappresenta la possibilità di raggiungere un oltre dentro gli schemi della poesia letteratissima del Novecento, una missione poematica capace di percorre un campo minato! Un campo in cui i nomi di Montale di Ungaretti di Villa di Campana di Cacciatore di Pavese di Rosselli di Zanzotto, per citare solo alcuni maggiori scrittori italiani, guidano il poeta ma non lo confondono, bensì lo confortano.

Anche qui la poesia rimane sodale a tutta una serie di accorgimenti e di riflessioni che hanno bisogno di deflagrare. L’esigenza è quella di indicare non una rarefazione della poesia, bensì il suo essere costante dentro un universo complicatissimo di linguaggi e di metodi di produzione. Alessandro Baldacci in merito scrive: «Ribadiva polemicamente che la poesia “non parla di parole ma di qualcosa che alle parole preesiste, il referente-mondo, il referente-vita”. Nei suoi versi e nei suoi saggi denunciava perentorio: “ciò che per noi dovrebbe essere prioritario, nei pensieri e nei discorsi, per chi ne è vittima è l’unica realtà possibile”, e ancora: “Si vive, chi vive in agio, nella rimozione costante del tragico, delle tragedie: al plurale, una per ogni vita che soffre”. Per Mesa la letteratura non era un fine, ma nemmeno un mezzo, bensì una “necessità che risponde alla necessità, interrogandola”. Intendeva e praticava la poesia come “strenua speranza”, forma di conoscenza tramite cui dare espressione alla “ferita assoluta dell’umano”. Portava la radicale incertezza del linguaggio alla base della propria tensione etica.[7]» Questo quadro d’insieme denso di riferimenti culturali, etico-filologici quanto politico-antropologici, è il sunto critico di un poeta alieno da personalismi e da mondanità, anzi, Mesa era del tutto ai margini della comunicazione letteraria, non essendo egli un poeta performativo che insegue la scena in cui esprimere sé stesso e la sua opera oggi vuol dire “esserci”. Molti suoi lavori, presenti nel suo sito www.giulianomesa.netsons.org, per amore degli internauti che lì possono trovare diversi documenti interessanti, sono, di fatto, pieni di questo carattere introverso, proprio dell’insegnante, del maestro che svolge la sua lezione ed emana una “vicinanza rispettosa”, di chi sa che comunicare significa anzitutto ribadire più che dire, con fermezza, con precisione. Tratti da quella che viene, a ragione, considerata la sua opera maggiormente significativa, «Quattro quaderni. Improvvisi 1995-1998» (Lavagna, Zona, 2000), sono i testi che qui si riportano per esprimere il senso di questa tensione poetica che pare venir fuori da un altro tempo perché di un’altra tradizione o meglio di un’altra e specifica attenzione al reale e alla vita che solo pochi poeti sono in grado di rappresentare.

 

3 – t1

 

(di una vita non rimane quasi niente

e quello che rimane, spesso, non è vero)

(prendi a misura, adesso, com’è il rumore,

fuori, della notte)

 

(di più falso non c’è nulla

che il voler dire il vero)

(è vero questo approssimarsi.

è vero che a qualcosa, sempre,

noi ci approssimiamo

- anzi, ci avviciniamo,

che suona meglio,

ed è meglio di niente)

14 – t4

è come se andarsene non fosse che questo,

questo restare, e fare ancora un gesto

(è come se dirlo fosse soltanto vero,

e non più vero, ancora, del non dirlo)

 

e poi quello che manca mancherà

e ciò che è è ciò che ormai è stato

(e parlane, mio amore, dinne ancora,

fa che sia vero ancora)

 

(pensa ad un giorno, pensando ancora

a chiudermi gli occhi, finché c’è luce,

a premere ancora, sulla tempia, il nervo che pulsa)

 

(pensa che vuoi pensare,

fino a quel buio,

fino alla luce, infine, che scompare)

 

*

 

