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BIRMANIA
Aung San Suu Kyi: la resistenza ‘sorridente’ e (speriamo) vincente


      
Il prossimo 1° aprile si tengono nel paese asiatico le elezioni politiche, le prime dal 1990. Candidata per la Lega Nazionale per la Democrazia è la leader dei diritti umani e Premio Nobel per la Pace nel 1991, una vera leggenda vivente per il suo popolo. E non soltanto visto che è stata di recente celebrata anche dal cinema con il film “The Lady” diretto da Luc Besson. Una pellicola corretta e onesta nel delineare la parabola di questa donna carismatica, ma in cui manca il suo lato visionario, assieme spirituale e quotidiano, che muovendo dal credo buddhista ha dato un’immensa forza al suo messaggio politico.
      



      


di Tiziana Colusso





Speriamo che non sia un crudele pesce d’aprile la notizia che il 1° aprile del 2012 in Birmania (o se si vuole Myanmar, nome attuale del paese) si terranno le prime elezioni legislative democratiche dopo quelle annullate del 1990, e che ad Aung San Suu Kyi, leader dei diritti umani e della democrazia, sarà consentito presentarsi come candidata per il LAD, la Lega Nazionale per la Democrazia. Nel 1990 le elezioni erano state vinte dalla Lega per la Democrazia con un’adesione plebiscitaria della popolazione, quasi il 90% dei voti. Ma la giunta militare non riconobbe quel risultato e anzi per Aung San Suu Kyi quell’evento fu l’inizio di un calvario decennale di arresti, rilasci, arresti domiciliari sorvegliati a vista, con sistematico isolamento dalla famiglia e dal resto del mondo. Per questo ora queste nuove elezioni, indette dopo quasi due anni dalla definitiva liberazione della leader, possono rappresentare davvero un nuovo inizio per la Birmania, anche se nella realtà si tratta di elezioni parziali, nelle quali la Lega per la Democrazia potrà correre solo per 48 seggi in un Parlamento costituito per il resto da militari non eletti democraticamente e da ex militari del partito che ha gestito dittatorialmente gli ultimi decenni della vita del paese, l’USDP, con il nome falsamente promettente di Union Solidarity Development Party.

 

La conferma che Aung San Suu Kyi è ancora ed anzi sempre più la leader carismatica del paese è stata la manifestazione spontanea di persone di ogni età, che in corteo l’hanno accompagnata alla firma di una candidatura più che simbolica. Aung San Suu Kyi merita pienamente la sua fama e l’adorazione del popolo birmano, perché ha dimostrato con decenni di resistenza pacifica ma fermissima il suo personale stile di leader spirituale, formata da una cultura buddista e pacifista e convinta che “l’autentica rivoluzione è quella dello spirito” e che la libertà è anzitutto “libertà dalle influenze corruttrici del desiderio, della malevolenza, dell’ignoranza e della paura”, come dichiara in un suo libro pubblicato in Italia da Sperling & Kupfer nel 1998 con il titolo Libera dalla paura.

 

Quella Aung San Suu Kyi è una tempra spirituale e politica che le ha consentito di resistere per molti decenni in arresti domiciliari ferrei, in condizioni di isolamento culturale e affettivo che avrebbero stroncato qualsiasi altra persona priva del carisma e della forza spirituale di questa buddhista sorridente, di questa “lezione vivente”, come l’avevamo già definita in uno degli articoli che abbiamo dedicato a partire dal 2004 alla sua figura e alla sua storia, sia qui su “Le Reti Di Dedalus” che sul mensile “Buddismo & Società”. Il nostro interesse per la figura di questa leader cresce con il tempo, nel verificare che le sue affermazioni di principio non sono solo teorie pacifiste ma applicazione costante, ferma e mite al tempo stesso, di un destino personale che è anche un esempio per la storia non solo della Birmania.

