PRIMO PIANO
TENDENZE CONTEMPORANEE
La ‘pornificazione’ del mondo attraverso
i nuovi media


      
Bypassati gli ultimi limiti del pudore, è questo il tema di cui si dibatte da alcuni anni. L’occasione per allargare la riflessione viene data da un libro dal titolo “Il porno espanso” (edito da Mimesis) e da un articolo di Emiliano Morreale apparso su Repubblica. Com’è successo che la pornografia dal cinema abbia finito per contagiare anche la televisione, la stampa e soprattutto abbia invaso internet, trasformando in qualche modo non solo l’estetica dell’immagine, ma la stessa etica della comunicazione? A un simile interrogativo, c’è forse un’unica risposta che concerne rapaci esigenze commerciali e le dinamiche senza scrupoli del capitalismo.
      



      


di Domenico Donatone

 

«tu sei cattivo con me

perché ti svegli alle tre

per guardare quei film

un po’ porno

tu sei cattivo con me

perché mi guardi come se

io fossi un’attrice

un po’ porno»

(Il Genio, Pop Porno, 2008)

 

 

«La pornografia, insomma, non è oggi questione di contenuti: è quasi la logica culturale dei media; è il modo in cui funzionano le immagini, in cui noi spettatori/consumatori guardiamo e ci facciamo guardare.» Si, si può affermare che questa conclusione di Emiliano Morreale, in un articolo apparso su Repubblica, dal titolo «Se l’eros diventa materia di studio» (del 29 dicembre 2011), è in gran parte condivisibile. Anzi, vera. Vera non perché il sesso è un chiodo fisso, più inconscio che conscio, molto più pensato che fatto, ma perché ciò che connette il pubblico alla merce è un continuo ammiccamento sessuale. I cartelloni pubblicitari, le reclame, sia su video che su carta stampata, adesso anche e soprattutto su internet, dove finalmente, si dirà, è possibile dare sfogo alle proprie pulsione, alcune purtroppo illecite (come pedofilia e altro), sono un continuo omaggio al pube femminile, al seno, ai glutei. Non si vende nulla se non c’è “fica che tira!” Che attira si sa: quello che è preponderante è il trascinamento verso i prodotti, quindi verso il consumo degli stessi. Non è tanto in discussione quanto la libido sia più o meno spinta in ognuno di noi, ma quanto un livello di pornografia si sia inserito appositamente dentro la pubblicità, dentro la commercializzazione dei prodotti, dei viaggi, dei libri e, soprattutto, nel cinema. Non nel cinema di settore, prettamente porno-erotico, ma nel cinema d’autore o commerciale, in cui le scene di sesso non sono più evocate ma rappresentate. Si scopa anche altrove, e si deve vedere! Vedere il sesso, dove di norma non ci si aspetta che venga rappresentato, stabilisce ulteriori possibilità di infrazione, di coinvolgimento, per attirare a sé altri target di età, come adolescenti e minorenni che, contrariamente a quello che non possono ancora fare, possono tranquillamente vedere.

