PRIMO PIANO
GIOVANNI PASCOLI
(1855-1912)
Comporre grande poesia per fare cronaca familiare


      
In occasione del centenario della morte dello scrittore delle “Myricae”, una lettura critica dei suoi testi e del ruolo della scuola che, a torto, ha esemplificato la sua poetica rendendolo banalmente il ‘poeta dei fiori e del fanciullino’, mentre egli fu, a buon diritto, il primo poeta moderno, autore sia in lingua che in latino, che seppe portare la cultura simbolista e decadente europea nella ‘provincia culturale’ del Bel Paese. E si può dire che tutta la sua opera discenda dall’evento traumatico e fondante costituito dall’assassinio del padre Ruggero.
      



      


di Domenico Donatone

 

 

«Io non sono potuto crescere»

(G. Pascoli)

 

 

Un istintivo desiderio di pace offeso degli uomini

 

Il poeta dei fiori e del fanciullino! È questa la definizione di Giovanni Pascoli che per anni è circolata nelle scuole. Diffusasi come un morbo, ha infettato in maniera esauriente molte verità di riflessione che avrebbero potuto meglio risolversi se la scuola non fosse un istituto di detenzione nell’ovvio. Formula, quest’ultima, espressa da Geminello Alvi qualche anno fa in un articolo apparso su L’Espresso[1]. Pascoli è uno di quei poeti che ci conduce inevitabilmente a scuola, che ci fa tornare, nostro malgrado, sui banchi di quell’edificio. Perché il senso della poesia, il suo significato, passa attraverso il ruolo della scuola. Basta riavvolgere il nastro della memoria per capire che spesso la scuola è la fabbrica delle ovvietà, in quanto in essa i luoghi comuni prevalgono sulla necessità vera di comunicare agli studenti cosa rappresentano sul serio gli scritti di un poeta. A scuola, nella maggior parte dei casi, tutto diventa banale e ottuso; le linee d’insegnamento professano un sapere che dovrebbe essere quello giusto, quello utile, mentre si traducono in osservazione di un sistema: il sistema della semplificazione. Un sistema che spesso è più burocratico che nozionistico, più bizantino che didascalico. Usciti da scuola, immancabilmente e non solo per empirica conoscenza, capiamo che quanto appreso ci è più inutile che utile, tanto che bisogna iniziare daccapo a studiare quello che ci occorre. A quel punto si è all’università, dove anche lì le cose non vanno proprio bene, dove il sapere o è tutto oppure è niente, perché spinto da logiche borghesi a determinare guadagno e professione. Chi non può andare all’università è costretto ad un unico sapere, ed è qui che nascono le brutture del sistema, quelle più dannose, perché se all’università almeno si matura criticità e non ci si può più confondere, chi ha frequentato solo la scuola dell’obbligo permane sospeso in un limbo di conoscenze in cui regnano dubbio e confusione.

Si può essere d’accordo con Giovanni Papini, anima nera ed anarcoide del primo Novecento, che scriveva esattamente che «la scuola fa molto più male che bene ai cervelli in formazione», e aggiungeva: «L’unica scusa (non mai bastante) di tale lunghissimo incarceramento scolastico sarebbe la sua riconosciuta utilità per i futuri uomini. Ma su questo punto c’è abbastanza concordia fra gli spiriti più illuminati. […] Insegna moltissime cose inutili, che poi bisogna disimpararne molte da sé. Insegna moltissime cose false o discutibili e ci vuole poi una bella fatica a liberarsene – e non tutti ci arrivano. Abitua gli uomini a ritenere che tutta la sapienza del mondo consista nei libri stampati. Non insegna quasi mai ciò che un uomo dovrà fare effettivamente nella vita, per la quale occorre poi un faticoso e lungo noviziato autodidattico. Insegna (pretende d’insegnare) quel che nessuno, potrà mai insegnare: […]. Insegna male perché insegna a tutti le stesse cose nello stesso modo nella stessa quantità non tenendo conto delle infinite diversità d’ingegno, di razza, di provenienza sociale, di età, di bisogni ecc. La scuola è così essenzialmente antigeniale che non istupidisce solamente gli scolari ma anche i maestri. Ripeti e ripeti anni dopo anni le medesime cose, diventano assai più imbecilli e immalleabili di quel che fossero al principio – e non è dir poco». (G. Papini, Chiudiamo le scuole!, Luni, Milano, 1996)

