LETTURE
IOLANDA LA CARRUBBA
      

Sottovuoto

 

Editrice Zona, Arezzo 2011, pp. 104, € 11,00

    

      


di Marco Palladini

 

 

Come distinguere i poeti dai poetanti? I primi hanno la capacità di tenere a distanza formale-estetica la materia (qualunque essa sia) del loro poetare. E da questo punto di vista, direi che Iolanda La Carrubba con Sottovuoto (il suo secondo libro in versi) vince complessivamente la scommessa, in virtù in primis di uno sguardo ironico che sorveglia l’empito talora più risaputo della sua scrittura. La raccolta include testi che vanno “dal 1995 al 2011”, un arco temporale alquanto ampio che inevitabilmente comporta sfasature di tono e d’intenzione. Ma, figlia del raffinato pittore Mario La Carrubba che arricchisce la copertina e le pagine del volume con molte illustrazioni, Iolanda dimostra di avere un sicuro istinto artistico che la porta a collocarsi su un registro medio, anche colloquiale, animato da un piacevole e assai apprezzabile (di questi tempi) spiritello ludico-verbale (non a caso il suo primo libro Zucchero semolato recava la prefazione di Vito Riviello, poeta jongleur princeps).

 

La sua affabilità ironica contempla un fermo disincanto verso il reale “La realtà è un’ottusa apparenza / confusa esistenza vestita di nuovo / … nell’angolo ancora sfocato / lo zero assoluto rimane com’è”; ma pure verso la tecnologia “Invasioni ultracorporee avvolgono l’essere / nello spazio vuoto del giorno dopo. / … Crepuscolo di un futuro senza DNA / evoca santi ammassati su macerie tecnologiche / mentre l’indomani entra da una porta USB”.

Ma mi colpisce un’appassionata e ambigua Ode al ritorno degli anni Settanta: “Tornano gli anni 70 / stimatori di altri anni / che sono diventati / storia dentro ai musei / ancora confusi e impolverati / dalla loro stessa vanità / … Gli anni dove sì / io c’ero ma / verso l’inizio di altri anni / anni più pink e meno punk”.

E ha ragione Plinio Perilli nella sua brillante prefazione a leggere una calviniana leggerezza nella scrittura di La Carrubba sia quando omaggia Leopardi “Il numero è infinito, ripetuto su se stesso / adesso strapazzato nel giorno più festoso… / … e tuoni e fulmini e saette / si abbattono esatte sopra ricordanze / della quiete dopo la tempesta”; oppure Pasolini “Vado da sola con le mie calze rosa / per incontrare poesia o posti in piedi / ai quali solo scarpe senza suole /sanno capire veramente / cosa significhi passeggiare”; sia quando insinua la sua poetica “è già tutto scritto, è stato già tutto detto / tutto esatto, mai di-stòrto o / fatto torto a grammatica banale… patriarcale / … adesso non resta altro da fare / che osare d’inventare nuova formula verbale / nuovo lessico, sperimentale / incensurato, ricostruito all’incontrario / di-stòr-to!”; o esterna i suoi malumori “Oggi mi sento intollerante/ non sopporto alcunché / neanche le fate eleganti / che vanno a camminare sulle rive / occupate da chiappe ormai scurite / non tollero caldo o freddo calore, / non tollero niente neanche il latte / perciò non offritemi panna montata / perché la testa è ben satolla…”.             

 

La poesia di La Carrubba è per molti versi figlia dell’Era Precaria, a cui lei oppone una intelligente linea di scrittura ‘in levare’ che si nutre di accenti familiari, di piccoli stimolazioni onirico-surreali, di brevi stupori, di canzoni, di minimi passi nella fantasia, di persistente capacità di sorprendersi come strategia di sopravvivenza di fronte all’invadenza di un mondo percepito come accumulo di fatti sentiti ostili: “Fatti infiniti e fatti finiti sotto altri fatti / fatti sfruttati nei diritti o al rovescio della medaglia / fatti distratti, distorti corrotti o corretti al gin / fatti e misfatti / … fatti fortuiti, fatti infortunati / fatti pieni di difetti che non sanno fare altro / se non farsi i fatti tuoi!”.

Né lenitiva, né consolatoria è una poesia di sapida vigilanza e, credo, consapevole di circolare in un “sottovuoto” che non offre, per ora, varchi al futuro.

 

 




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