La vista è il primo atto che coinvolge sessualmente. Ognuno ha nella propria mente conservate immagini che evocano figure, angoli, spazi, particolari, in cui il sesso si è palesato per la prima volta, ed è rimasto un indelebile ricordo. Tutta questa materia, che da sempre divide molti settori dell’opinione pubblica, non sempre partecipi per conoscenza ma per insofferenza al tema, è il punto nodale di un libro dal titolo Il porno espanso (Mimesis, 2011, pp. 200, € 34,00) scritto da Enrico Blasin, Federico Zecca e Giovanna Maina. Un volume che, come affermano gli stessi curatori, «riunisce una serie di contributi dedicati alla pornografia audiovisiva contemporanea, intesa come “forma culturale” veicolata attraverso molteplici piattaforme tecnologiche (cinema, televisione, internet).» Insomma, il sesso irrompe anche in altri campi, dove solitamente non veniva menzionato. La sua esondazione assume i connotati di un vero e proprio imprinting, attraverso cui gli adulti, da una parte, vengono bombardati di messaggi, di ammiccamenti, di sguardi, che subiscono senza possibilità di rifiuto perché imposti (un po’ come la “farfallina” sanremese di Belen Rodriguez: non la vuoi vedere, te la fanno vedere!); mentre dall’altra parte, i ragazzi, gli adolescenti, vengono stimolati a individuare nel sesso un parametro di confronto non solo naturale ma necessario, decisamente indispensabile. In questa dimensione di “sesso pubblico” o espanso, politicizzato, ci sono le teorie di Jean Baudrillard e di Frederic Jameson, filosofo-sociologo, il primo, critico letterario e teorico politico, il secondo, che valutano la crisi del postmoderno e come il capitalismo, nella sua forma più aggressiva, abbia voluto una imposizione di modelli senza nessuno slancio educativo, bensì prettamente economico e commerciale.





La pornografia, nella sua sostanza mercantile, altro non è che un modo per fare danaro, tanto danaro. Miti creati dall’industria del porno, come John Holmes, Roberto Malone e Rocco Siffredi (al di là delle loro doti fisiche che fanno pensare che questi “attori” altro non potevano fare nella vita che quello!), generano pochissimo plauso culturale ma tantissima affiliazione, capacità di emulazione o altro, al fine di reinventare il ruolo del maschio dentro e fuori la famiglia. Di conseguenza una cultura di valori diventa astratta, ed una cultura di disvalori diventa basica, fondamentale per rapportarsi nuovamente col mondo e con le mode in circolazione. Il senso della reiterazione della donna-oggetto, o dell’uomo-oggetto (nei confronti di una cultura gay), della donna come mero strumento di piacere, è aspetto complesso di un principio “antropico” in cui gli uomini sono osservatori degli eventi di natura e, di conseguenza, anche delle azioni che ricadono sulla natura, per cui la pornografia, benché lontana dalla natura propriamente intesa, assume di essa una dimensione “allotropa”, quindi, benché diversamente indicativa dell’uomo, confacente comunque ai suoi ritmi e ai suoi istinti.

La pornografia non è fuori dal mondo ma è nel mondo: assunto ormai apodittico, scalfito solo in parte da moralismi di varia natura. In discussione non sono solo le immagini, le arti visive, diversamente generalizzate e diffuse dall’industria del cinema. In discussione è il salto che la pornografia ha compiuto nella estetizzazione di eventi di attrazione di massa, come i concerti di pop star del calibro di Madonna o di Lady Gaga; oppure delle nuove fiction in cui il sesso è sempre più presente. Presente al punto che gli studiosi hanno parlato in termini tecnici di “pornificazione degli immaginari e dei generi”[1]. Una specie di pornosfera in cui si muove tutta una rappresentazione filmica che racconta non il sesso, ma lo esprime come atto consustanziale della vita moderna. Il vero affronto che la pornografia ha potuto compiere sta non nello spingersi oltre il suo genere, cosa assai riduttiva, ma di contaminarne altri. In un videoclip musicale quanti corpi femminili si agitano e si muovono? Fanno sesso esplicito? No!, però lo evocano, lo sublimano, lo assimilano alla stessa esigenza di ascolto, di rappresentazione in sé del prodotto. Questa proliferazione del porno dal cinema ai nuovi media è il senso topico di un nuovo luogo culturale su cui ci si confronta.

