TRADUCENDO MONDI
JERÔNIMO TEIXEIRA
“As Horas Podres”
(Le ore putride)



      

Traduzione di Lydia Del Devoto

 

 

L’autore:

 

È nato nel 1968 in Brasile, a Montenegro, Rio Grande do Sul.

È giornalista e lavora presso il settimanale Veja.

Ha ottenuto il dottorato in Teoria letteraria alla Pontifícia Universidade Católica di Rio Grande do Sul, con la tesi Drummond Cordial (pubblicata dall’editore Nankin) – a cui è stato conferito uno dei premi del IV Concorso Nazionale di Saggistica del Ministero della Cultura Nestlé.

È anche autore della raccolta di racconti Pedacinho do Céu (Fundação Catarinense de Cultura; 2002).

 

 

L’opera: As Horas Podres (letteralmente: “Le ore putride”) - Jerônimo Teixeira

 

As Horas Podres si compone di due racconti che corrono in parallelo – l’intenso dialogo tra zio e nipote si intreccia con gli amari ricordi dell’adolescenza di un uomo che torna, in occasione del funerale della madre, alla tranquilla città natale, e si lancia in riflessioni sulla vita, sul passato e sulla stessa narrazione. Pensieri questi che spiegano il peso e l’odore nauseabondo del testo, lo stesso odore di marcio dell’industria conciaria che appesta la città. Accanto all’inquinamento morale e atmosferico, immagini ricorrenti del libro sono anche la cecità e l’oscurità.

Nel romanzo, un uomo è accusato di avere ammazzato suo padre e un’infermiera. Tutte le prove – oltre alle sue impronte digitali sulle armi, alcuni vicini sostengono di averlo visto nella zona subito dopo gli spari – sono contro di lui, che alla fine si prende la responsabilità del parricidio. Cerca quindi lo zio per raccontargli la sua storia e per tentare di giustificarsi, confessando che non prova orgoglio per quello che ha fatto, ma non si vergogna nemmeno del crimine commesso. A mano a mano che il dialogo tra i due prosegue durante la notte, vengono fuori conflitti, bugie e segreti di famiglia.

Il libro non solo affronta il delicato rapporto familiare, con riferimenti al mito di Edipo, ma riprende un crimine avvenuto nel sud del paese che ha occupato per mesi le principali pagine di cronaca nera e che non è mai stato risolto. Nel 1995, nella cittadina di Estância Velha, gli occhi dell’agricoltore Olívio Correia erano stati inspiegabilmente rubati. “Sulla strada, l’auto si ferma. Offre un passaggio. E l’agricoltore viene ritrovato solo il giorno dopo, sul ciglio della strada. Accanto a lui, in un sacchetto, i suoi occhi strappati.  Ma chiaro, voi conoscete già la storia”. Una storia abbondantemente divulgata e ricordata per cinque o sei mesi, dando origine a versioni contraddittorie e deliranti, teorie che prefiguravano avvoltoi e trapianto di organi, fino a che si consolidò sui giornali addirittura il sospetto di una setta satanica e il caso fu messo sotto silenzio dopo che fu adombrata una possibile partecipazione del sindaco della città.

 

***

 

AS HORAS PODRES

(titolo in italiano da definire – letteralmente: Le ore putride)

 

 

Traduzione di Lydia Del Devoto – prima revisione giugno 2012

Bertrand Brasil ed.

Copyright © 1997, 2007, edizione riveduta, Jerônimo Teixeira

 

 

 

A Tisian, Pita, Viana e Caio

che sono stati là.

 

 

I’m not the only one who’s happy to go blind

U2, “Staring at the Sun”

 

 

I

 

 

  POSSO COMINCIARE?

  Cominciare cosa?

  La mia storia. Vorrei che lei mi ascoltasse.

  Conosco bene la storia. Sono stato là. Ho riconosciuto i corpi.

  Lei non conosce la mia storia.

  Vuoi negare? Dire che non hai ucciso?

‒ No.

  Allora la storia la conosco.

  Ma per difendermi…

 Te l’ho già detto: non posso, non sarò il tuo avvocato. Sono coinvolto.

