LE VIE DEL RACCONTO
CETTA PETROLLO
 


All’epoca che le fanciulle

1

 

All’epoca che le fanciulle avevano sessant’anni un gran mago chiese che cosa loro volessero ancora dalla vita.

E il mago era piuttosto importante, uno di quei maghi che separano le acque, fanno girare le lune in cielo anzi ne aggiungono un po’ di qua e di là di lune quando gli umani si annoiano sulle panchine delle calure estive dei giardinetti dove stazionano gli anziani sicché quelli guardando molte lune serali non una sola ma appunto molte lune serali sparse ai quattro angoli del cielo diventano meno anziani e più vividamente felici.

E una fanciulla disse che avrebbe voluto avere dei nipoti per portarli nei giardini e accudirli e riscaldarli vicino al  suo cuore, nipoti che riempissero le sue vuote giornate.

Disse il mago: “Non sei sincera, non dici la verità, e nessun desiderio si può esaudire se non è sincero.”

La fanciulla gli voltò le spalle e se ne andò lesta tirandosi sgarbatamente la gonna, di colpo divenuta vecchia da fanciulla che era.

E un’altra fanciulla disse che voleva il potere, quello che hanno i maghi quando costruiscono in un battibaleno castelli e creano animali dall’aspetto mai visto e regni e enormi ricchezze e giostre di cavalieri e re e regine.

“Non sei sincera” disse il mago, non ti posso davvero esaudire, tu non ti guardi nell’anima e se non ti guardi nell’anima niente la mia magia potrà fare.” E la seconda vecchiaccia se ne andò con paurose rughe e nessuna allegria negli occhi.

Infine la terza fanciulla disse che avrebbe voluto l’amore, ancora l’amore, quello di quando appunto era fanciulla però con un po’ di sapore in più come quelle botti vecchie che trattengono il vino e più sono vecchie e più trattengono il vino ed il vino viene fuori saporoso e tranquillo come se avesse aspettato i secoli giusti per essere versato.

“Hai ragione” disse il mago “ma non hai paura? Potresti perdere tutto quello che hai finanche la tua serenità, sicuramente le tue ore che saranno sconvolte, parli così perché non ricordi che cos’è l’amore.”

“Sì, è vero” disse la fanciulla “ io non ricordo bene, è per questo che vorrei riattraversare la tempesta e farmene attraversare e poco importa se tutto rischio, non ho poi molto da perdere.”

E il mago le disse “ Tu sì che sei sincera, perciò ciò che aspetti accadrà ed in un tal modo e con una tale violenza che gli anni si mescoleranno tutti e ti ritroverai in luoghi sconosciuti, né prima, né dopo, nei non luoghi.”

E la fanciulla disse sì e si alzò un gran vento, vento di tempesta, che la sollevò in un concerto di parole e odori e sapori e lei si distese tutta su quei sapori, odori, parole e volò via e nessuno l’ha più vista per quanto tutte le altre fanciulle si fossero date da fare chiamandola ai quattro canti del giardino dove erano rimaste appese le quattro lune.

 

2

 

All’epoca che le fanciulle avevano sessant’anni il gran mago si presentò con tutti i suoi giochi e i fuochi e i fuochetti e le stelle e i cappelli e il cappello più grande l’aveva sulla testa e nelle mani una bacchetta splendente o una spada come, si sa, hanno i maghi.

E il mago chiese alle fanciulle se volevano dividere qualcosa, qualcosa di loro, se volevano aprire un cancello dopo l’altro di quelli messi in fila lungo il giardino a custodire i percorsi uno dietro l’altro che poi, si sa, è facile una volta entrati perdersi in quei percorsi.

E le fanciulle dissero che avrebbero cercato la chiave perché erano fanciulle molto distratte, fanciulle di sessant’anni si diceva, e la memoria volava via di qua e di là perciò era facile che si dimenticassero di qualcosa specialmente trafficando in casa come spesso facevano preparando brodi e brodetti e misture che fanno bene alla pelle.

Ma le fanciulle erano anche un po’ bugiarde, come si fa a non esserlo essendo fanciulle di sessant’anni, che la chiave ce l’avevano in tasca, quella grande e quella piccola, e avevano paura di tornare ad aprire i cancelli perché essi erano arrugginiti almeno nella memoria e si vergognavano un po’ al pensiero che si vedesse che non li avevano mantenuti docili, senza rumore, dipinti di verde, con tutte le volute lucidate, senza i fili, senza gli arbusti appesi che fanno confusione e nascondono il giardino, ed erano, insomma, preoccupate, tantissimo preoccupate, e mentre erano lì, naso all’aria, facendo finta di pensare ad altro il loro corpo cominciò a muoversi andando incontro alle parole che nel frattempo se n’erano uscite a rivoli, per di qua, per di là, bagnando tutto per terra, le parole.

E detto questo, che accadde? Che successe? Non lo so, esse sono là vicino alla porta del giardino e stanno tirando fuori la chiave.

 

3

 

All’epoca che le fanciulle avevano sessant’anni, sempre loro, sempre quelle di prima, quelle per intenderci della luna appesa nei quattro canti, delle parole piovute per terra, la notte spesso non dormivano e si dicevano “ma guarda ora siamo pure diventate come quelle strane artiste di cui è pieno il mondo che confondono il giorno con la notte ma no, neanche quello, che loro non dormivano nemmeno di giorno, insomma siamo diventate come quelle caricature da cartolina che vogliono la vita difficile e si perdono nelle nottate chiudendo le porte, solo con la luce del computer e la finestra aperta però.”

Eppoi si dicevano “tuttavia perché dormire? Avremo tempo per dormire che quando giunge il sonno vero non c’è niente da fare e questa bella vita con le sue notti accese sul computer se ne va e la lampadina la spegne qualcun altro.”

Dunque queste fanciulle avevano di notte, proprio come gli gnomi delle scarpette che scappano su alle tre, alle quattro e come dei matti battono e ribattono in cucina, mentre gli altri dormono a bocca aperta, iniziato a fare una torta, una torta naturalmente grandissima e avevano a iniziato a buttarci dentro tutto quello che avanzava e che non era fin lì servito proprio a nessuno, perciò ci buttavano dentro solitarie passeggiate estive, versi venuti male, cicatrici, profumi che se n’erano andati, un mucchio di ore sciupate, amori inseguiti, carezze a metà.

E mentre loro buttavano dentro tutto così come veniva la torta cresceva e la notte procedeva ed esse erano contente di essere lì a confezionare la torta che si sa per le torte ci vuole attenzione.

E rischiarandosi la luce con quel misto di lampioni accesi e di cielo trasparente che arriva verso le sei prima delle saracinesche dei bar, prima degli odori del caffè, prima della prima iniezione della mattina e dei cambi della sacca e della delicata passeggiata nella giornata, con l’accendersi della prima lampadina in cucina, mentre quella si accendeva, la torta di colpo spariva, come del resto la fanciulla che andava in un posto sconosciuto ai più che sanno le fanciulle che hanno sessant’anni.

 




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