LETTURE
EDOARDO NESI
      

Le nostre vite senza ieri

 

Bompiani editore, Milano 2012, pp. 160, € 16,00

    

      


di Rossella Grasso

 

 

Viviamo in tempi di crisi. Ci preoccupano allo stesso modo tagli e aumenti perché sappiamo che non ne viene mai nulla di buono; risparmiamo e siamo costretti a spendere più di quanto possiamo; abbiamo un lavoro e lo cambiamo spesso perché sempre precario. Edoardo Nesi racconta i paradossi e quello che, secondo lui, non va bene nell’Italia di questi tempi nel suo ultimo libro Le nostre vite senza ieri. Un po’ saggio, un po’ pamphlet, un po’ autobiografia e anche un po’ romanzo, quest’ultimo libro di Nesi è di difficile collocazione perché è un ibrido di generi. Raccontando la sua storia, quella della sua famiglia e dei suoi luoghi, traccia la metafora della storia di tutta l’Italia degli ultimi decenni fino ad arrivare alla crisi attuale, comprese le preoccupazioni per il futuro. Queste ultime spiccano nel suo ultimo libro che chiude la trilogia pratese di scritti sulla sua città di origine, sulle tradizionali aziende tessili che da sempre caratterizzano la zona e sulla sua gente. Il primo della trilogia è L’età dell’oro (2004) che fu anche finalista del Premio Strega del 2005; il secondo è Storie della mia gente (2010) con il quale l’autore ha vinto il Premio Strega del 2011; a chiudere la saga è appunto Le nostre vite senza ieri, un palese sequel degli altri due di cui riprende temi e personaggi.

Sembra che i tre libri vogliano raccontarci uno il passato, secondo Nesi ‘l’età dell’oro’ appunto, l’altro il presente e l’ultimo il futuro. Senza gli altri due Le nostre vite senza ieri ha poco senso. Infatti Nesi prima racconta la nascita, la crescita e la crisi della sua azienda tessile, quella fondata da suo nonno nel periodo della ricostruzione post-bellica e venduta dallo scrittore perché non andava più bene e non si poteva fare più nulla. Ha raccontato della globalizzazione all’epoca di suo nonno e suo padre che portava i loro tessuti in tutto il mondo e la globalizzazione che ha travolto la sua azienda quando la gestiva lui, quella fatta di tessuti economici cinesi che hanno mandato in crisi il settore. Poi fa un profilo dettagliato di com’è l’Italia, e non solo, adesso che è in crisi. Chiama in causa lo scenario politico italiano e mondiale, che vede gli Stati Uniti e l’euro sull’orlo del collasso, insomma afferma con forza “piove governo ladro!” insieme ad un’altra serie di ovvietà di cui non si sentiva il bisogno.

Non che si tratti di sciocchezze: Nesi fa un’analisi attenta e veritiera di ciò che accade, guardando con gli occhi di chi ha subito in prima persona la crisi, ma che non aggiunge nulla a ciò che già si sapeva, ai commenti fatti sul tram o alla fermata dell’autobus. Poi, dopo aver riepilogato in numerose domande retoriche il triste destino che sembrano avere i giovani d’oggi, la prima generazione dopo tanto tempo ad aver ereditato una situazione peggiore di quella dei loro padri, Nesi coraggiosamente sostiene di avere fiducia. Fa una proposta concreta a quel governo dei Professori che dice che “usano il telescopio e non il cannocchiale e così non vedono le persone”. Quei tecnici che trattano tutti come numeri, senza prendere in considerazione chi è la base della ripresa, i lavoratori soffocati dalle tasse. A loro Nesi dice con forza: “Non abbiamo bisogno di aziende più grandi, in Italia e in tutta l’Europa del sud, ma di più aziende nuove. Sostiene che bisogna avere fiducia nei giovani perché sono loro quelli che risolleveranno le sorti dell’Italia, con le loro idee innovative. Progetteranno cose in grande, così nuove che nemmeno i loro padri e i loro finanziatori – sì, perché secondo Nesi qualcuno li dovrebbe finanziare e lo farà – capiranno cosa sono. Questo progetto, continua Nesi “funzionerà se saremo capaci di investire in un’idea grande, se saremo capaci di comportarci come quei padri e quelle madri che capiscono che l’unico modo per aiutare davvero i loro figli e le loro figlie è dargli fiducia prima che la meritino, nella speranza fervida che un giorno la meritino, nella certezza che la meriteranno”. Sostiene l’autore pratese che l’Italia non fallirà se si butterà alle spalle il passato fatto di errori e regressioni e guarderà solo al futuro e alle innovazioni. Andrà avanti se i ventenni di oggi – quelli che hanno trovato il mondo meno accogliente e più povero di sempre – vivranno una ‘vita senza ieri’, dimenticando il passato. “Al passato, però, vorrei dare l’addio che merita. scrive Nesi Chiederò l’aiuto di un carissimo amico che non sento da un po’ di tempo: quel vecchio pirata che m’ha insegnato che, quando si deve lasciare una persona che abbiamo amato, bisogna farci l’amore per l’ultima volta. Meglio che si può. E poi andare avanti”.

Le pagine di Nesi trasudano di ottimismo, apprezzabile nell’intento ma a tratti irritante. Tutto ciò che scrive è giustissimo, anzi sarebbe bello se accadesse. Ma sembra più una bella idea da paese dei balocchi, non da paese, come l’Italia, dove non è mai stato così difficile essere ventenni e avere tutta la vita davanti. Un paese dove se riesci a trovare un lavoro (lavoretto, lavoraccio o lavorino che sia) nella migliore delle ipotesi l’hai probabilmente pagato o sotto forma di master o sotto forma di anni e anni di prestazioni non pagate. Si comprende che chi scrive fa parte della categoria dei giovani da ‘vita senza ieri’ e futuro incerto. In questo paese sembra che molti credano nei giovani, a parole, probabilmente anche per lavarsi la coscienza, ma nessuno li sostiene concretamente. Resta però che i giovani devono necessariamente fare qualcosa, qualsiasi cosa, per un futuro migliore perché saranno loro a doverlo vivere. In poche parole: armiamoci e partite, nonostante siano finite le armi e tutte le riforme che vengono fatte tendono a svantaggiare il reperimento di armi. 

Il libro di Nesi è una secchiata di ottimismo scaraventata addosso all’improvviso quando meno te l’aspetti. Apprezzato o meno bisogna riconoscere che in tanto scoraggiamento generale almeno Edoardo Nesi crede in un futuro migliore, soprattutto per i giovani, e lo grida a gran voce. Beato lui!  

        




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