  Coinvolto? Coinvolto come, con chi?

‒ Era mio fratello, accidenti!

  Era mio padre.

 

 

 

 

Le CAMPAGNE di Uruguaiana (non le conosco, non ci sono mai stato) a quest’ora hanno ancora una luminosità che non viene dalla luna – perché qui ci sono nuvole, e anche là, immagino: è il chiarore dell’aperta campagna, dove non c’è niente da nascondere o dove nascondersi, solo un’oscurità uniforme e limpida come la luce stessa, lungo quell’orizzonte infinito che imprigionava Dyonelio Machado e, tra noi e l’orizzonte, forme vaghe, punti più scuri che si distinguono dall’indistinzione di tutto, un albero, un recinto marcio, staccionate di filo spinato, un termitaio enorme, una piccola collina, e buoi, buoi, buoi. Sarà una notte fresca

– so che è gennaio ma mi piace così, fresca ‒, un freddo che porta ai polmoni e all’anima l’antico profumo della pampa. La ruminazione incessante. Resti di bestiame macellato e mate. Decomposizioni vegetali. E l’odore epico dello sterco di vacca.

Il cuoio è una materia smemorata: non c’è traccia della pampa nella puzza di conceria che ammorba Estância Velha.

 

 

 

 

 È ARRABBIATO CON ME?

‒ Sei un gran figlio di puttana a chiedermelo.

 Lasci stare mia madre. Non si permetta di dire queste cose di lei.

  Io non ho detto niente di tua madre. Non ancora.

  Ma se mi ha chiamato figlio di puttana.

  Per modo di dire.

 ‒ Lei è arrabbiato.

‒ Il problema è che la tua è una generazione di asini. Ha quella… povertà di vocabolario. Siete proprio delle merde.

  Lei dice parolacce in continuazione. E poi sono io quello che ha un vocabolario povero.

  Mi aggredisci, eh? Sei venuto a casa mia per insultarmi?

  È la casa della famiglia.

  Non è più tua.

  È lei che mi sta aggredendo.

  Potrei trattarti in maniera diversa?

  Visto? Lei è arrabbiato con me.

  Senti, tu vieni qui, dopo… dopo quello che è successo ieri, e poi tiri fuori che io sarei arrabbiato… Non è la parola esatta. È troppo debole.

  E qual è la parola, allora?

  Non ci sono parole.

 

 

 

 

IL MARCIUME è democratico. Il fetore avvolge tutto. Lo sente chi viene dalle parti di Novo Hamburgo e, con maggiore intensità, chi scende dalle colline di Ivoti. Il fetore nauseabondo che prende lo stomaco nel momento della comunione arriva anche al bel promontorio della chiesa protestante (il cimitero è di fianco, ne parlerò più avanti). Nel sesso, il fetore è più forte degli odori di sudore secrezioni e sperma. Nei giorni di kerb, il fetore si amalgama, in modo naturale, con il sapore amaro di cavolo della birra nazionale. E volteggia nel Club União al suono della piccola banda.

Il fetore: democrazia. La sua peculiarità unica, qualcosa a metà tra l’uovo andato a male e la carogna, è uguale per tutti. Non può essere filtrato dall’aria condizionata. Non può essere disperso da spray deodoranti. Immune al potere economico, perché è il potere economico. Il fetore non può fermarsi.

Il fetore asfissia allo stesso modo, egualitario, il sonno del padrone e quello dell’operaio. La differenza è una sola: anche se non ha mai sentito parlare della corrispondenza freudiana tra feci e denaro, qualunque cittadino comune o possidente di Estância Velha sognerà che quello è l’odore dei soldi.

 

 

 

 

  SE LEI MI DIFENDE, io mi costituisco. Domani stesso.

  Ma non capisci proprio quello che ti dico? Non ti posso difendere. Non è morale…

  È contro la legge?

  … e anche se potessi, se volessi difenderti, il tuo caso non è di mia competenza. Io mi occupo di cause civili. Ammesso che tu sappia di che si tratta.

  Certo che lo so. Farò l’esame d’ammissione per studiare Diritto.

