PRIMO PIANO
MARIANO BAINO
Quel pasticciaccio brutto in terra napoletana


      
“Dal rumore bianco”, seconda, ottima prova narrativa del poeta partenopeo, è uno pseudo-giallo ambientato sotto il Vesuvio, sulla scia di Gadda (il commissario protagonista si chiama Ingravoglia) e di Manzoni. Ma l’indagine sulla scomparsa di una ragazza che non verrà infine ritrovata, diventa lo spunto per una riflessione di ampio respiro su Napoli com’era e come è oggi, un’allegoria vivente del mondo, con le sue bellezze e ricchezze e inestricabili contraddizioni, che balenano anche nell’icastica maschera del ‘principe della risata’ qui ribattezzato Titò De Cortis.
      



      


di Mario Quattrucci

 

 

La citazione di Céline posta in epigrafe – non ci furono che le nostre voci, tra noi, e tutto quello che hanno sempre l’aria di stare per dire, le voci, e non dicono mai – ci induce sobriamente ma chiaramente, come non sempre fanno gli esergo, al cuore, o meglio al senso, di Dal rumore del bianco (Ad Est dell’Equatore, Napoli 2012, pp. 156, € 10,00), seconda prova narrativa di Mariano Baino. Le voci, e per esse le parole, con cui il poeta si trasforma qui in narratore del mondo che lo attornia ed avvolge nel suo inestricabile gliuommero, e dunque di sé e di noi, sono infatti insieme strumento ed oggetto di un’indagine intensa e accorata, caparbia e al tempo stesso impossibile, sull’indecifrabile textum storico umano in cui la sua vita (la nostra) si dipana e si compie.

Dico la sua, di Baino, anche se allo scrittore presta figura de persona (per dirla con voce a lui strania e lontana e tuttavia prossima assai come può essere una voce del Belli) un giovane commissario di polizia dal programmatico nome di Ottone Ingravoglia; e dico indagine storica sul presente (sullo stato di cose presente) anche se essa s’appresenta e svolge come indagine poliziesca di un giallo ambientato in un tempo passato remoto, trascorso sembrerebbe per sempre, che si crede sepolto: quello della Napoli dell’immediato dopoguerra, ancora una volta liberata, e cioè invasa e sottomessa, questa volta dai marines, e fatta centro del nuovo assetto mondiale su cui vigila l’OTAN, la NATO, e della restaurazione postbellica in atto.

Ma il tempo della narrazione è al presente, la voce narrante alterna prima e terza persona, e le immagini e le cose narrate sono di volta in volta gli esterni brulicanti – o immobili e senza tempo – della eterna neapolis occidentale-orientale, o il rovello di percezioni e filosofemi e pensieri che fanno ressa nel foro interiore di colui che agisce ed è agito, che indaga e è indagato, che narra e è narrato. Che cerca. Che lascia appena può i grevi interni marroni (della Questura e dell’anima) per mettersi in cammino instancabile e cogitabondo nel labirinto partenopeo di colori e odori, di pietre e creature (fra le pagine più belle del libro), cercando la verità, o piuttosto il senso delle cose, nell’intrico di “forma sfuggente, inafferrabile” che è la Città (protagonista prima del romanzo), cercando di comprendere ciò che in sé, uomo del suo tempo, è la storia di quella assoluta storicità.

Un giallo, dunque: con tutte le accortezze e i valori e i trucchi del giallo. O piuttosto una storia di questurino di entroterra campano, montanaro d’Irpinia e dunque a Napoli stranio egli stesso ma, come tutti, di Napoli anch’egli preso d’amore e di disamore: e dunque una storia che gli consente di addentrarsi e addentrarci in quel golfo della storia del mondo che è Napoli – che era Napoli in quel dopoguerra in cui veniva schiudendosi l’uovo di drago della novella italica istoria, così come è stata nei secoli e come è oggi e come sarà Napoli sempre – e di provare a esplorare il busillis dello storico mondo.





Sennonché lo sguardo, lo sguardo-pensiero che Baino-Ingravoglia trascorre incessante e febbrile sulla città e immerge nelle sue cure, sui suoi fondali teatrali e nelle sue viscere buie, è uno sguardo e un pensiero che non si lascia ingannare, che non si fa “impupazzare”, che nulla concede alla falsa coscienza delle decantate virtù: ‘o sole, ‘o mare, ‘ammore, simme ‘e Napule, ‘o còre…; o alla falsa pietas dei talk show e dei best seller che ne celebrano senza pensiero dialettico, senza capacità di analisi storico-materialistica (o semplicemente illuministica), l’eterno declino morte e resurrezione.  Non ci crede, Ingravoglia, all’innocenza del popolo, non perdona alla plebe d’essere plebe asservita a ‘o rre di turno (il Borbone o il Savoia o Lauro o il tristo connubio di potere e camorra, la santa alleanza di banca crimine e secolare superstizione), e alla borghesia ogni sempre collusa, non perdona a quel popolo di aver piegato e sconfitto da sempre e ogni volta – dal giorno in cui assistette plaudente all’impiccagione inglese di Francesco Caracciolo e soffocò sotto la guida di Ruffo la prima luce di libertà e di speranza della sua storia – l’altra anima nobile e generosa e vitale e copiosa di splendidi frutti culturali e artistici e umani che Napoli ha, avvolgendola nella melma del suo torbido impasto.

