SPAZIO LIBERO
CINEPRIME: “TO ROME WITH LOVE” – “BEL AMI”
Woody Allen
in Italia senza magia, a Parigi
un seduttore tutto apparenza e poca sostanza


      
Proseguendo nel suo tour cinematografico europeo, il regista americano è approdato nella capitale del Belpaese, accumulando stereotipi e luoghi comuni, nell’intreccio di quattro vicende tratteggiate con scarsa verve e forza inventiva. Tra gli interpreti Alec Baldwin, Penelope Cruz e Roberto Benigni. Il film inglese diretto da una coppia di registi teatrali, Declan Donnellan e Nick Ormerod, è una illustrazione del famoso romanzo di Guy de Maupassant, la resa è sfarzosa e devota, ma priva di vera originalità. Il protagonista è incarnato da Robert Pattinson, proveniente dalla saga vampiresca di “Twilight”.
      



      

di Enzo Natta





Woody Allen e Judy Davis in To Rome with Love (2012)


Dopo Londra, Barcellona e Parigi (in attesa di Copenaghen) l’attrazione fatale della vecchia Europa colpisce ancora e il newyorkese Woody Allen fa tappa a Roma. Si comincia con quell’inno nazionale dell’italianità che è Volare di Domenico Modugno e con piazza Venezia, dove un vigile urbano subito caratterizzato da scarso “self-control” dirige il traffico dando via libera a quattro storie che si incrociano fra loro fino alla conclusione sulla scalinata-passerella di piazza di Spagna.

Non c’è la magia di Midnight in Paris (dove Allen aveva saputo evocare superbamente il mito della “lost-generation”), né la passione che si traduce nell’immaginario di una favola moderna in To Rome with Love, ma soltanto un tiepido calore che non riesce a riscaldare il respiro della città eterna per trasformarlo in fascino com’era successo per la “ville lumière”. Meta di americani che tornano spinti dalla nostalgia (come l’architetto Alec Baldwin che vi dimorò in gioventù) o che vi approdano per la prima volta (come il regista di opera lirica Woody Allen, piuttosto prevenuto nel confronto degli italiani e doppiamente da quando la figlia gli ha comunicato di volerne sposare uno), Roma è un grande crocevia  e un immenso palcoscenico dove interagisce il cast che alimenta la commedia umana e dove può andare in scena di tutto. C’è per esempio  una coppia di sposini (Alessandro Tiberi e Alessandra Mastronardi) appena arrivata dal Friuli, omaggio a Leopoldo Trieste e a Brunella Bovo dello Sceicco bianco di Fellini, più Antonio Albanese che in questo gioco ricama il ruolo che fu di Alberto Sordi; c’è Roberto Benigni che, come diceva Andy Warhol,  vive un quarto d’ora di celebrità spinta al parossismo, grottesca satira di un’effimera notorietà dispensata a piene mani da qualche momentaneo Grande Fratello; ci sono giovani americani (Jesse Eisenberg, Greta Gerwig, Ellen Page) protagonisti di un triangolo amoroso sotto gli occhi del navigato Alec Baldwin che, riassaporando le stesse illusioni e disillusioni provate tanti anni prima in quegli stessi luoghi, fa da Grillo Parlante cercando di proteggere l’inesperto Jesse Eisenberg svelandogli in anticipo trucchi e trucchetti usati da Cupido per far sì che le sue frecce non risultino spuntate ma trafiggano il cuore di giovani spasimanti alle prime armi nelle schermaglie d’amore.

Se in Midnight in Paris c’era il tocco poetico di una Shangri-La artistica e letteraria che sfidava le leggi del tempo, in To Rome with Love c’è l’aria cartolinesca della vacanza scacciapensieri che dello spirito dell’Urbe ha saputo cogliere soltanto un’esteriorità tutta di facciata. Rispetto a Midnight in Paris l’incanto si è spezzato, il meraviglioso giocattolo si è rotto e il bis non è riuscito.

