LETTURE
ANNA LAURA LONGO
      

Procedure esfolianti

 

Manni, Lecce 2011, pp. 110, € 12,00

    

      


di Domenico Donatone

 

 

Quando la poesia diventa meta-lingua, impersonale e percussiva

 

Una poesia impersonale e percussiva! Tutte le volte che analizzo l’opera della poetessa Anna Laura Longo, sia pur avvertendo una irritazione per come la «parola» nei suoi testi trova un nuovo ordine semantico, così ricco e pieno da annullare un sentimento ordinato dei versi e il significato della stessa sperimentazione, ricevo un responso positivo che mi spinge a sposare l’imperativo di Rimbaud: «Il faut ȇtre absolument moderne». Concetto che vale per molti scrittori, da Laura Pugno a Sara Davidovics, da Michele De Luca a Mariagrazia Calandrone, da intendersi come parametro costitutivo del fare arte, del creare poesia. Tutti i poeti desiderano essere moderni, anche in maniera opposta a ciò che il significato di modernità stabilisce. Quanto furono moderni Leopardi e Foscolo? Quanto sono moderni Sanguineti e Luzi? La modernità è proporzionata alla capacità di espansione di un’opera, perché il linguaggio è tutto! E ciò vale anche in epoca postmoderna, in cui il recupero del passato non ostacola affatto la prosecuzione del nuovo. Maggiore è il livello di ricerca in un’opera, maggiore è la sua modernità. Il concetto di modernità si lega non solo alle forme, come spesso accade, ma al contenuto. Moderno è ciò che muove nuove idee, nuovi concetti. A ciò si accompagna un pensiero affine per il quale è moderno anche ciò che prende vita solo nella forma, solo nell’estetica. Certamente, e prima di tutto, la modernità risiede nei concetti, nelle idee. Non a caso ciò che è moderno nella forma dev’essere supportato dall’efficacia del linguaggio, della comunicazione, che, tradotti in letteratura, stabiliscono nuova filosofia, nuovo dibattito, nuovi ragionamenti.

Anna Laura Longo è tutto questo messo insieme: nuova forma e nuovo contenuto. Nel caso specifico concorre a rendere propria la poesia innanzitutto il connubio tra parola e musica, musica seriale, da pianoforte, (Stockhausen, Kurtág, Lakeman), poi il teatro e la danza, intesi come esibizione e performance capaci di completare il senso di “partecipazione all’umano” così come accade in Virgilio Sieni (coreografo e danzatore a cui la poetessa rivolge la sua attenzione). L’impatto che si ottiene è estraniante, forte, produce una tensione divisiva che, per converso, non può non unire anche la critica nello schierarsi a favore o contro i poeti degli anni zero, così intesi in maniera più confacente, la cui identità non è più solo sulla pagina scritta, ma si libera nella scena, nella rappresentazione effettiva di ciò che i versi determinano. La poesia di Anna Laura Longo appartiene solo a sé stessa, non trova tradizione né nella lirica e né nella sperimentazione maggiormente intesa. Si apre, dunque, un capitolo che dovrà essere scritto. Lo spunto per una esternazione meno complessa parte dall’ultimo lavoro poetico della scrittrice, dal titolo Procedure esfolianti. Un libro nuovamente definibile “libro-regia”, come Lunetta intese l’esperienza formativa del primo lavoro della Longo: Plasma - sottomultipli del tema “Ricordo” (Fermenti, 2004). Un libro in sostanza proprio, confacente a sé quanto avverso a sé, lanciato nel panorama delle pubblicazioni del nuovo millennio con un certo coraggio per la materia così complessa, asettica, fredda e impersonale che i versi affrontano. Perché Anna Laura è una poetessa che non cerca confronti di genere, ma confronti totali. Chiunque sia alla ricerca di linearità semantica con Anna Laura rimane deluso, perché deve fare dei conti che sono sorprendentemente dissacratori, specie per il ruolo affidato al linguaggio nella struttura che assume sulla pagina. Ci si trova dinanzi ad una poetessa che non è affatto gentile, prodiga in una scrittura che guarda ai suoi referenti semantici con sensibilità, ma è una poetessa lontana dal mondo della poesia fatto di lucide riflessioni o di impianto civile. Per questi fattori sarebbe meglio dire che è una poetessa geniale. Dove la genialità è propria di quell’imperativo della Stagione di Rimbaud in cui il poeta attraversa percorsi così intimi e di ricerca da condurre la critica ad una significazione del suo gesto poetico a distanza di tempo, a distanza di molta e articolata riflessione. È lecito affermare che non si comprende, che la forza di questi versi è inversamente proporzionata al suo continuo mimetismo della parola, in maniera decisamente ossessiva, ferma, martellante. Chi lo fa (e il rischio è anche di chi scrive adesso), scommette su una partita che di sicuro non è truccata, ma è decisamente oppositiva alle regole del gioco.

