LUOGO COMUNE
ROMANZO A PUNTATE
Geco (II)



      

di Gualberto Alvino

 

 

I sogni: faccio male a ignorarli, chissà quante tagliole schiverei che mi segano gambe e cervello. Dormivamo con un foglio sul comodino; mi svegliavi, brandivi la matita come un gladio e vergavi appunti alla cieca finché non cadevi spossata sul cuscino, ninnata dalla risacca e dal fruscio dei platani; poi mi abbracciavi stretta sotto le coperte e li leggevi al lume d’una pila, fermandoti a ogni frase per far largo ai miei somniorum interpretamenta (li chiamavi così, scimmiottando il nostro poeta preferito). Fu la mia prima scuola. E anche l’ultima. Mi attribuivi un ingegno che non avevo, attitudini e vocazioni che sapevo lontanissime da me. L’eccezione. La pienezza. Puoi deviare il corso della storia con la diga di un apostrofo, dicevi alzandomi la testa e tempestandomi di baci; con un punto puoi macinare l’infinito per rifondarlo nuovo di zecca grazie al barlume d’un’idea; la più cupa delle sciagure prenderà il colore del cielo alla vampa del logos. Poi scandivi i primi versi che trovavi con un tono che impauriva, scabro adulto rapito, facendo eco ai tuoi dèmoni.

 

 

No. Niente di più falso. So mentire anch’io, cosa credi? Basta con la melassa. Non ho nessuno da conquistare, né da tenermi buono. Basta mentire, mentirmi. Ho bisogno di staccarmi la pelle dalla faccia e mostrare la carne a brandelli al primo che passa. Voglio gridare, uscire sporca e nuda nelle strade e tagliarmi i piedi sui sassi, come l’idiota o il fuggiasco. Pienezza? Eccezione? Per colpa tua vivevo di delirî e non vedevo a un palmo dal naso; flottavo a mezz’aria persuasa d’arrivare in cielo e m’era negato sia il sapore della polvere che il bagliore delle stelle. Ci vorrà un secolo per staccarmi di dosso quei momenti. E a te tutta la vita per scontare il male che hai fatto, cagna bastarda.

PS. Sei sparita per liberarti di me, è così? Ritorno alla natura, aria pura per il corpo, quiete e silenzio per lo spirito. Frottole. Mi hai sempre ubriacata di menzogne, e io ti lasciavo fare, sperando di assorbire un bruscolo della tua magia. La verità è che la bomba doveva scoppiare, e desti fuoco alla miccia quella sera, per caso, venendo da me, durante il diluvio, con la conversione a u sulla statale nell’ora di punta. La scampasti per miracolo zigzagando tra le auto, mentre io quassù non potevo rassegnarmi: ingoiata in un boccone dalla più insulsa delle vocali. Per anni ho sentito lo stridio di quei freni sull’asfalto fradicio, per anni ho visto tremare la tua nuca attraverso i vetri appannati e non riuscivo a trovare una ragione, non osavo neppure cercarla per non cadere nel vuoto. Ma sappi questo: non l’avessi fatto tu l’avrei fatto io. Sì. Non ti sopportavo più. Non sopportavo le smanie di grandezza camuffate da umiltà francescana, il tono cattedratico di chi trasuda sapienza pur non volendo, la tua incapacità di sostenere il minimo cenno di contesa (idillio fra noi, ripetevi, niente all’infuori dell’idillio; il che significava tacitarmi invadermi colonizzarmi), e il tuo parlare di te, sempre di te (avevo anch’io la mia storia, ci pensavi?); quel parlare insaziabile, fintamente meditativo, senza nerbo né centro, a raggiera, come i soli disegnati dai bambini. T’illudevi di svelare l’indicibile, di soggiogare chiunque con un neologismo, un attributo, un’inflessione di voce, ma ero io a muovere i fili, era la mia attenzione a ravvivarti il fuoco (i miei occhi sbarrati nella penombra dell’abbaino; scordavo perfino di respirare per non perdere uno iota dei tuoi sproloquî, e in mancanza di carta ne prendevo nota sui polsi, le lenzuola, le tovaglie unte di salsa).