Al di là dello spirito protofuturista che prendeva piede in Giovanni Papini, la maggior parte dei luoghi comuni da lui espressi trovano però fondamento nel fatto stesso che la scuola non riesce a differenziare i contenuti, a stabilire che, nella partecipazione complessiva dei saperi, ognuno deve essere diverso, senza limitare la curiosità e l’ingegno dell’alunno. Così accade che una volta laureato sei fottuto! Fottuto perché non ce la fai a recuperare una logica di merito e di funzione perché si diventa troppo asserviti al sapere che si è appreso. Così vince lo Stato che sforna disoccupati e perde il discente che impara la verità più ubiqua del mondo che consiste nell’essere fregato. Dunque a scuola e all’università bisogna andarci con lo spirito giusto che consiste non solo nella volontà di apprendere, ma anche di abbattere tutto ciò che è finto, tutto ciò che è posticcio. Accade che dentro la necessità di insegnare l’essenziale si finisce col dire cose banali, dei luoghi comuni che nascono anche dalla complessità di alcune materie (la poesia non è facile da insegnare!), che trovano motivo di freddura nei programmi ministeriali. Avanzando la prospettiva che occorre del tempo per imparare le cose complicate, chi non ha la possibilità di recarsi all’università rimane legato a pochi concetti che conducono chiunque ad avere scarse armi di difesa dal mondo esterno.





Giovanni Pascoli


In questo modo si spiega come Giovanni Pascoli, con la sua vicinanza alla pedagogia infantile, è, più di altri scrittori italiani, il poeta dei fiori e del fanciullino. Esternazione banale, puerile, come quella che ha indotto milioni di studenti a ritenere che Leopardi fosse pessimista perché triste. No!, la tristezza non c’entra nulla, è pura emotività. Il pessimismo è frutto di conoscenza, di libri e di esperienza, e nulla cambia se sono triste o felice, perché se esprimo un pensiero negativo è perché conosco la realtà che mi circonda. Il vissuto influenza il pensiero, ma di certo non è pessimista chi si ritiene solo triste, semmai è depresso. Il pessimismo non è frutto di scoramento ma di un sapere specifico, oggettivo, di una reale conoscenza. A questo punto occorre una ricognizione. Una ricognizione che scaturisce non solo dall’assoluta ovvietà della nozione pascoliana a cui la scuola induce, ma scaturisce anche dal centenario della morte del poeta (1912-2012) che stimola a rileggere l’opera di Pascoli per meglio inquadrare la portata reale della sua poetica. Si può quindi dire che la scuola ci ha trasmesso una conoscenza di Pascoli del tutto deformata. L’obiettivo non è fare un’attenta esegesi, che per altro è stata fatta da critici illustri i cui nomi vanno da Debenedetti a Contini, da Garboli fino a Giovanardi, ma s’impone la necessità di spiegare, quindi di tradurre, come se fossimo a scuola, in una scuola vera e non in un diplomificio, quello che realmente muove la poesia di Pascoli.