Fra piazza del Popolo e il Colosseo, Woody Allen dà la sensazione di un turista che vaga confuso e affaticato da una zona all’altra della città senza sapere dove si trovi esattamente. E Alec Baldwin che si è smarrito nei vicoli di Trastevere ne è l’immagine più autentica e inconsciamente rivelatrice. Tutto questo per via di una sceneggiatura piuttosto debole, dove le proverbiali battute al fulmicotone dell'autore-interprete scarseggiano, le trovate latitano e non sono delle migliori, dove a far da struttura portante ci sono quattro esili storielline, lacunose e senza un comune denominatore capace di amalgamarle e tenerle assieme (nemmeno il barlume di una pallida Fellineide a far da sostegno se non l’episodio con Penelope Cruz e il vago, vaghissimo accenno a Roma con una sfilata di moda profana anziché sacra). Quel che manca nel film è il lievito, l’incontro-scontro fra due mondi diversi, tra la fantasia italiana e il pragmatismo americano. Decisamente la città dei sette colli non ha ispirato Woody Allen, turista mordi e fuggi, alla “prendi i soldi e scappa”. Roma ha fatto la stupida quella sera e non gli ha dato una mano a fargli dir di sì.





Penelope Cruz in To Rome with Love (2012)


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Il fatto che possa vantare una decina di riduzioni fra cinema e televisione (a cominciare dal periodo del muto con un film diretto da Augusto Genina nel 1919) dimostra come Bel Ami di Guy de Maupassant sia un romanzo che non conosce le barriere del tempo, sempre attuale e adattabile a tutte le circostanze. Un Vittorio Gassman nel fiore degli anni, in particolare, era rimasto affascinato dal personaggio di Georges Duroy, bel giovanotto, umili origini, scarsa istruzione, ma grande intuito e fiuto del predatore dettato dalla lotta per la sopravvivenza. Gassman aveva pensato di attualizzarlo spostandolo da fine ’800 ai primi anni del secondo dopoguerra e trasformando il Georges Duroy tempratosi nella colonizzazione dell’Algeria in Giorgio Delré, ex-partigiano, venuto a Milano in cerca di fortuna e assunto in un quotidiano dell’industria di Stato grazie all’incontro con un compagno d’arme con il quale aveva condiviso i giorni della Resistenza. Con la sua graffiante carica di cinismo e la sua sferzante satira sociale la commedia all’italiana aveva in sé tutti i requisiti per far proprio il progetto accarezzato da Vittorio Gassman, ma prudenza e valutazione dei rischi finirono per sconsigliare l'impresa. Se infatti non ci voleva molto per individuare nel “Giorno” di Enrico Mattei la testata delle Partecipazioni Statali alla quale si faceva riferimento, ancor più rognoso risultava collocare al centro di intrighi politici e affaristici un gruppo di persone che si erano distinte nella guerra di liberazione e nella lotta partigiana. Gassman parlò di questo progetto con svariati produttori e registi (a cominciare da Mario Cecchi Gori e Dino Risi), ma riuscì a collezionare soltanto dubbi e perplessità. Meglio lasciar perdere. Una pietra sopra e non se ne parlò più.

Chi si confrontò con Bel Ami fu invece Sandro Bolchi nel 1979 (lo interpretava Corrado Pani, mentre fra le molte donne c’era anche Veronica Lario), appuntamento al quale il padre dello sceneggiato tv non poteva sottrarsi, convinto com’era che lo strumento televisivo potesse assolvere alla sua funzione pedagogica promuovendo la conoscenza dei grandi capolavori della letteratura, soprattutto di quella ottocentesca, che nel romanzo aveva trovato la miglior forma espressiva oltre che la più popolare. La linea stilistica di Sandro Bolchi passava attraverso una fedele e ossequiosa trascrizione per immagini del testo letterario, attenta a cogliere soprattutto la lettera del romanzo, a non travisarla e soprattutto a non deformarla attraverso personali e ardite interpretazioni.

Su questa traccia si muove grosso modo anche l’elegante versione cinematografica del Bel Ami arrivata dall’Inghilterra per la produzione di Uberto Pasolini (lo stesso di Full Monty) e la direzione di Declan Donnellan e Nick Ormerod, due registi teatrali alla loro opera-prima.  