Cacciavo il fiato in gola non appena aprivi bocca perché le mie parole erano strame rispetto alle tue. Se ti vedevo storta e cupa ― succedeva spesso, quasi sempre ― ti imitavo degradandomi a clone, o t’invitavo a esprimere un desiderio per esaudirlo ed eccitarti l’estro: spegni la luce, fa’ tacere tua madre, apri le finestre, ho voglia di birra, pane caldo, portami via di qui prima che schianti. Me l’avessi chiesto avrei ammazzato qualcuno pur di succhiare il nèttare dei tuoi oracoli e lievitare aggrappata ai tuoi piedi.

La sindrome del gregario: potrei farne un libro. L’onore del primo capitolo spetterebbe alle partite sul piano d’erba vicino al fiume, a fine estate, quando un fischio di merlo era un boato. Spaventavi il gregge battendo le mani, chiudevi le buche saltando piè pari, poi tracciavi le righe versando il gesso dal sacco rubato al custode; e intanto mi spiavi, infilando le scarpe senza guardarle. A me bastava cullarmi su quel rintocco incessante, sentire la pace gocciare mentre replicavo colpo su colpo lanciandoti la palla al centro della racchetta per non farti correre, stancare. Avrei continuato ore a tessere la tela, senza curarmi di metodi disegni strategie. Ma tu no, tu volevi il mio scalpo. Per te vincitori e vinti, astri o melma. Pronta? questo il tuo grido di guerra, e un ghigno ti sfregiava quando mi vedevi sbranare l’aria come il tuffatore un attimo prima del salto. No, non ero pronta, io non ero mai pronta, perché non riuscivo a viaggiare in costante progresso coi tuoi pensieri, perché mi stritolavi col tono della voce, perché mi obbligavi a mettere un filtro estetico a tutto, e non solo ne ero incapace ma stentavo a ravvisarne l’utilità. Servivi con una mossa fulminea e volavi al lato opposto per cogliermi di sorpresa; misuravi il campo con geometrie perfette che seguivo stregata perdendo di vista il gioco; guardavi a destra e tiravi a sinistra, spingendomi metri oltre la linea di fondo, per poi avventarti a rete contro la sfera docile, intontita. Strepitavi come una gazza a ogni quindici perduto fino a farti paonazza ma preannunciavi il punto decisivo a tuo favore con un muggito che squassava il petto, poi fingevi di barcollare strabuzzando gli occhi, crollavi a terra senza forze e strappavi ciuffi d’erba pensando ai miei capelli. Credi che non lo sappia?

Perché non sei qui, seduta di fronte a me, occhio fiero e schiena dritta di chi non teme castighi? Ti sgozzerei con le unghie. E presto o tardi lo farò, sta’ sicura. Vivo solo per questo, se si può dire vita l’inferno in cui brucio per colpa tua. Non riuscirai a liberarti di me, tesorino, lo sai, vero? Guàrdati alle spalle mentre friggi le uova, rifai i letti, accarezzi i bambini, mungi tuo marito, scendi le scale o attraversi il parco di sera, convinta che tutto ti sia dovuto. Evita di restare sola in casa, e chiudi le porte a doppia mandata. Quanto alle finestre, non inchiodarle: avvitale. Se l’ascensore si blocca non tentare di uscire, peggioreresti le cose: urla, piuttosto, chiedi aiuto con tutto il fiato che hai, sperando che qualcuno ti senta. Il geco aderisce a ogni superficie, incluso l’acciaio e il vetro smerigliato, resiste a una forza di trazione pari a quaranta volte il suo peso, e ciò gli permette d’aggrapparsi a una foglia dopo una caduta sfiorandola con una sola zampa, su cui si annidano migliaia di setole per millimetro quadro che funzionano come ventose. Muta colore per mimetizzarsi, adattandolo all’ambiente o agli sbalzi termici. La femmina si riproduce senza accoppiarsi col maschio: non ne ha bisogno. Quando caccia si fa di sasso e ipnotizza la preda, per scattare dopo minuti, ore d’attesa, durante la quale frena il battito fin quasi a scoppiare.

Rasségnati, non hai via d’uscita.

Statti in letizia, amore mio, finché sei in tempo.

 

 

Ti prego, non aprire quella lettera, fàlla a pezzi, dàlle fuoco. Buttala via. Mentre la busta scivolava nella buca qualcosa mi ha morso, una specie di nausea che ancora non mi lascia. Avrei voluto tuffarmi là dentro per riprenderla, avrei voluto incenerire gli alberi, i palazzi, la gente che mi fissava atterrita, pur di cancellare anche solo l’odore dell’infamia. Di cui, credimi, non sono del tutto responsabile. Anzi, non lo sono affatto. Potessi leggermi dentro — un tempo ci riuscivi — capiresti sùbito.