Iniziamo con ordine. L’ultimo lavoro della Longo è nel complesso non dissimile da Plasma (2004) e da Nuove rapide scosse retiniche (2009), con l’apertura, questo si, ad un dialogo che si evince dallo spostamento della materia-poesia su un fronte di riflessione più immediato, legato a questa che comunemente è definita “crisi”. Crisi di sistema economico-finanziario, ordigno farabutto innescato dalla finanza che sta distruggendo l’esistenza di milioni di cittadini europei. Il libro si inserisce non a torto dentro questo clima di recessione. Specialmente per quanto concerne la sezione finale del libro, dal titolo Basileus, è più facilmente rintracciabile un confronto col mondo attuale. Basileus è la denominazione con la quale nell’antica Grecia (con etimo molto controverso di origine egizia) si indicava una figura egemonica, un re. Una figura che torna prepotente nella stessa Grecia così profondamente colpita dalla crisi. Un risvolto filologico che assume i lineamenti di una nemesi, perché è chiara l’intenzione in chi manovra i fili di questo disastro economico-finanziario di rinunciare ai padri culturali dell’Europa, che sono Atene (Grecia) e Roma (Italia). Entrambe capitali di paesi commissariati. Tant’è che la poetessa scrive a proposito:

 

«Il testo analizza e marca le complesse e nevrotiche configurazioni in cui il potere può costruirsi, creando uno sfondo di attrazione intorno ai temi di autorità e dominio, facoltà di azione e controllo, rischio e arbitrio.»

 

Il testo, scritto per due “voci” e intervallato da un “lamento premonitore” (da una coscienza che delinea il corso di un processo storico, tratto da due saggi di H. Arendt), è fatto per essere recitato a teatro, per trovare uno spazio in cui la scena non è estranea ma è la diretta conseguenza dell’esigenza a comunicare il potere che avanza. Le altre due parti del libro, invece, sono denominate Stati d’animo aggettanti (la prima) e Procedure esfolianti (la seconda). In ultimo c’è Basileus. Queste prime due sezioni sono quelle più impegnative e ricalcano in maniera percussiva lo stile impersonale e freddo, già esplicito e variabile di poco dai precedenti lavori della poetessa. Per cui se nell’ultima sezione del libro la poesia acquista una maggiore capacità di sintesi («Il malcontento avanza e sale | con seni adunchi. | In forma di toro. ||»), nelle prime due non c’è una tematica di riflessione, un tema ordinatore. C’è un procedimento di mimesi e di ricerca che investe tutta la sua energia in uno schema di allitterazione e di enjambement martellante e incisivo. Bisogna dire che Anna Laura Longo non gioca con le parole come un’avanguardista di prima estrazione, bensì instaura nel suo processo di palingenesi e di formazione tra corpo e parola, tra musica e linguaggio, una nuova grammatica: un nuovo ordine di significato. Un significato che non si estrae solo dalla semplice lettura dei testi, motivo per cui la critica si disorienta, ma dalla fusione perfetta di poesia musica e rappresentazione. Questi tre elementi devono stare insieme, necessariamente, altrimenti sulla pagina si evince una sola parte dell’opera di Longo. Libro più dvd, come accade per i cofanetti di teatro, potrebbe essere una soluzione per meglio diffondere l’operazione semantico-culturale di questa giovane artista. Entrare nel suo studio determina un passaggio di energia che spinge il critico letterario ad assumere la veste di critico d’arte, perché nel luogo in cui Anna Laura si rifugia, esiste un micro laboratorio di cucchiai sciolti creati da chiunque partecipa alla sua performance. Anche io ho sciolto il mio cucchiaio, diventando così parte integrante del suo progetto artistico. È un salto nel buio quello che si compie nell’affrontare le parole-poesia di Anna Laura Longo. In questo suo libro Procedure esfolianti la ricerca è tutta volta non sul significato delle parole, ma sulla funzione sinestetica e de-verbale che esse hanno. La poetessa vuole liberare, vuole deflagrare, inoltrare in zone non praticate del senso la «parola», che lei stessa definisce “stendibile”, ovvero prolungabile nel significato. Una sfida che è vita e non solo mera ricerca.

