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MARIO SOCRATE
(1920-2012)
Lo scrivere si fonda sul rapporto tra storia e linguaggio


      
È morto a 92 anni l’autore romano, studioso e traduttore, tra i più illustri ispanisti del nostro paese, ma anche importante poeta sorretto da una forte coscienza politica e ideale. Ripubblichiano qui un’intervista con lui fatta in occasione dei suoi settant’anni, in cui riflette sul suo lungo e variegato percorso culturale e letterario, rivendicando la propria matrice marxista e la scelta di una scrittura allegorica che, come spiegava Walter Benjamin, consente alla parola creativa di costeggiare la storicità senza cadere in auto-incantamenti metafisici o spiritualistici.
      



      


di Mario Quattrucci *





Mario Socrate nella parte di Giovanni Battista nel film di Pier Paolo Pasolini
Il Vangelo secondo Matteo (1964)


Immerso fin da ragazzo nel dialogo artistico e culturale italiano, già nel ’39 partecipe di importantissime iniziative culturali e giornalistiche (gli “Amici Pedanti” del Quotidiano di Roma; La Ruota; condirettore del Selvaggio antifascista; Letteratura); combattente della Resistenza; fra i promotori di Città Aperta, Mario Socrate insegna oggi nel Dipartimento di Letterature Comparate dell’Università di Roma; è fra i massimi ispanisti del nostro Paese. Ha ricevuto nel 1985 il Premio Viareggio di poesia per Il punto di vista (Garzanti 1985) e recentemente il Premio Nazionale per la Traduzione per il Lope de Vega della Trilogia Garzantiana del Teatro del Siglo de oro.

A lui è dedicato, in occasione del suo settantesimo compleanno un Convegno all’Accademia di San Luca di Roma… Alla vigilia di questo evento gli abbiamo rivolto alcune domande sulla sua attività.

 

Per decenni hai lavorato con le parole, sulle parole e sul linguaggio, e si sente in te vivissimo il “pensiero che nega l’ingiustizia”. Qual è il filo conduttore di questo tuo impegno?

 

Ho cercato in realtà la coerenza e l’unità tra scrittura e vita, linguaggio ed agire, e sempre più sento la parola, la parola poetica e la sua ricerca di verità, come estrema linea di difesa contro l’appiattimento e la barbarie. Anche e forse soprattutto per questo si scrivono versi. La ricerca e l’impegno di cui mi domandi sono stati un’esperienza di generazione. Ma come riconoscere una generazione se non attraverso le parole, quelle parole la cui valenza ha costituito la nostra storia? Parole che discesero dalle esperienze e dalle disillusioni, dalle “prospettive” e dalle verifiche dei fatti, dalle cadute della “ragion pigra” e dalla fierezza di una lotta contro il buio dei nostri anni giovanili.

Il vocabolario di una persona è poi dato anche dall’incontro con le parole già scritte, con la lingua, le lingue, la letteraturalingua delle lingue. È un dialogo che dà la capacità di ripensare continuamente il passato, di comprenderne l’inestinguibile incombere sull’oggi, di perseverare nella lotta per salvare la prospettiva di un domani nuovo.

La cosa più curiosa è che questa cultura che si svolgeva alimentata dall’utopia (nel senso forte di questa parola) era nello stesso tempo demitizzante. È rimasta sempre, anche con le sue accese presenze, una cultura sorretta da una ragione non dico negativa ma certamente critica. Per questo penso che anche oggi non possiamo non chiamarci marxisti, tanto che la storicità è l’istanza di ogni presente e valido pensiero filosofico. Una storicità in coincidenza con la coscienza situazionale di una cultura passata attraverso Marx, attraverso Gramsci, fino a Gadamer, e che non per nulla ha sorretto ogni deteriorato storicismo con uno storicismo radicale che ancora alimenta il pensiero filosofico.

 

Qual è la traccia di questo impegno nei tuoi libri di versi?