Ma che dico? tu già ridi di me, è così? ridi storcendo la bocca, come fai quando la rabbia ti si muta in dolcezza. Del resto, se ti amo così tanto è perché mi hai sempre concesso tutto, senza limiti né condizioni. Io cercavo in ogni modo di demolirci vedendo ovunque il gramo il marcio il falso, e tu lo riparavi, rafforzandolo, magnificandolo. Ti bastava poco: un gesto, un moto degli occhi. Zitta, sussurravi cucendomi le labbra con un filo immaginario, la parola mistifica, tradisce; non dar retta al maestro: è un relitto, un ferro vecchio da cui solo l’artista può scatenarsi. E mi prendevi per mano guardando tutti a fronte alta, come se al mondo contassimo solo noi due. Ed era vero. Per me lo è tuttora. (Scusa il tono da operetta, ma mi viene spontaneo, te l’ho detto; non ho ritegno, e non m’interessa averne; sono stanca di artifici, settecenterie; voglio scrivere male, malissimo, io voglio scrivere peggio possibile, non solo perché la scrittura è impotente a scrollare il giogo, ma perché stende veli di muffa proprio quando sembra toglierli.)

Azzeriamo il punteggio e ricominciamo, va bene?





Valeria Floris, Vasca da bagno, 2009


Sono diventata più veloce di una lepre, ma preferisco lo stare all’andare. Mi muovo come braccata anche se nessuno mi segue. Disprezzo il genere umano, schifo qualunque cosa ne richiami la puzza, eppure lo spio, spio tutto ciò che mi càpita a tiro con una fame da sciacallo che non mi conoscevo; e se non càpita lo cerco. Credo di saper fare solo questo, oltre a scriverti essendo sicura che non risponderai. Da mesi è la mia occupazione principale, quasi esclusiva. La casa trabocca di cimici, microcamere a forma di spilla, binocoli, macchine fotografiche, registratori sotto mentite spoglie di accendini, visori notturni, trasmettitori ambientali, microfoni direzionali più sottili d’un gambo. Perfino nei bagni in garage in soffitta nei sottoscala. Spendo più di quanto guadagno per spiare, conto in rosso, la banca mi perseguita, non fa che mandarmi avvisi di pagamento che appicco sul filo della biancheria; sono costretta a svendere i titoli di papà, e soprattutto i libri antichi, dai quali mai e poi mai avrei creduto di dovermi separare (sì, anche l’in folio che mi regalasti alla nascita di Bianca. Devo dirti quanto me ne vergogno? È che gli oggetti non mi parlano più: possesso e appartenenza mi son sempre parse parole vuote, ora sono puri suoni).

Perché? Non chiederlo. So che mi nutro degli altri, tramite gli altri. I loro sguardi mi attraversano da parte a parte senza scalfirmi ma li sento, potrei mangiarli, palparne le aderenze. Mi rinnovano le cellule, le moltiplicano. Io non esisto che in via metaforica, riflessa, come il soggetto d’un ritratto di ignoto, il personaggio secondario d’un romanzo d’appendice, l’icona sbiadita di un segnale che non porta in nessun luogo (niente male quanto a retorica, non trovi?). Insomma, ho bisogno di finire le storie, vivendo più da spettatore che da attore, non so altro. Ma posso dirti com’è cominciata, questo sì.

Lavoravo a un trittico su vecchiaia e morte dolce, che adesso marcisce in cantina coi suoi cento fratelli, quando mi accorsi che non uscivo da tanto. Lascio i pennelli e mi guardo allo specchio: sulle gambe peli lunghi e rigidi come spini, sopracciglia più folte d’un pruno d’agosto, lingua così bianca e ruvida che vorrei sputarla. Acqua finita, dispensa vuota. Nel pacchetto cinque sigarette: la scorta d’un’ora. Penso d’indossare il cappotto, afferrare le chiavi, spalancare la porta, far di corsa le scale, buttarmi nell’aria gelida di fine ottobre e ricongiungermi al flusso vitale. Ma lo penso soltanto: non riesco a muovere un muscolo. Riprendo il pennello, lo immergo nel rosso più rosso e continuo a dipingere, per rientrare nel limbo dove non devo far altro che pedinare un’idea nata chissà come, chissà perché, e incarnarla in una forma il più possibile organica, compiuta. Gioco da nulla per chi ha sempre pensato per immagini.