  Vai davvero? In prigione?

  Non vado in nessuna prigione.

  Ah no? Ho parlato con la polizia. Hanno l’arma con le tue impronte digitali. Hanno già interrogato il vicino di casa. Lui ha sentito gli spari, è corso alla finestra, ti ha visto uscire subito dopo. Ti identificherà.

  Nessuno mi ha visto sparare.

  Nessuno?

  Nessuno.

  E tua madre?

  Lei non conta.

  Già, certo che non conta. L’hai abbandonata.

  Non ho abbandonato nessuno. Quello che ho fatto, l’ho fatto per lei. Solo per lei.

  L’hai lasciata sola.

  Solo per oggi. Poi mi occuperò di lei.

  Dalla prigione?

  Se lei mi difenderà...

‒ Ti ho già detto che non posso.

  Ma io non ho un altro avvocato.

  Fino a ieri avrei potuto segnalarti mio fratello.

  Lei non mi prende sul serio.

  Certo che no. Se ti prendessi sul serio, dovrei ammazzarti.

 

 

 

 

TURNO DI notte. A Estância Velha, la base uniforme del silenzio è il chiasso delle concerie, i tamburi che girano pieni di cuoio e acqua bollente e un composto verde di sali di cromo.

Ricordo un’altra notte. Non questa notte soffocante e puzzolente: una notte d’inverno. Seduti sulla piazzetta di fronte alla chiesa cattolica, chiacchieravamo e sputavamo per terra e ci scaldavamo facendo a cazzotti, espressione di virilità e di stupidità. Cadde una fitta bruma, e noi non sapevamo che arrivava così, improvvisa, spessa, avvolgente, pioggia immune alla gravità. Il freddo divenne di nuovo insopportabile. Ce ne tornammo alle rispettive case. Quella notte non pensai né notai nulla di speciale, ma oggi la memoria vuole convincermi che Estância Velha, sepolta dalla nebbiolina e dal silenzio industriale, era bella.

Probabilmente perché non potevamo vedere la città.

 

 

 

 

  SI STA FACENDO BUIO.

  Lascia così com’è.

  Non riesco a vederla.

‒ Nemmeno io ti vedo. E allora?

  Posso accendere la luce?

  Per fare che?

  Non mi piace il buio.

  Lascia perdere.

  Perché?

  Se c’è la luce accesa, chi passa là fuori ti vede.

  Basta tirare giù la persiana e accendere la luce.

  No. A me va bene così.

  Ma perché?

  Non mi va di vedere la tua faccia.

  Posso sempre andarmene.

  No, non puoi. Devi raccontare la tua storia.

 

 

 

 

(È QUI, all’inizio, che sarebbe il caso di fornire dati generici, popolazione, area, geografia, attività economiche, per chiarire che Estância Velha non è finzione, ma che si trova subito dopo Novo Hamburgo, e che ci sono le concerie, e il cimitero ‒ di cui parlerò ‒ e la piazza e il bar Pentágono ‒ no, questo non c’è più ‒ e il Club União e il fetore, il fetore. Ma è tardi, e ovunque ci si giri non c’è modo di trovare questi dati, la casa conserva solo foto e tappetini ricamati a mano e la collezione dei classici Jackson che non ho mai letto e la televisione in bianco e nero e quel mobile dalle dimensioni ormai superate che contiene radio e giradischi e polvere, una polvere che, come tutti questi oggetti, viene prima di me. Nessun opuscolo del comune, e a nulla serve cercare di tirare fuori dalla memoria dati vaghi ‒ venticinque, trentamila abitanti? ‒, perché la verità è che non so niente, non voglio sapere niente di Estância Velha. Il mio racconto si fonda sull’imprecisione di questa ignoranza e sull’accuratezza di questo menefreghismo.)

 

 

 

 

  ALLORA mi ascolta?

  Non intendevo dire questo.

  E che cosa, allora?

  Stavo cercando di vedere le cose dal tuo punto di vista. Tu non te ne andrai, neanche se io ti buttassi fuori da qui. Tu devi raccontarmi quella merda di storia. Comunque io ho un’alternativa.