Ultimo di questa “antropologia poetica”, ma non ultimo, è Massimiliano Chiamenti (1967-2011). Quello di Chiamenti è un caso in cui la vita prende il sopravvento sull’arte, sulla scrittura, sulla poesia. Adoperata anche qui come esigenza imprescindibile del “dire”, il poeta diventa metafora stessa della sua opera al punto da non controllarla più, come egli stesso afferma nei suoi «Suicidal poems»[8]. Egli stesso afferma in una intervista: «Io cerco di diffondere quello che scrivo in maniera molto autonoma, non sono legato a nessun gruppo, a nessuna rete di nessun tipo, quindi io mi metto al computer e cerco su internet se ci sono dei concorsi letterari, parlo con le persone e a volte vengono fuori delle possibilità, delle opportunità. Si possono mandare delle poesie o dei racconti e può darsi che a qualcuno interessino per delle pubblicazioni su carta oppure online. […] Io cerco sempre spazi per portare avanti quello che scrivo, per confrontarmi con altre persone perché è il mio modo di esistere, […] la cosa più importante per me è scrivere, non scrivo per me, scrivo per comunicare qualcosa, vediamo se questo messaggio comunica, arriva. [9]»

Anche qui il poeta afferma che scrivere è il suo modo di esistere, quindi che la vita incontra l’opera in maniera del tutto naturale, sentendo in essa non un ostacolo ma la necessità di poter ribadire di essere uomini. Massimiliano Chiamenti è stato sicuramente una persona gentile e geniale, oltre che un filologo dantista, una persona che ha coltivato la poesia come “trama esistenziale”, propria dell’uomo, nel senso che tutta la sua attività di scrittore si condensa in un autobiografismo così deciso, così esternante, da far comprendere come la letteratura anche quando finge di parlare di altro parla comunque di sé. Se per Flaubert “Madame Bovary, c’est moi”, per Chiamenti “San Sebastiano, sono io!”. Questo concetto per cui la letteratura è autobiografia, indica che c’è nello scrittore una parte di sé che non si può dissociare da ciò che narra, dagli eventi e dalla storia. Così Massimiliano Chiamenti ci offre, definendosi poeta e poi romanziere (avendo tentato di essere più commerciale con il racconto[10]) un ritratto poetico-tematico preciso, in cui confluisce amore, morte, omosessualità, lavoro, impegno, malattia, cantati con una essenzialità e un rigore da includere una coralità che si rifiuta di essere rappresentata nel modo in cui il poeta parla di sé, ovvero con spiccata necessità di definire gli aspetti più essenziali, quindi, vitali, di un uomo. Il concetto del dolore, costante letteraria, con Massimiliano Chiamenti assume i caratteri dell’epica, del racconto extra-letterario: un accumulo di eventi, azioni, sentimenti, storie che spingono affinché sulla pagina sia palese quanto vivere significhi stare al centro di un confronto, amaro e teso.

«Siamo già tutti perduti», asserisce il filosofo-romanziere protagonista di un racconto edito nella raccolta dal titolo «Scherzi?» (Giraldi, 2009), in cui nella brevità della narrazione è espressa la complessità del porsi dinanzi al mondo con spirito di asserzione, di testimonianza. Un testimone del tempo debole è Massimiliano Chiamenti, e la ricerca di Dante, poeta sommo, poeta del viaggio, della “commedìa”, include nella sua poesia l’aspetto più interessante che è quello della costante esigenza di erigere un dialogo impossibile con i contemporanei, con i propri concittadini. Fiorentino, andò a vivere a Bologna, dove morì suicida, affermando in maniera assolutamente apodittica, inconfutabile, il suo pensiero, strizzando l’occhio alla tradizione poetica toscana, precisamente a Guido Cavalcanti e alla sua ballata: «Perch’io spero», s’intitola una sua poesia con il primo verso che dice “di non tornar giammai” (estratta dalla raccolta Di&con Daniele[11])

 