Ricordiamo in breve la vicenda. Reduce dall’Algeria e fermamente intenzionato a uscire da una condizione di estrema povertà, Georges Duroy riesce a farsi strada nei salotti dell’alta borghesia della Parigi di fine ’800. Utilizzando le sue doti di seduttore passa da una relazione all’altra con donne ricche e belle, pedine vincenti sulla scacchiera del giornalismo, della politica e della finanza.





Come il suo personaggio anche Maupassant veniva dalla Normandia, come lui aveva forgiato il carattere in guerra (nel conflitto franco-prussiano) e aveva una serie di conti in sospeso con la borghesia. Entrambi avevano rischiato la vita sui campi di battaglia e in cambio che cosa avevano avuto? Niente, mentre i ricchi borghesi parigini avevano lucrato a non finire sulla pelle degli altri senza scomodarsi dagli agi e dal lusso dei salotti-bene. Per questo Georges Duroy, intima proiezione di Maupassant, non prova alcun senso di colpa nel suo comportamento, ma soltanto il piacere della vendetta. Che, come si dice comunemente, è un piatto da gustare freddo.

L’intento di Maupassant era quello di colpire una società vorace e spregiudicata nonché l’alta finanza speculatrice e colonialista, e lo  aveva fatto servendosi di un castigatore che incarna il ruolo dell’angelo vendicatore e che ha le sembianze di un “bel ami” da tutti cercato e ammirato. 

Nelle favole di La Fontaine Georges Duroy sarebbe stato la volpe, astuta, scaltra, beffarda, e non a caso il sottofondo che fa da controcanto alla narrazione è una costante sardonica ironia, una satira mai livida e cupa, ma sempre accompagnata da note di trionfo. Al contrario nel film di Donnellan e Oremerod c’è un taglio fortemente drammatico, quasi tragico, che non appartiene al tono complice, se non addirittura compiacente del romanzo, irridente e caustico nei confronti di una classe corrotta e truffaldina, messa nel sacco da un giovanotto tutto apparenza e poca sostanza, ma dotato di un vero e proprio magnetismo animale, che è il sigillo e l’equivalente della più naturale autenticità.  

Dal punto di vista formale lo stile del racconto è classico, ma la visuale cambia quando si passa al piano contenutistico e al tratteggio del personaggio, che risponde ai canoni della narrativa moderna, con l’antieroe inquieto e tormentato, sicuro di sé soltanto nel finale, quando tesse la tela di ragno nella quale far cadere tutti coloro che hanno ostacolato i suoi piani. Una disparità che si nota a livello descrittivo con un décor d’antan e sfoggio di costumi  che prevalgono sullo scavo psicologico del protagonista, impoverito fra l’altro da un tratteggio tutto di superficie, complice anche una certa fissità di Robert Pattinson perennemente torvo e imbronciato, che sembra non riuscire a scrollarsi di dosso il marchio di Edward Cullen, il giovane vampiro della fortunata saga di Twilight. Una disparità che si può cogliere inoltre dal contrasto fra l’imponente apparato scenografico e l’incerta caratterizzazione della figura di Georges Duroy che accentua con tocchi gravi e solenni lo scompenso fra la leggerezza sorniona della pagina letteraria e l’irresponsabile disinvoltura con cui il vanitoso protagonista si muove tra le sue vittime. Una messa in scena diligente, dunque, ma di scarsa intensità.

Declinato secondo i canoni dominanti delle riduzioni cinematografiche e televisive, Bel Ami di Donnellan e Ormerod soffre del tipico timore reverenziale del cinema di fronte alla letteratura, dimostrandosi ricco e generoso nell’insieme eppure gravato da una discontinuità di scrittura che ne fa un’opera illustrativa, decorativa e stilisticamente opaca, dove non manca una certa corposità narrativa, ma refrattaria a rivestirsi di innovazioni stilistiche organiche, complete e non a mezzo servizio. Se lettura in chiave moderna doveva essere, allora doveva esserla sino in fondo. Perché il bicchiere riempito a metà pesa come un convitato di pietra.

 

 

Bel Ami (Gran Bretagna, 2011). Regia: Declan Donnellan, Nick Ormerod. Interpreti: Robert Pattinson, Uma Thurman, Kristin Scott Thomas, Christina Ricci.





Uma Thurman e Robert Pattinson in Bel Ami (2011)





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