  Alternativa?

  Chiamare la polizia. Oppure tirarti un colpo in faccia, come hai fatto con tuo padre. Così la facciamo finita.

  Non è stato in faccia.

  Si fa per dire.

  In quella posizione, non si riusciva a tirare in faccia.

  Lascia perdere. Sei troppo ingenuo per capire le battute ironiche.

  Ingenuo, io? Questo significa… com’è che dice sempre lei? “Si fa per dire”?

  No, questa volta no. Se io raccontassi una o due cosette, vedresti che ingenuità. Ma è chiaro che ai fini legali, in tribunale, non servirà a niente.

  Non ho capito.

 E come potresti? Tu non sei nemmeno in grado di capire quello che hai fatto ieri.

  So benissimo che cosa ho fatto. Sono entrato in casa, ho visto la luce nella stanza…

  Ma stai zitto. Non è ancora ora di raccontare la tua storia.

  Non è l’unica alternativa?

  Ce n’è un’altra. Io ti racconto la tua storia.

 

 

 

 

  NON AVEVAMO, come accadeva invece ad Augusto dos Anjos, cattedrali nel nostro cuore: il nostro vandalismo era prosaico e preciso, la pietra, il palo, la lampada, la parabola ascendente perfetta, il baccano eccitante dei frammenti di vetro che piovevano sulla strada e le fughe disperate, questa volta ci hanno visti, merda, ci hanno visti. Non ci presero, non prendevano mai, e lo facevamo di nuovo senza sapere perché, ma era divertente quando non c’era più niente che potesse ammazzare la noia o quando l’odore forte ci eccitava come bestie, la rabbia di perdere l’adolescenza, la rabbia di Estância Velha, la rabbia idiota, e non era niente, so benissimo che non abbiamo mai detto niente, non volevamo dire niente, ma oggi io queste cose le trasformo in metafora, perché è questo il dovere dello scrittore: ripristinare il buio, il buio da dove siamo venuti ‒ vicoli popolati dai topi, nascondigli sotto ponti e viadotti, lenzuola profanate, tavolini del bar avvolti da una coltre di fumo, armadi dell’infanzia, scantinati della casa della nonna morta, umidità dei boschi, caverne del pensiero e muschi dell’utero, fogne e fighe ‒, il buio che noi siamo ‒ ladri del fuoco, uomini di sabbia, bocche d’inferno e carie, chirurghi dalle mani tremanti, torturatori compulsivi, ubriachi contagiosi, ebrei erranti, evangelisti della mediocrità, legislatori in rem propriam, stupratori e plagiatori.

Il mondo vive sotto la brutalità del sole. Il dovere dello scrittore è quello di spegnere la luce.

 

 

 

 

  NON LA capisco.

  Ricominciamo. Ma perché, in definitiva, mi vuoi raccontare la tua storia?

  Perché lei mi difenda. 

  Non ti difenderò.

  Ma lei mi potrebbe anche aiutare.

  E per quale ragione?

  Sono suo nipote. 

  Ma è possibile che non ti renda conto di quanto sia cinico?

  Io non ho più nessuno.

  Oh, povero orfanello indifeso!

  Non mi prenda in giro. 

  Ma c’è ancora tua madre. Perché non ti aiuta lei?

  Non mi può aiutare. Lo sa benissimo.

  Nessuno ti può aiutare, ragazzino.

  Allora me ne vado.

  Non ti muovere.

  Perché? Se lei non mi aiuta, se nessuno mi può aiutare.

  Allora, prima di tutto perché sbatteresti nei mobili se esci al buio.

  Non la capisco.

 

 

 

 

NESSUNA METAFORA. Né allora, né adesso. Con chi sto parlando, chi sto imbrogliando? Oggi, al cimitero, tanta gente, tante facce falsamente contrite. Io non li ho mai ingannati.

Constatazione irresistibile, ridicola alla mia età: io li amavo. Le citazioni sul giornale, le polemiche, il libro, tutto è sempre stato fatto per loro, per sbattere su quelle loro facce ottuse il mio successo.