 

Fin qui siamo obbligatoriamente schiusi

da architetture di luce e voci in letargo

dove il palato affonda radici.

 

Di monocromia si tingono i polsi.

 

Scende in un piatto un tuono

con una logica dialogante.

Ingerisci presto la Luna

e le sue ingegnerie

prima che gravi come un sequestro

o un diktat esasperante

e si cali in sprazzi di geometrie,

in suggellate misture.

 

Ingerisci presto la Luna.

 

Questo componimento svela in modo esauriente ciò che si muove dentro la versificazione “impersonale” e “percussiva” della Longo. Il senso del suo poetare chiama in causa il sistema “verbo-parola” per indicare il verificarsi dell’inaspettato quanto dell’impossibile, sintetizzato nel verso «Scende in un piatto un tuono | con una logica dialogante ||»: esattamente l’improvviso e imprevisto realizzarsi di un tema. Tutto ciò è materia linguistica e semantica, un pentagramma su cui parole e musica trovano il loro connubio sviluppando un sistema di segni e di linguaggio cari a de Saussure. Nei testi della Longo il linguaggio (langage), la potenzialità universale dei segni, viene a incontrarsi con la parole (l’atto linguistico del parlante) per giungere ad un codice di significato “insurrezionale”, in cui il concetto stesso di parola è di non avere tregua e riposo, ma unicamente tensione. Lo scambio metamorfico che avviene tra la parola e il suo uso non solo produce una metafisica del reale, ma crea una nuova grammatica, certamente arbitraria, in cui il concetto e la sua immagine acustica si adagiano perfettamente sulla pagina sprigionando un prisma di significato, di allusione e di allegoria. La funzione della poesia è qui di meta-lingua, tant’è che nel libro la poetessa utilizza il mito di Dafne, che si trasforma in alloro per sfuggire ad Apollo, per creare una metafora in cui la parola fa esattamente la stessa cosa, si allontana dai suoi usi ordinari, confondendosi col mondo, affinché in essa permanga la possibilità dell’alterità e della contaminazione. Ipotesi che sono verità non più sociologiche ma linguistiche, e diremo, dopo la lettura di «Procedure esfolianti», fermamente paradigmatiche.

 

Le tante corse filamentose

per strofinare parti di imago roche.

Quando nasciamo

la consunzione sbatte sugli ossi

già rapinosa.

Premo ora voci di carne ubiqua

e unione perduta.

A fior di pelle tacito l’ora

che è difensiva

se quasi aperti sul petto

ci sono i lupi

– compagni alari –

e promesse date

dentro scarpe lasciate.

 

 




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