 

Aung San Suu Kyi è stata rilasciata il 13 novembre 2010, dopo una vicenda così complessa ed esemplare da diventare quasi un oggetto di culto, nel suo paese – nel quale incarna da sempre l’unica speranza e l’unica voce che osi levarsi contro il regime dittatoriale militare – sia a livello internazionale. Noi tutti preferiremmo un mondo che non ha bisogno di eroi, ma se proprio dobbiamo scegliere un eroe allora non abbiamo esitazioni a prediligere questo Gandhi al femminile, questo “Bodhisatva della terra”, figura più unica che rara insieme al grande leader spirituale indiano di un’attitudine pacifista e caparbia al tempo stesso, invisa per questo sia a tutti i poteri costituiti (coloniali, militari, economici) sia ai capipopolo che amano vedersi armi in pugno alla testa delle rivoluzioni – salvo poi utilizzare queste stesse armi per sbarazzarsi di compagni e alleati scomodi o pericolosi per il proprio potere.





Aung San Suu Kyi parla al suo popolo


Il modello di Aung San Suu Kyi, come a suo tempo quello di Gandhi, costituisce un paradigma completamente diverso di rivoluzione, caratterizzato non solo da un pacifismo programmatico, ma anche e soprattutto dal riconoscimento del valore fondamentale di fare della propria vita un esempio vivente, saldando personale e politico in una formazione peculiare, per la quale si potrebbe adottare la massima di Erasmo da Rotterdam della “lectio transit in mores”, della teoria politica che diventa esempio esistenziale di integrità e coerenza.

 

Come Gandhi, anche Aung San Suu Kyi è diventata “oggetto di culto” anche attraverso libri, film, spettacoli. E per entrambi si riscontra una oggettiva impossibilità di rappresentazione della loro vita esemplare evitando i toni dell’agiografia o del romanticismo.

Al Festival del Cinema di Roma, lo scorso fine novembre,  stato presentato il film di Luc Besson, The Lady, dedicato proprio alla leader birmana. A proposito di questo film c’è intanto da registrare una curiosità. Dal 2008 si sapeva che il soggetto interessava al premio Oscar Giuseppe Tornatore. In un articolo pubblicato da un quotidiano nel 2008, in occasione del premio al suo film La sconosciuta, Tornatore dichiarava la sua intenzione di dedicare un film alla leader birmana, e in un altro articolo successivo indicava anche il titolo del film, “The Lady”. Ne aveva addirittura parlato intervenendo nella trasmissione di Fabio Fazio, “Che tempo che fa”. Si sapeva anche che le musiche dovevano essere di Ennio Morricone. Ma ecco che l’anno successivo si scopre che quel film l’ha girato, con lo stesso soggetto e titolo, Luc Besson.

 

Luc Besson, specializzato negli ultimi anni in pellicole commerciali per adolescenti, ha girato un film di discreto livello formale, attento alla ricostruzione storica della complessa figura di Aung San Suu Kyi: l’uccisione del padre, Aung San, eroe della resistenza birmana, quando lei aveva soltanto due anni; il matrimonio con un tibetologo inglese e il trasferimento nel Regno Unito, i due figli, la vita “quasi” normale ad Oxford, in un ambiente colto e aperto. Fino al momento in cui Aung San Suu Kyi decide di rientrare in Birmania per curare la madre morente, e da lì inizia un viaggio di riconoscimento della propria missione per il paese, con i successivi eventi di impegno politico, candidatura, vittoria alle elezioni, disconoscimento del risultato da parte dei militari, vicissitudini della prigionia. Il film finisce con un’immagine molto intensa della leader che si arrampica su uno scalino di legno per affacciarsi “oltre il giardino” della sua villetta/prigione sorvegliatissima, e da lì saluta la popolazione birmana accorsa a incoraggiarla e allo stesso tempo ricevere incoraggiamento da questa donna minuta e sorridente per affrontare la realtà di un paese stremato dalla dittatura e dalle sanzioni commerciali imposte da USA e Europa. Un film corretto, affettuoso, preciso anche nella scelta degli attori, ma certo non un film “visionario”: ciò che manca è il senso profondo, spirituale e quotidiano insieme, dell’esperienza esistenziale e politica della vicenda di questa donna, e del resto tale esperienza si dà per definizione non nel proclama ma nella “resistenza sorridente” che infila i giorni come grani di un rosario buddista, e questo senso di continuità, caparbietà e dedizione è assai difficile da ricostruire al cinema. Forse si poteva tentare solo con un film radicalmente sperimentale, tutto in soggettiva, dove è lo sguardo stesso della protagonista a modellare di giorno in giorno “un altro mondo possibile”.








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