Giovanna Maina in un’intervista[2] spiega il senso del libro Il porno espanso, ma soprattutto spiega l’intreccio che si va delineando tra pornografia, tradizionalmente intesa come rappresentazione esplicita di atti sessuali, fino ad un uso nei nuovi media: pubblicità, video musicali, talent show, reality show, videoarte e siti internet, per giungere ad una esplosione politica del tema. Il punto centrale della discussione è proprio il mutamento dell’estetica dell’immagine, da cui scaturisce altra morale. Un insieme di ingredienti facente riferimento all’universo-corpo che vengono diversamente proposti. La donna è la donna da secoli, ma la sua immagine, ovvero la sua rappresentazione e quindi esposizione al mondo è cambiata drasticamente. È avvenuta quella che Linda Williams, esperta dei porn studies, ovvero di quella categoria di studi socio-cinematografici afferenti al corpo, ha definito come il passaggio da una “obscenity” (ovvero oscenità fuori dalla scena) ad una “on-scenity” (una oscenità dentro la scena, quindi nei film e nei media generalisti). Questa categorizzazione è avvenuta negli anni Settanta del Novecento. La pornografia è nata con il cinema, nella maniera esplicita di obscenity, non ancora come prospettiva contemporanea, vietata ai minori, ovviamente, e maggiormente intesa come riprovevole, sanzionabile e per pervertiti. C’è stato un relativo periodo storico in cui la pornografia è stata relegata in un ghetto ben preciso: esattamente quello dell’oscenità e dell’illegalità. La liberalizzazione della stessa è avvenuta attraverso il superamento della tecnica e quindi di nuove forme di rappresentazione della pornografia, in particolar modo con l’avvento dell’home video e di internet. Il porno passa sulla scena e diventa predominante.

Molte innovazioni tecnologiche, sembrerà strano, sono vincolate alla commercializzazione della pornografia, tra cui l’home video. Il vhs, come tecnologia, si è diffuso grazie al fatto che l’industria cinematografica del porno ha intuito il potenziale di una distribuzione non più relegata ai cinema a luci rosse (chi non conosce il Volturno di Roma!), un aspetto della pornografia che marchiava a vista il maschio che ne era attratto e lo costringeva a mentire per soddisfare la sua esigenza di porno, ma spostata al salotto di casa propria, con la possibilità del noleggio e della visione a qualsiasi ora del giorno. Questa libertà indotta dal commercio ha fatto sì che il motivo sostanziale per un approccio ad una nuova tecnologia di massa restasse immutato. Stessa cosa è valsa per internet. Il collegamento in rete, a livello embrionale, consentiva una scarsa navigazione, diversamente da oggi che è maggiormente effettuabile per diversi settori di interesse, ma dava la possibilità di visionare immagini e scene pornografiche sin dagli inizi. Ragion per cui ancora adesso, nonostante l’evoluzione di internet, il suo accesso principale avviene per ragioni legate alla libido e alla pornografia. I siti porno sono tantissimi ed hanno ognuno uno scopo, una qualità, una specificità e anche una “pericolosità”, non solo per l’accesso, ma anche per la possibile presenza di virus capaci di danneggiare i software di destinazione: dal server al singolo computer dentro casa. La pornografia con internet colonizza media e cinema, e raggiunge una possibilità di estensione tale che evita i sotterfugi morali di un tempo, per entrare in maniera diretta e sempre più pervasiva dentro le case (anche i bambini sono esposti al porno!). Se da una parte si pone un problema di legiferazione, quindi di controllo, dell’accesso a internet anche dei minori (il sito “youporn” è accessibile a tutti, come la maggioranza degli altri!), dall’altra parte il tema dell’estetica dell’immagine e del suo mutamento può sembrare inavvertito al pubblico di massa, mentre è particolarmente indicativo della tendenza alla pornificazione dei media.





