LETTERATURE MONDO
ADDII
Wislawa Szymborska:
la tagliente leggerezza
della poesia

      
È morta a 88 anni la squisita poetessa polacca, vincitrice nel 1996 del Premio Nobel. Nell’intero arco della sua esistenza e della sua luminosa parabola letteraria, ha testimoniato con acuta intelligenza e indefettibile umorismo le virtù preclare di un’ars poetica sempre vigile e accorta, capace di raccordare il piano quotidiano, privato del vivere con i nodi della memoria e della storia. I suoi versi esibiscono un realismo intimista che anima un dialettico confronto con la realtà e ne sono un’interpretazione e uno scavo sempre lucidi e ironici.
      




   

di Massimo Giannotta

 

 

La signora con l’occhialino che ci sorride ironicamente da una vecchia foto, è morta. Si è spenta a Cracovia la voce di Wislawa Szymborska che sulla morte e sulla caducità delle cose tanto ha detto, criticando bonariamente (come vizio umano) l’abitudine di tutti, che stretti tra le due dimensioni ‘inesistenti’ del passato e del futuro, finiscono per non accorgersi di quanto vi sia di prezioso ed insostituibile in ogni fuggente ‘qui ed ora’.

Tra il ricordo e l’aspettativa, viene troppo spesso dunque soffocato quell’attimo su cui la poetessa fissa lo sguardo, svelando un microcosmo che ricapitola il macrocosmo.

Ma siamo pur fatti della nostra storia, e di questa stoffa è intessuta la memoria, materia che comunque riguarda il presente, dunque tutt’altro che inesistente, e siamo noi stessi che ne diamo testimonianza, con la carne ed il sangue.

Il nostro pensiero, in acrobatico, dinamico equilibrio tra passato e futuro, dilata l’attimo che fugge tra l’esperienza del passato, l’immediata sperimentazione del vivere e la progettazione del futuro. In realtà la poetessa non sfugge a questa condizione e riversa, nel momento del presente, tutto il proprio vissuto quasi per fare il punto, tanto che ci si chiede se talvolta non vi sia la voglia di fermare il tempo.

La Szymborska, Premio Nobel 1996, aderì nel dopoguerra al partito comunista e visse le sue prime esperienze letterarie praticando, in una prima fase, il cosiddetto ‘realismo socialista’. Dopo i fatti di Praga solidarizzò con Leszek Kołakowski, filosofo dissidente polacco ostracizzato dalle autorità comuniste. Dopo questa presa di posizione, nel 1966 si allontanò definitivamente dal partito, prendendo anche le distanze dalle sue prime opere (Dlatego żyjemy - Per questo viviamo, 1952 e Pytania zadawane sobie - Domande poste a me stessa, 1954).

Con Appello allo Yeti, (Wołanie do Yeti) 1957, pubblicato in edizione italiana da Scheiwiller, 2005 e che riscosse grande successo, si apre una nuova fase della sua opera.

Si definisce così la sua poesia con la carica di ironia, che conosciamo, in cui emerge tutto il suo amore per i paradossi e i folgoranti aforismi. Una poesia del ‘non troppo’ ovvero profondamente misurata e sorvegliata, dunque ‘non troppo’ elegiaca, ma anche per nulla aperta alla sperimentazione stilistica, che viene esplicitamente esclusa in favore di uno stile piano. Un realismo intimista che vuole mettersi in confronto dialettico con la realtà ed essere interpretazione e scavo. Una poesia che tocca seri argomenti etici ed esistenziali, che vuole ‘svelare l’inganno’, l’equivoco che pesa su ogni momento del presente per la disattenzione di ciascuno, una poesia espressa con ‘parole semplici e chiare’ in cui si coniugano brevità e profondità. paradosso, ironia ed umorismo.

La Szymborska nel discorso del Nobel, descrive il comportamento del poeta, che definisce diffidente, anche – e forse soprattutto – nei confronti di se stesso:

Malvolentieri dichiara in pubblico di essere poeta – quasi se ne vergognasse un po’. Ma nella nostra società chiassosa è molto più facile ammettere i propri difetti, se si presentano bene, ed è molto più difficile ammettere le proprie qualità, perché sono più nascoste, e noi stessi non ne siamo convinti fino in fondo. In questionari o conversazioni occasionali, quando il poeta deve proprio definire la sua occupazione, egli indica un generico “letterato” o nomina l’altro lavoro da lui svolto. La notizia di avere a che fare con un ‘poeta’ viene accolta dagli impiegati o dai passeggeri sull’autobus con una leggera incredulità e inquietudine.

Sul poeta – la poetessa polacca osserva anche che – l’interpretazione scientifica del mondo non esercita alcuna influenza. È un animista, un feticista che crede nelle forze segrete che sonnecchiano in ogni cosa, ed è convinto che con l’aiuto di parole opportunamente scelte riuscirà a risvegliarle.