Cerca, Ingravoglia: cerca la verità e la vita. Dov’è Giulia, la ragazza scomparsa? Perché è scomparsa? Uccisa? Fuggita? Travolta da un gorgo d’amore? E, soprattutto (ma questo a chiedercelo siamo noi, noi lettori, noi complici di Ingravoglia e di Baino), chi è, che cos’è, la Giulia sparita? L’innocenza? La non innocente giovinezza del mondo? La vita? Le rose che non colsi? Le cose che potevano essere e non sono? Inutile tacerlo per amore di suspense: Giulia non sarà ritrovata. Non è percepibile, non può essere attinta la “verità effettuale”: possono essere a volte trovati i resti di anteriori misfatti, i residui materiali di un orrore che ha concimato la nostra terra – di cui peraltro rimarrà incomprensibile la reale ragione – ma la verità e la vita che ci compete, che andiamo cercando, non sarà conosciuta.

Ingravoglia, del resto, ha nel suo nome questo destino. Rimanda, per aperta agnizione (il napoletano Baino nuovo nipote o pronipote del Gran Lombardo moderno), all’Ingravallo di Gadda – e dunque a quell’ascendente letterario e filosofico, attratto dallo gnommero di concause, preso dal pasticciaccio di persone e fatti, di fatti e luoghi, di persone fatti luogo in accumulo cogitativo storico urbano che è il mondo, dal manzoniano-gaddiano guazzabuglio del cuore che è l’umano commercio – ma è qualcosa di più. Contiene nel suo lemma la voglia, ma anche richiama il groviglio, o l’imbroglio, o il gravame di desideri di luce che forse, ma è dubbio, potranno essere esauditi soltanto in un’attesa inesausta e infinita.

Solo un barlume di tetra e tragica verità del passato – la scoperta, appunto, di un misfatto pregresso – può pervenire medianicamente alla mente del Nostro dalla mente interdetta, dalla percezione imperfetta e, solo per ciò, forse, capace di farsi udire con voce che oscilla in silenzio: dal rumore bianco che abita la mente di Nico. Dall’innocente silenzio.

Ci spinge, Ingravoglia-Baino, a guardare, a intendere, a domandare, presentandoci in tutti i suoi tratti visibili – si è detto – il personaggio centrale del suo racconto: Napoli com’era e com’è. Per farci comprendere, infine, (Napoli allegoria vivente del mondo) che di essa potremo in vero vedere e conoscere soltanto la maschera storica e umana (anch’essa peraltro già vanescente, già in via d’essere obliata, sostituita da altre più insulse o grifagne maschere di cartone) icasticamente rappresentata dalla maschera sghemba e irridente di De Cortis Titò. L’attore, il giullare, la faccia: come la sua città alla disperata ricerca di una reale o fittizia sua nobiltà poiché solo se nobile, solo se principe per di più bizantino e orientale, può non farsi divorare dalla maschera il volto, “può giocare al guitto e ritornare serio e sublime subito dopo”, può non essere “mai un pagliaccio, ma può divertirsi a prenderne le sembianze”. Sebbene, vorremmo aggiungere, iuxta quel gran nipotino di Gadda che è Alberto Arbasino, e il Muzzioli limpido confratello, sebbene questo nostro Paese d’Itaglia pagliacci e gangster molto li ami.





Lo stile, la forma, la lingua (come suol essere detto il modus narrandi) è però anch’essa dichiarato protagonista di questo romanzo. Poeta tra i fondatori e artefici del Gruppo 93, tra i maggiori del mezzo secolo che è alle nostre spalle e radici, esponente non mimetico della nuova avanguardia italiana, Baino coniuga il suo sperimentalismo al dialogo vivo con “la tradizione alta della narrativa italiana” (Cecilia Bello Minciacchi) che sente Gadda e Manzoni e Machiavelli; allude addirittura all’Imbriani (sornionamente evocato in forma di statua); addensa un suo espressionismo idiomatico non mimetico ma epico e freddo, straniante; svolge e riavvolge una sua propria lingua “densa e corposa, che ha odori notturni, sensualità curvilinea, verde fondo di iridi” (ancora Cecilia Bello Minciacchi)… per distendersi anche, però, su una linea di tersi mattini mediterranei. Così la scrittura, la lingua (che poi è quasi tutto), muovendo da quei chiari segnali gaddiani, e anche per la location materiale e spirituale, si annuncia (e a momenti anche è) di conio barocco o baroccheggiante, ma poi si dispiega in realtà in autentico – se mi sono permessi sostantivo e aggettivo – illuminismo partenopeo. Perfino nelle narrazioni dei set più evidentemente barocchi, o nella descrizione di artifici artistici come a un certo punto gli affreschi di una storica villa, o della maschera dissonante di Titò, la lingua di Baino s’illimpidisce in loici costrutti: più Sciascia che Gadda, perciò… Sebbene il tutto ammorbidito da un dolce fatalismo, da una virile malinconia veramente del sud (di ogni sud del mondo) che è e non può non essere la nostra attuale humana conditio.

Un Baino doc, a lettura ultimata. Un libro raro e prezioso: che risplende e rosseggia come gemma di corallo e madrepora sul monte di pezze e monnezza che è oggi gran parte della narrativa italiana.   

 

 




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