Dentro, buio pesto. Ma fissavo una foglia e provavo invincibile il desiderio di vederne le vene; ascoltavo una voce e la scandivo in serie d’onde sonore di cui percepivo partitamente ogni vibrazione; annusavo un ciottolo e mi stordivano infiniti effluvî. Il cervello era spento, restavano accesi solo i sensi; accesi, e acuiti dalla fame d’altro che mi colmava.

D’improvviso fu tutto chiaro: il sistema che mi avevi trasmesso non funzionava senza di te, e questo ti rendeva insostituibile. Da quando eri sparita vivevo una vita traversa, sghemba, di secondo grado; non vuota, né malinconica: florida, pienamente efficiente (non dirò prodigiosa per non allarmarti).

Prendi ieri: afa a mille, condizionatori andati, faticavo a respirare. Extrasistoli, gola chiusa, occhi fuori dalle orbite. Non è servito a niente serrare le imposte e affondare la faccia nel corbello del ghiaccio. Mi è bastato guardare lo studente del terzo piano mettere la nuca sotto un getto d’acqua fredda perché un brivido mi scuotesse dalla testa ai piedi e il mio colore tornasse quello di sempre. Da un momento all’altro, come se quell’acqua avesse bagnato me. Mentre lui sospirava di piacere spandendosela sul petto ho portato le mani alla nuca. Gelida. Pulsazioni regolari, un orologio.

Ho voglia di leggere? Il generale della mansarda non fa altro tutte le notti. Allora punto il binocolo sulle sue labbra che tremano pronunciando le parole, sulle palpebre che si chiudono per favorire la concentrazione, sui polpastrelli che baciano la lingua e sfogliano religiosamente le pagine, sulle gambe che si allungano per l’orgoglio d’aver capito, e la brama si placa. (La sera del tuo matrimonio dicesti che leggere è una forma di regressione: atto osceno, non molto diverso dal far l’amore in una piazza assolata gremita di folla, o dal lavarsi le parti intime su una ribalta allagata di luce: si è nudi, esposti, indifesi, difficile governare le proprie reazioni oltre una data soglia d’impegno; aggiungerei che è come sfamarsi dopo lunghi digiuni, e scatena un’indomabile invidia in chi vi assiste, forse perché tutti lo considerano vitale, necessario, ma non sempre hanno la forza di farlo. Sei d’accordo? No, certo. Dovremo incrociare le lame. Magari a Natale. Verrai, almeno a Natale? Non so più quante volte te l’ho chiesto, e soprattutto chi mi dia tanta tenacia.)

La stanchezza mi strema? Quale miglior rimedio che contemplare per intere serate la neonata del pianterreno immersa nel lettino di mussola rosa come un confetto nella bambagia? O il portiere che pìsola beato in guardiola, lenti in bilico sul nasone bluastro, mentre il figlio medico lo copre con la livrea, gli prende il polso fingendosi inquieto, e scivola via senza un rumore per descriverlo alla madre impalata nell’androne, il petto che ride? La tensione sparisce, i nervi si rilasciano e la mente torna fresca, reattiva. Potrei restare sveglia tutta la vita.

La fame morde? Non è forse un pasto da re ascoltare col gambo i rumori dell’osteria qua sotto il sabato sera, quando la gente non ha altro da fare che farcirsi l’intestino blaterando sul nulla col brio forzato dei giorni di festa? Cipolle che sfrigolano, olî a stillare, boccucce a cuore che aspirano, aromi sazianti più di cento pietanze. Non mi resta che farmi di fumo rannicchiata sul dondolo davanti a un vecchio film francese.

E se il sarto non ha tempo per me so bene dove mirare: il piazzale dietro l’acquedotto pullula d’auto verso sera. Non ho bisogno di toccarmi: guardo i corpi che si cercano, si attorcigliano, i canini che scintillano, i muscoli che si tendono allo spasimo sotto le bluse aderenti, e un fuoco mi consuma fino a incenerirmi; un minuto e mi ritraggo sfinita, come dopo una corsa in montagna. Non so se questo abbia a che fare col sesso, che per me è sempre stata una sbornia, ma è una sensazione che vorrei saperti dire. Una volta ci riunisti all’alba per parlarci del non fare e del non essere quale unica rivolta contro il silenzio di Dio: se è vero che ci ha creati deve avere un progetto per noi, e non c’è progetto senza azione; dunque, se vogliamo fotterlo stiamo fermi, incolliamo le lancette al quadrante, smettiamo di pensare. Bene, mischia quel piacere al brivido della razzia e avrai esatta la misura della mia ebbrezza. In una delle prossime vedrò di dirlo meglio, magari ricorrendo a una metafora ghiotta, a un’allegoria abitabile come una casa, di quelle che ti mandano in sollucchero.

