LETTURE
IGNAZIO APOLLONI
      

Storia dell’uovo d’oro

 

Edizioni Arianna, Geraci Siculo 2011, pp. 208,
€ 20,00

    

      


di Andrea Bonanno

 

 

Una favola “menippea”, tra la beffa e l’ironia,

per la ricerca ricognitiva della tragicità del reale

 

Con la ripubblicazione del volume dal titolo Storia dell’uovo d’oro di Ignazio Apolloni siamo ormai lontani da quel tono di innocente purezza e di primitività che dovevano rivelare l’anima di un popolo che ha caratterizzato la fiaba secondo Herder, seppure essa fosse ammantata da molte scene inverosimili, da insorgenze del soprannaturale e dal diabolico rivelarsi delle perverse istintualità dell’inconscio, in cui il mistero di ascendenza mitica coesiste con una morale che non coincide però con un vuoto precettismo, ma con la medesima sua forma artistica.

La suddetta favola, scritta negli anni ’70, presenta una prefazione di Roberto Roversi, molte illustrazioni avvincenti di Roberto Zito, foto delle sculture di Giusto Sucato e scritti di Franca Alaimo, Carmelo Pirreira, Vinny Scorsone, Enrico Calamai, un resoconto fotografico dello spettacolo teatrale curato da Calogero Barba, interventi artistici di Vira Fabra e visivi di Anna Guillot ed, inoltre, una documentazione fotografica delle mostre allestite presso la Galleria 3 A di Enna e l’Associazione Marcel Duchamp di Caltanissetta.

La favola per adulti si presenta subito rielaborata in modo inedito e singolare rispetto al suo schematismo ‘classico’, sia a livello linguistico che in quello strutturale. La metaforicità attribuita all’uovo d’oro nella favola non rivela più un’accezione cosmogonica, non risentendo più dell’archetipo dell’ “uovo cosmico”, e non condivide più la simbologia cristiana della resurrezione di Cristo, bensì restando incorporata in una realtà sofferente in senso sociale e politico, aspira a quella epifania catartica della totale liberazione della coscienza dell’uomo, cercando di sensibilizzarla a farla riflettere nei riguardi dell’ingiustizia e dei mali del mondo.

In realtà, l’Apolloni non è un fautore dell’irrazionalità e né un giocoliere nichilista che assecondi il caos che stravolge il mondo attuale proponendo degli artifici narrativi, piuttosto, nel condividere il Pascal quando afferma che “La vraie morale se moque de la morale” e Karl Kraus quando scrive che “La morale corrente è criminale, produce criminalità”, nutre la convinzione che non ci resta ormai che ribaltare la rappresentazione della realtà, anche a livello della favola, in modo inedito, per potere aspirare a voler realizzare il sogno dell’umanizzazione, scalzando tutti i feroci ordini repressivi gestiti dal Potere che alienano l’anima dell’uomo.

Allora risulta inevitabile per l’Autore l’assunzione del codice trasgressivo, tipico della satira, che qui è quella di una menippea rivitalizzata, per una carnevalizzazione della realtà rappresentata a livello della favola, che riveli i suoi momenti rielaborativi fondamentali fondati sulla comprensione e valutazione della viva e carnale esperienza e sulla libera invenzione, per poter tendere al sogno della totale liberazione dalle feroci incidenze repressive di qualsiasi inumano assetto del Potere.

L’Autore si muove così contro tutte le forme ottuse della tradizione, dei feroci apparati del potere per immiserire di continuo i poveri, immettendo nella struttura della sua favola il soffio rigenerante di una ironia bonaria a sfondo arguto spesso, ma che si traduce a volte in una pensosa riflessione o dare adito ad un duro sarcasmo, su un dominante ritmo carnevalesco teso alla rivelazione però degli aspetti conturbanti e dolorosi della realtà.

L’iniziale tono familiare della favola allora è inteso ad escludere subito il protagonista (L’uovo d’oro) dalle questioni parafilosofiche, dai riferimenti politici, dai simbolismi legati alla Pasqua, alla pace, all’ulivo ecc. per approdare ad una scansione ritmico-iterativa di sintagmi che culminano in una sequela di scatti associativi imprevisti (p. 22), come flashes cinematografici contrassegnati da una dissolvenza metaforica inattesa.