La Szymborska ha curato a lungo una sua rubrica di Posta letteraria, in cui dava consigli agli aspiranti poeti, sempre con la sua consueta, severa levità, magari suggerendo a più d’uno di dedicarsi alla lettura piuttosto che alla scrittura.

Nella sua Serata d’autore ironizza anche sulle serate letterarie:

Ci sono dodici persone ad ascoltare, è tempo ormai di cominciare. Metà è venuta perché piove, gli altri sono parenti. O Musa. […] In prima fila un vecchietto dolcemente sogna che la moglie buonanima, rediviva, gli sta per cuocere la crostata di prugne. Con calore, ma non troppo, ché il dolce non bruci, cominciamo a leggere. O Musa.

Uno spirito tagliente, e certamente molta intelligenza, una levità che si misura, come si diceva, con la ricerca dell’immenso nel piccolo. E anche quelli di noi che sentono più trasporto per il telescopio e l’esplorazione del grande, che non per il microscopio minimalista, ammettono volentieri la loro simpatia per quest’autrice che è stata definita “miniaturista” ed “esperta del paradosso”, e si confrontano con piacere con i la sua opera e i suoi testi, di apparente, non certo disarmata, semplicità.

 

***





Wislawa Szymborska (1923-2012)


La stazione –



Il mio arrivo nella città di N.
è avvenuto puntualmente.

Eri stato avvertito
con una lettera non spedita.

Hai fatto in tempo a non venire
all’ora prevista.

Il treno è arrivato sul terzo binario.
è scesa molta gente.

L’assenza della mia persona
si avviava verso l’uscita tra la folla.

Alcune donne mi hanno sostituito
frettolosamente
in quella fretta.

A una è corso incontro
qualcuno che non conoscevo,
ma lei lo ha riconosciuto
immediatamente.

Si sono scambiati
un bacio non nostro,
intanto si è perduta
una valigia non mia.

La stazione della città di N.
ha superato bene la prova
di esistenza oggettiva.

L’insieme restava al suo posto.
I particolari si muovevano
sui binari designati.

è avvenuto perfino
l’incontro fissato.

Fuori dalla portata
della nostra presenza.

Nel paradiso perduto
della probabilità.

Altrove.
Altrove.
Come risuonano queste piccole parole

 

 

 

 

Le tre parole più strane 



Quando pronuncio la parola futuro,
la prima sillaba già va nel passato.

Quando pronuncio la parola silenzio,
lo distruggo.

Quando pronuncio la parola niente,
creo qualche cosa che non entra in alcun nulla

 

 

 

Sono io, Cassandra -


E questa è la mia città sotto le ceneri.
E questi i miei nastri e la verga di profeta.
E questa è la mia testa piena di dubbi.

È vero, sto trionfando.
I miei giusti presagi hanno acceso il cielo.
Solamente i profeti inascoltati
godono di simili viste.
Solo quelli partiti con il piede sbagliato,
e tutto poté compiersi tanto in fretta
come se non fossero mai esistiti.

Ora lo rammento con chiarezza:
la gente vedendomi si interrompeva a metà.
Le risate morivano.
Le mani si scioglievano.
I bambini correvano dalle madri.
Non conoscevo neppure i loro effimeri nomi.
E quella canzoncina sulla foglia verde –
nessuno la finiva in mia presenza.

Li amavo.
Ma amavo dall’alto.
Da sopra la vita.
Dal futuro. Dove è sempre vuoto
e da dove nulla è più facile del vedere la morte.
Mi dispiace che la mia voce fosse dura.
Guardatevi dall’alto delle stelle – gridavo –
guardatevi dall’alto delle stelle.
Sentivano e abbassavano gli occhi.

Vivevano nella vita.
Permeati da un grande vento.
Con sorti già decise.
Fin dalla nascita in corpi da commiato.
Ma c’era in loro un’umida speranza,
una fiammella nutrita del proprio luccichio.
Loro sapevano cos’è davvero un istante,
oh, almeno uno, uno qualunque
prima di 

È andata come dicevo io.
Però non ne viene nulla.
E questa è la mia veste bruciacchiata.
E questo è il mio ciarpame di profeta.
E questo è il mio viso stravolto.
Un viso che non sapeva di poter essere bello.

 

 

 

Sulla morte, senza esagerare

 

 

Non s’intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.

Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.

Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.

Occupata ad uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.

Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!

A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità.

Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.

La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno finora, insufficiente.

I cuori battono nelle uova.
Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.

Chi ne afferma l’onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.

Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.

La morte
è sempre in ritardo di quell’attimo.

Invano scuote la maniglia
d’una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.

 

 

 

 

 

 

 




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