A presto. Forse stasera. Se mi lascia libera. È il suo onomastico (ci tiene più che al compleanno) e per festeggiare ha deciso di portarmi in casa tutti i pancabestia della stazione, strumenti e cani inclusi, per parlare d’arte e crisi, che non è una crisi, è una catastrofe. Ha deciso e così sarà. Ovviamente la mia opinione non conta, né ho intenzione di farla valere: perderei. L’anno scorso toccò ai rom del viadotto col foglio di via. Usarono i libri come sgabelli, le tende come fazzoletti, vasche e armadî pieni di lattanti dagli occhi indemoniati; le madri si tagliavano le unghie dei piedi nel bidè, e intanto gli uomini saccheggiavano la dispensa fingendo di riparare i cardini coi coltelli. Dovetti cedere il letto alla regina e alle sue ancelle. Nell’ombra del sottoscala due si leccavano intrecciandosi come mosche: vidi la mano di lui affondare fino al polso mentre lei spalancava la bocca torcendola senza un bisbiglio. Spruzzò un intero minuto sui parati. Non voglio pensarci. Non voglio nemmeno pensarci.

 

 

La festa è finita prima del previsto. Li ha lavati, rasati, nutriti, cani compresi, ha pregato e suonato con loro scatenando l’ira dei condomini. La maga dell’ammezzato ha infilato un biglietto rosso sangue sotto la porta, pieno di simboli strani, poi s’è attaccata al campanello intonando una specie di guaito mentre l’inquilino del piano di sopra batteva il pavimento a tempo di musica e ogni tanto saltava: certi boati. Un ragazzo olandese ha visto oscillare il lampadario e s’è spaventato al punto che il bicchiere gli è caduto di mano; ha tirato fuori un sassofono dalla borsa e ballando ha sfasciato i mobili del soggiorno, dal primo all’ultimo, con una precisione scientifica, perché così gli diceva il cervello. Lui l’ha lasciato fare finché non ha alzato un braccio sul mio ritratto con anguria: la mia faccia non si tocca. Gli è bastato un gesto per farlo sparire. Poi ha cacciato gli altri schioccando le dita. I cani sono stati i primi a ubbidire: strisciavano muso a terra come fanti in trincea. Uno sguardo d’agnello ed è sparito anche lui. Dovrò pulire per mesi. Ma lasciamo stare. Torniamo a noi.

Una spugna. La tua amica è diventata una spugna. Un essere-in-potenza del tutto negato all’atto, vile materia senza speranza di forma, dicono i tuoi filosofi. Assorbo le gioie altrui al punto di goderne, assai più che se fossero mie. Ma soprattutto le ansie, i turbamenti, i terrori. Ai nostri tempi le persone sembravano enigmi impenetrabili: non capivamo mai se ci guardassero o no, perché ridessero o piangessero, che segreti custodissero; ora sono trasparenti più dell’aria: un tono, e ne colgo lo stato d’animo in tutte le sfumature; un rossore, un’esitazione, e sento la stretta dei loro affanni, qui, sotto la lingua; la sento, e sùbito qualcosa di me la traduce in calma, sangue fresco. Vampiro avreste dovuto chiamarmi, non Geco.

Di’ la verità, fatichi a crederci, è così? Anch’io. La mattina mi guardo e ho l’impressione di non riconoscermi. Mi sfioro la fronte, passo un’unghia sul mento, e mi pare di toccare un altro.

Volo da Bianca. Spero di poterla rivedere. Mi basterebbe un istante. Uno solo. Saprei io come farlo fruttare. Domani sarò più precisa. Perlomeno ci proverò. Resta connessa e non perdere il filo. Perché un filo c’è, eccome, non tarderai a trovarlo. (Ma è poi così importante? Che c’è da legare?)




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Luogo Comune

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006