Il successo non c’è stato, e loro non sanno se ci sarebbe mai stato. Ho cominciato, questo sì, e bene. La letteratura era facile. Frasi lunghe, punteggiatura complessa, apposizione dell’apposizione e subordinate all’interno di subordinate all’interno di subordinate, un’allitterazione o un’altra ‒ qualunque cosa potesse essere rapidamente mimetizzata dopo la lettura di una pagina di Cortázar era sufficiente per il mio “stile”. Citazioni, molte e varie, ma niente che richiedesse ricerche: bisognava che altri marpioni se ne accorgessero, che mi strizzassero l’occhio e dicessero “quella frase è di Roberto Arlt”, e io avrei confermato, con scaltra complicità, che certo, era sottinteso, trovare un’intelligenza affine nella lettura (e nell’ipocrisia). Era una congrega di piccole bestie, per le quali il fiore più bello era la vanità irrorata dall’adulazione.

Il ritorno avrebbe dovuto essere un trionfo. Non la banda musicale (non sarebbe stata adatta all’occasione), ma sguardi pieni di rispetto, sguardi ammirati, questo sì era ciò che volevo, lo desideravo dal più profondo dell’anima. E invece no. Una commerciante zitella e compassionevole (ispirazione impalpabile delle mie masturbazioni adolescenziali) è venuta a chiedermi se abito ancora a Porto Alegre. Il padre ha voluto sapere che lavoro faccio. Il tipo viscido delle pompe funebri ha esaminato perplesso il mio assegno. Le persone che non sapevano se dire “condoglianze” oppure “da quanto tempo”. Non leggono. Non mi hanno letto.

Tornavo per coprire con un po’ di polvere della città il lustro cosmopolita delle mie scarpe, ma scopro che qui il cuoio è stato conciato. La scoperta non mi ha dato né pace né saggezza ma rancore, un rancore estemporaneo, immaturo. Sentimento improprio per le circostanze, che a fatica ho camuffato sotto una maschera da coccodrillo triste.

Il vizio della citazione mi ha ricordato Camus. Io però non sono straniero.

Basta con le citazioni. Per potermele permettere dovrei essere uno scrittore, e non lo sono.

 

 

 

 

 LEI è strano.

  Strano?

  Sì, strano.

  Mi sembra ti sentir parlare tuo padre. È perché non mi sono mai sposato, vero?

  Mio padre non parla più.

  Senti, tu vieni a chiedermi aiuto, e poi ostenti quest’orgoglio idiota, questo atteggiamento da duro, “mio padre non parla più, l’ho sistemato”.

  Non sono affatto orgoglioso.

  E come ti senti, allora?

  Come sarebbe a dire?

  Che cosa provi? Per ieri, intendo.

  Ieri?

  Mio Dio! Ieri sera tu hai ammazzato tuo padre, no?

  Sì, l’ho ammazzato.

  E l’infermiera, hai ammazzato anche l’infermiera, no?

  Quella donna non era infermiera.

  Non mi interessano i giudizi morali. Voglio solo sapere precisamente: hai ammazzato o no?

  Sì.

  E la cosa non ti inorgoglisce. Hai appena detto che non sei per niente orgoglioso. Allora, come sei? Ti vergogni, ti sei pentito?

  Non sono per nulla pentito. Non sono orgoglioso, ma non provo neanche vergogna per quello che ho fatto. Tutto qui.

  Tutto qui non mi basta. Non è orgoglio, non è vergogna – che cos’è allora?

  Niente. L’ho già detto: non è niente. 

  Ma io questa non me la bevo. Che cosa sei venuto a fare, se non hai niente da dirmi?

  Gliel’ho già detto: volevo che mi difendesse in tribunale.

  Non lo faccio.

  D’accordo, ho capito. Posso andarmene adesso?

  No.

  Come sarebbe? Tu resti qui a parlare con me. Tu devi sapere perché hai ammazzato.

  Psicologia di bassa lega.

‒ Io sono avvocato civilista a Estância Velha. È l’equivalente giuridico dello psicologo di bassa lega.

  Lei è un tipo strano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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