Lady Gaga


Il primo effetto di questa invasione pornosferica nei nuovi media è l’aumento dell’esibizionismo. Ricollegandoci, quindi, all’articolo di Morreale e al libro Il porno espanso, si deduce che il senso del pudore si sta abbassando, che il desiderio diffuso di esibizione dei corpi è in completa ascesa e che mostrarsi nudi o seminudi (dal Grande fratello all’Isola dei famosi) non colpisce più una condizione morale, bensì diventa esclusivamente un fattore estetico. Un’estetica del corpo nuova. Nuova nel senso che ha bisogno di mostrare non solo bei corpi, perché essi devono essere funzionali non ad una trama (nei reality show non c’è niente da seguire, niente da capire, se non una funzionalità meta-psicologica che si deduce nello stare chiusi per giorni e giorni in una casa), ma c’è tutto da vedere. La vista è l’atto di consapevolezza che qualcosa ci attrae. Attraendoci, stimola quell’attenzione al sesso che non cala mai, perché la sua dimensione è decisamente psico-fisica e non morale o corporale. Mentre la pornografia continua a sfornare i suoi film-prodotto, i nuovi media strizzano sempre più l’occhio all’aspetto pornografico inteso come esibizione, esposizione, ostentazione. Dietro la pubblicità di un Iphone è chiaro che non c’è pornografia in senso esplicito, ma c’è ammiccamento ad un piacere insito nell’acquisto del prodotto. Di conseguenza questo piacere per essere assimilato come tale dal compratore ha bisogno di un’immagine di bellezza femminile, che connette il piacere dell’acquisto a quello del sesso. Un po’ come se acquistare, comprare, fosse sinonimo di fornicare. Un vero e proprio tentativo da parte delle industrie e dei media di possedere chi acquista, chi compera, anzitutto con la mente. Più la mente è sollecitata ad eccitarsi, più quel prodotto rimane impresso. Ma l’estensione è tale che in televisione c’è un numero elevato di giornaliste, da Sky ai Tg di massa, decisamente belle, non procaci, ma belle, da imporre l’osservazione non della notizia ma della giornalista: qualcosa che costringe la donna ad essere necessariamente avvenente se desidera fare il mestiere dell’annunciatrice in televisione, perché altra forma non le è data. Un possesso psico-emotivo.

Da questi casi così dilaganti ed espliciti, si capisce come il porno si espande, cioè come una ulteriore definizione di pornografia stia sempre più avanzando nei settori di studio socio-culturali. Se un film per essere pornografico ha bisogno non del nudo, ma di una rappresentazione di una eiaculazione esterna (in gergo detta money shot[3]), una definizione tutta interna al settore cinematografico che risale agli anni Settanta del Novecento e al film Gola profonda (1972), un’altra definizione è quella che coinvolge più in generale il sistema audiovisivo funzionale, ovvero non come prodotto pornografico esplicito, ma come prodotto che mira a produrre eccitazione, un diretto coinvolgimento dell’ascoltatore e del consumatore, che dir si voglia, che pensa di vedere un semplice film o prodotto pubblicitario, mentre vengono sublimate e rappresentate vere e proprie immagini che favoriscono l’eccitazione: scollature, minigonne, tacchi alti, labbra, piedi, mani, fino al nudo integrale. Ingredienti che possono e sono presenti in una presentatrice di Tg o in un programma di varietà pomeridiano. Qui la scelta è vasta, senza fare nomi! In questo modo diventa non pornografico ma pornificazione tutto ciò che stimola l’eccitazione e la funzionalità di questo scopo. Il genere del “Crash fetish[4]”, ad esempio, in cui donne con tacchi alti, non nude, schiacciano plastici di città, indumenti oppure piccoli insetti, ha ampliato la categoria del porno, anche se non è ancora ampiamente considerata pornografia. In Giappone, però, questo genere di rappresentazioni sono trasmesse su canali porno e quindi vissuti come tali dagli utenti. È chiaro che la sola immagine di una donna vestita di lattice, oppure no, ma con tacchi alti, con gonna attillata o altro (stile segretaria), stimola un’eccitazione che può far vendere un prodotto quanto ricondurre il tutto ad una espressione di pornografia indotta, di massificazione, quanto di contenuto alternativo.