 

Roma e i nostri anni (Feltrinelli, ’57 ndr) fu il tentativo di fondere insieme in un’unica esperienza di linguaggio poetico, storia e cronaca. Non epicizzando la cronaca ma demitizzando magari la storia, per assumerla come quotidiano. Favole paraboliche (Feltrinelli, ’61 ndr) fu invece un tentativo di preallegoria. Volevo dire cose che non riuscivo, o non potevo, dire direttamente, secondo il mio uso di scrittore, e perciò inventai questo sottogenere particolare: le favole fantascientifiche, con le quali cercai di accostarmi ai problemi storico-politici, ai problemi della crisi intellettuale del tempo. Con Manuale di retorica in ultimi esempi (Marsilio ’73 ndr), nel mezzo dell’esperienza aperta dalle neoavanguardie sulla lingua poetica, e sulla messa in questione del linguaggio poetico, lavorai in un’altra direzione: misi in questione i modi propri del pensare poetico, e cioè cercai di sottomettere a revisione critica le principali figure del pensiero e del linguaggio retorico. Continuai poi questa revisione critica con Il mondo è alle porte (Feltrinelli ’64 ndr), Poesie inglesi (Carte Segrete ’79 ndr) e, in esito più complesso, con Il punto di vista.





Un libro, questo, che mi sembra decisivo. In esso l’occhio corre nello spazio e nel tempo, e tu sembri invitarci come non mai a guardare la realtà con gli occhi dei poeti. Ma qual è il punto, quale la prospettiva che ci puoi indicare?

 

Il discorso odierno sullo scrivere poetico corre tra due poli: l’uso della poesia per esprimere nuove realtà, e quindi l’adeguamento a questo fine del linguaggio poetico; e l’uso del linguaggio poetico nella coscienza della sua totale autonomia semantica, nella sua auto riflessività. Io cerco tra questi due poli nella funzione del linguaggio poetico la conquista di nuove risposte (o è troppo dire risposte?) all’orizzonte del lettore di oggi. Il punto di vista fu dunque la ricerca di assoggettare il linguaggio poetico a mezzo di orientamento, ad angolazione privilegiata della riflessione, della domanda sulle cose e sul mondo.

 

Si torna così al rapporto tra storia e linguaggio…

 

Sì. Bisogna però avere coscienza anche della lingua in generale, della comunicazione, e perciò dei rapporti tra le lingue; e del peso semantico che esse vengono ad acquistare o a perdere in queste relazioni. Oggi vi è la preponderanza di una lingua come l’inglese, che investe tutti i valori, tutti i rapporti. E ciò non può non incidere sulla capacità di senso di tutte le lingue. Un poeta, uno scrittore italiano, si trova in una zona di confine, in una zona di sfocamento, e dunque per lui le cose si fanno più difficili. Bisogna non appiattire nella banalità e nella omologazione generale la ricchezza delle varie esperienze, dei vari saperi; non appiattirla in una lingua non più lingua ma convenzione per la comunicazione, dove si dà l’estinguersi, l’ammutolimento delle parole.

 

Ed ora cosa stai preparando?

 

Due saggi su Cervantes, mentre sta per uscire da Garzanti un nuovo volume di versi: Allegorie quotidiane. Questo libro si colloca lungo l’attuale tensione del pensiero e del processo intellettuale. Della secolarizzazione, cioè, delle credenze, dei pensamenti, delle visioni del mondo. in questo senso è un’opera che induce lo strumento poetico ad attraversare tre tipi di mitologia: la classica, la religiosa e quella della società industriale e del suo quotidiano. Tutto questo tacitando possibilmente il simbolo ed eleggendo l’allegoria, quella che, come indicava Benjamin, può senza ritorni metafisici atemporali (come appunto il simbolo) costeggiare la storicità o in qualche modo alludervi. Va difesa, dunque, la parola: ma va difesa la nostra coscienza dalla negazione del passato e di quanto di avanzato opera nel presente. Viviamo perciò nello sforzo di dare credibilità al nostro passaggio in questa storia, al nostro operare.

 

 

 

 

*  Questa intervista fu pubblicata sul quotidiano L’Unità, venerdì 30 novembre 1990.

 

 




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