Storia, quindi, di un semplice uovo, “strapazzato per effetto del lungo viaggio compiuto per uscire dalle trombe di fall’oppio”, che percepisce subito la luce delle incubatrici e del ticchettìo originato dallo sbattere del becco dei pulcini contro le reti metalliche. Inizia così quella scoronazione dell’inaccettabile disumanità, relativa alle atrocità tipiche dell’allevamento in gabbia per la produzione delle uova, come destino ineluttabile dell’uovo, eppure simbolo di vita, con la decisione “di sfuggire alla logica della linguistica che ne avrebbe volentieri fatto una frittata”. Così la plebea condizione dell’uovo con le sue strie sul guscio rimaste dopo il parto, per dispetto, viene peggiorata tramite il rotolarsi, come un confetto, nel mangime di granoturco, oggi ed edulcorato da un’avida industria, per l’assunzione di una corazza protettiva contro gli urti degli artigli delle mamme e contro gli urli dei pulcini sballottati ancora caldi sotto la doccia perché perdessero ogni traccia di sterco”(p. 54). Siamo allora indotti a credere nella favola dell’uovo corazzato, dopo quella dell’uomo corazzato “di mazza e di scudo crociato finito in Palestina per amore del Graal” (p. 56). L’immagine di base così subisce una dilatazione analogico-associativa atta a fare emergere una significazione ironica, tesa ad esorcizzare la falsità e la ferocia gratuita. E altrettanto ironico-sarcastica è la considerazione nei riguardi di quel “pastone”, approntato dall’industria per far crescere e anche per gonfiare i muscoli d’acqua di quei poveri pulcini, destinati alla fine ad una cruenta strage.

Rimasto nel palazzo l’uovo, deposto in un paniere, lucidato e pulito, per essere esposto e per essere donato (usanza tipica di cui resta il ricordo del dono alla zarina Maria da parte di quel maestro orafo, Peter Carl Fabergé, su commissione dello zar Alessandro, nel 1883) a uno di quei “rappresentanti e procacciatori di Corte”, che lo credevano di “oro massiccio”, improvvisamente si ebbe l’irruzione nel palazzo di uomini armati di mitraglia. Nella ressa e nell’attesa dell’assegnazione dell’uovo d’oro una immane plebaglia curiosa entrò nel palazzo dei “ghiottoni”  al potere per ammirare gli “affreschi e gli arazzi alle pareti” e non per ricevere il perdono da quei santi dipinti. Seguì un’ingorda consumazione delle uova esposte, nell’attesa del momento dell’incoronazione e del conseguente tripudio accompagnatorio.

 Ma, un archibugiere ebbe l’idea di avvalersi di quell’uovo, dorato solo sul guscio, per metterlo nel suo fucile per spararlo su quel poltrone di imperatore, che anziché un proiettile ricevette una “frittata spiaccicata” sul viso.

Il quale evento suscitò subito una sonora e ridanciana risata da parte dei presenti, il cui “disdoro” fece dimettere l’imperatore “dal suo celeste impero” facendolo divenire un semplice uomo, come tutti gli altri, mentre lo “zabaione prese corpo come tinta per le scritte di protesta sui vagoni di metrò, underground e subways per inneggiare alla vita che fino allora era stata inghiottita”. Il linguaggio della suggestiva favola, per la combinazione di elementi eterogenei, per la mescolanza del sublime e dell’infimo, del serio e del faceto, per le latenti e perduranti allusioni, per gli accostamenti inattesi e per l’alternarsi del momento dell’incoronazione e della scoronizzazione, rivela alla fine un autore considerevole e geniale sul versante di una inedita riformulazione della satira menippea, capace per la sua azione demistificatrice e trasgressiva, di esplorare gli schemi obsoleti di una società inquietante e disumana e di porli alla nostra attenzione per una sua ri-fondazione in senso umanistico. E con essi ovviamente viene posta alla nostra riflessione e ri-considerazione quella “tragicità” perdurante, politica e sociale, alimentata da una falsa razionalità, che vive sulla corruzione, sul continuo immiserimento degli strati sociali più poveri e su una alienante disumanizzazione della coscienza dell’uomo.

Per tali ragioni, l’Apolloni resta il più vigile, consapevole testimone e garante di un riscatto e rivalsa delle rivendicazioni umane e poetiche dell’uomo, con la sua verve geniale e bonaria alle prese con un’ironia ed un’arguzia a volte visionarie ed implacabili, a sognare un Potere innocente e leale, finalmente libero dai molti corrotti che ne fanno parte, ed una nuova ri-considerazione di tutta la realtà sulla base di un inedito sguardo poetico che sublimi la nostra precaria umanità, oggi stravolta, continuamente soffocata ed offesa.

 

 




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