Jeff Koons, Dirty - Jeff on top, (con Cicciolina), 1991


Ultimo tema del passaggio dal porno ai media, benché tutto sia in doverosa analisi e discussione, sta nel propinare un “alternative porn”, un porno alternativo, cioè fuori dal mercato cinematografico, che mira a soddisfare particolari richieste che l’industria di massa non sempre recepisce come tali. È il tema esploso in determinate sottoculture che si approcciano al porno che piace a loro. Qui il porno diventa questione politica, cioè di alternativa, di possibilità ulteriore di confronto e di spazio di legittimazione. L’alt (ernative) porn(o) nasce in internet, su blog creati da ragazze che si spogliano oppure indossano abiti particolari o fanno quello che piace a loro. In tal senso si focalizza una pubblicità che attrae potenziali utenti a cui a loro volta piace quella determinata e specifica cosa. L’origine è vincolato al punk e al gotico musicale. Dei generi musicali in cui il macabro e l’occulto amplificano la possibilità di una vera e propria eccitazione (stare chiusi dentro bare o cose del genere). Ovviamente le strade che si aprono in questo senso sono infinite, se siano anche “pericolose” non è facile stabilirlo. Sicuramente un controllo è necessario, affinché bambini e adolescenti siano tutelati e lasciati liberi di scoprire, crescendo, cos’è che può piacergli, senza nessuna imposizione. Ciò che fa assumere una dimensione strategicamente nuova e sociale al tema del “porno espanso” è una forma di ipostasi del porno, che produce ulteriori categorizzazioni, come ad esempio il “post-porno”. Per post-porno s’intende cosa accade dopo essere stati porno attori. Il taglio è politico, ed è scaturito dall’azione mediatica di Annie Sprinkle, ex attrice hard spogliarellista scrittrice prostituta produttrice femminista e attivista, oltre ad essere editore e performer teatrale, che affronta esplicitamente il sesso e il corpo vissuti come simbiosi di gruppo, da lei stessa definita Medabetion (ovvero l’unione di meditation e di masturbation). La questione oltre ad essere anche qui estetica e performativa, nel senso che la Sprinkle ha inteso per anni raffigurarsi artisticamente come “puttana multimediale[5]”, diventa questione politica perché mira a stabilire se il porno può essere assimilato anche come alternativa occupazionale legittima. Discussione e dibattito ovviamente nuovi che si spingono in luoghi ritenuti non deputati come il Parlamento.

In Italia l’ex pornostar Cicciolina, insieme a Moana Pozzi, ha tentato un esperimento del genere con il «Partito dell’amore», in cui il sesso e le sue derivazioni culturali assumono un fondamento ideologico. In senso più esteso per post-porno si intendono gruppi di femministe o di radicali che si muovono sensibilizzando l’opinione pubblica sulla pornografia. Tentativo tra l’altro affrontato dal filosofo francese Ruwen Ogien nel libro Pensare la pornografia. Tutti la consumano, nessuno sa cos’è (Isbn edizioni, 2005, p.188, € 14,00), in cui si dice chiaramente che oltre ai moralismi che tentano di immobilizzare un’attività tra le più mobili che esistono, non sia il caso di incominciare a interrogarsi politicamente sul fatto che, al di là di ciò che si condivide o non si condivide di alcune scelte, ci sono persone che lavorano nel mondo della pornografia e che come tali avrebbero anche loro diritto ad essere considerati lavoratori che necessitano di tutele sia sindacali che legislative. Tutta questa materia ci consente di dire che non sarà unicamente dei pornografi l’ardua sentenza.

 

 



[1] Cfr. www.comunicamente.org/comunicazione-artistica/2011/09/il-porno-espanso/

[2] Vedi www.autautpisa.it

[3] Vedi intervista a G. Maina: www.autaut.it

[4] Vedi su www.wikipedia.org

[5] Vedi repubblica.it: l’inventrice del post porno, di M. Deseriis, giugno, 2005.




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