Perch’io spero

 

di non tornar giammai

nemmeno per un giorno

in toscana,

poiché in questa ultima volta

i luoghi mi sono sembrati

ancora più belli

e i cipigli della gente

ancora più brutti





Mario La Carrubba, Versi InVersi, 2010


Nel tentativo di progredire, di andare avanti con la narrazione di sé, il poeta arriva alla conclusione che la vita subisce costantemente degli impedimenti, delle fratture, anzi delle vere e proprie torture, torture che sono culturali, oggettive, fatte di percorsi estremi, in cui è negato tornare a riveder le stelle. Qualcosa è sfuggito. Qualcosa ci sfugge. Qualcosa siamo noi in questo calcolo che non torna. La vita diventa qualcosa che è più dell’opera, e Massimiliano Chiamenti ce lo conferma con acume e dedizione, come se volesse avvertirci, metterci in guardia e dire di non sperare che è facile che le cose cambino, che la cultura si apre con semplicità a ciò che è diverso, perché il concetto stesso di cambiamento è il più abusato e in quanto tale è il più complicato da realizzare.

 

 

fatture[12]

 

le uniche lettere che ricevo

sono ormai solo richieste di pagamenti

multe bolli sanzioni minacce

mai un messaggio con un invito a cena

o a leggere le mie poesie

da qualche parte

o un editore che mi voglia pubblicare

da me il mondo vuole solo soldi

che non ho più neanche per mangiare

allora ogni giorno mi alzo

spero di riuscire a trovare cibo

e attendo il momento del sonno

che mi liberi dall’incubo della mia vita

non cerco più niente

ho perduto tutto

e più niente mi interessa

tiro solo avanti

senza mai un aiuto

e attacchi sempre più omicidi

mi faranno morire tutti di fame

e di crepacuore

ma io continuo il mio cammino

anche se questo inferno

non si può chiamare vivere

eppure è così

nella vita ci vuole prudenza e senso pratico

o si perisce

e i guai non hanno mai rimedio

basta un attimo a commetterli

e poi non si rimedieranno mai

perché non mi uccido?

perché anche per togliersi la vita

ci vorrebbe un bello slancio di vitalità

 

*

 

tradimento[1]

 

questa poesia la scrivo in segreto

mentre sei a cena dalla mamma

e firmo pure un contratto per la pubblicazione

che tu disapproveresti

ma ho fretta di pubblicare

a 43 anni vissuti così – bello mio – il futuro sembra un soffio

e non ti tradisco con un altro ragazzo

perché tu sei il più bello e profondo del mondo

una fonte inesauribile

di amore e bellezza

ma ti tradisco con queste parole

che spedisco dal tuo letto

al mio amico mirko fuggitivo per la svizzera

e al pio nuovo editore

che raccoglie di me

le prime ceneri del nostro amore

come la cenere che si mette sotto la coca basata

perché la scrittura è solo detrito

e la mia vita a tutto tondo sei tu

scriverò per te

“quello che non fue mai detto di alcuno”

nel mio prossimo libro

che poi è ormai questo qui

possano gli dei tenerti accanto a me

in ogni vita in ogni tempo e in ogni luogo

in ogni regno di esistenza

dove tu mi sarai principe e consorte

 

*

 



 



[1] Vedi http://rebstein.wordpress.com/2007/10/10/il-cavaliere-di-graal-di-patrizia-vicinelli/#more-181

[2] Vedi http://rebstein.wordpress.com/2007/10/10/il-cavaliere-di-graal-di-patrizia-vicinelli/#more-181

[3] Vedi http://rebstein.wordpress.com/2009/07/02/non-sempre-ricordano-patrizia-vicinelli/

[4] Vedi http://rebstein.wordpress.com/2010/10/08/attraversare-il-fiume/#more-30313

[5] Vedi http://www.giulianomesa.netsons.org/?p=149

[6] Vedi http://www.giulianomesa.netsons.org

[7] Vedi “Alias” sabato 1 ottobre 2011, oppure http://www.giulianomesa.netsons.org/?page_id=10

[8] Vedi http://www.argonline.it

[9] Vedi http://www.dgtvonline.com/2010/02/incontro-con-massimiliano-chiamenti/

[10] Cfr intervista per dgtvonline (www.dgtvonline.com)

[11]Vedihttp://www.retididedalus.it/Archivi/2011/gennaio/Checkpoint_poetry/2_chiamenti.htm

[12] http://www.argonline.it




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Primo Piano

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006