Tutta l’esperienza pascoliana si può effettivamente concentrare nel dolore, ma non nel dolore più comune, di marca leopardiana in cui la fine della giovinezza è motivo di rimpianto, ma nel dolore più osceno, ovvero nell’assassinio, nella violenza. Quando si affronta Pascoli si affronta anche l’Italia dal punto di vista civile, giudiziario. È come se il critico, per un attimo, dovesse indossare i panni del cronista e trasformarsi in Marco Travaglio e pronunciare parole dure contro le istituzioni e dire che chi ha ucciso Ruggero Pascoli, padre di Giovanni, il 10 agosto del 1867, non è mai stato consegnato alla giustizia. È la storia che si ripete e che ci porta a tematiche più vicine alle nostre per cui non conosciamo ancora i mandanti di alcuni delitti eccellenti, come quello del generale Dalla Chiesa o del giudice Borsellino. Si afferma che è stata la mafia, ma in un intreccio che lascia emergere connivenze ben più inquietanti. Nel caso di Pascoli c’è molta meno materia giurisprudenziale e politica, e c’è una cultura atavica, feudale, legata agli interessi terrieri e altrettanto pericolosa perché ottusa, per cui, come afferma Stefano Giovanardi nella ricostruzione dei fatti, la morte di Ruggero Pascoli[2], secondo i familiari, può attribuirsi nel movente ad un certo Cacciaguerra, che mirava alla successione di Ruggero nell’amministrazione della tenuta La Torre della famiglia Torlonia a San Mauro in Romagna. Uno sparo di fucile stronca la vita di Ruggero Pascoli. Questa immagine e soltanto immagine, che dalla realtà passa alla mente del poeta imprimendosi a stampo, riecheggerà per tutta la vita dello scrittore, fino a indurlo a girare armato, ma col fucile scarico, nei luoghi di Castelvecchio, a indicare la predisposizione psicologica turbata dello scrittore pronto non solo a difendere quello che rimaneva di una famiglia distrutta, ma nella coscienza pronto a indicare una condizione evocativa di una giustizia mancata che, nei termini di confronto più aspri, lo induce a ritenere che per ottenere giustizia occorre che la si faccia da sé. Questo è sufficiente per farci addentrare in una fitta trama psicologica dell’intera famiglia Pascoli. Una famiglia i cui segreti sono stati resi noti da un libro, scritto dal neuropsichiatra Vittorino Andreoli, dal titolo I segreti di casa Pascoli (Bur, 2006). Un testo in cui si scoprono le turbe psichiche non solo di Pascoli, il quale temeva costantemente continui intrighi alle sue spalle e stappava, con molta facilità, bottiglie di vino e di cognac al punto da rendersi un alcolizzato, ma si narra anche delle due sorelle, Maria (Mariù) e Ida, che andranno a costituire quello che poeticamente verrà indicato da Pascoli come “il nido”, ovvero il nucleo familiare distrutto ma pur sempre intatto, pulito, originario, così come Pascoli recepisce il significato della natura che lo circonda. Sorelle che diventano madre, moglie e a volte amante, perché, come spiega Andreoli, da un’accurata analisi del carteggio tra Pascoli e Ida emerge che egli ha sicuramente intrattenuto un rapporto sessuale con la sorella. Rapporto scoperto da Mariù e che ha determinato l’allontanamento di Ida da Castelvecchio, generando una ulteriore frattura dentro il precario equilibrio sentimentale della famiglia.

Una donna così bella da sostituirsi alla madre, che vivrà lontana dal fratello contraendo un matrimonio d’interesse, senza il più minimo affetto per il marito, e che Maria Pascoli gestisce garantendo da Giovanni la dote. Ida è dunque donna al cubo nel nucleo residuo della famiglia, fa sia da madre a Giovanni che da amante. Sostituisce la madre, ovvero Caterina Vincenzi Allocatelli, la quale muore un anno dopo la morte del marito, nel 1868, innescando una serie di lutti che getteranno Pascoli in uno sconforto esasperato. Come è possibile, dunque, che già da questi elementi biografici il poeta sia inteso il cantore dei fiori e del fanciullino? Per una semplificazione scolastica che rasenta la barzelletta, giustificabile nel fatto che i programmi ministeriali d’insegnamento devono tralasciare informazioni che saranno accessibili solo a chi entrerà all’università, ma a volte neanche lì sono disponibili; ma il motivo risiede soprattutto in un ulteriore fraintendimento che la stessa poesia di Pascoli ha prodotto senza soluzione di continuità. Nel clima di dramma e di isterismo familiare, Pascoli diventa “poeta delicato” solo perché tende al recupero di quella felicità interrotta: un dramma esistenziale talmente forte che lo indurrà a dire di sé «io non sono potuto crescere[3]». In questi termini egli spiega la cristallizzazione dell’infanzia come periodo nel quale la meraviglia e la bontà delle situazioni domestiche e familiari permangono come ricordi migliori, squarciati dalla violenza dell’uomo, dalla crudeltà degli interessi, tali da indurlo a scrivere nella prefazione alla terza edizione delle Myricae (1894) che «gli uomini amarono più le tenebre che la luce, e più il male altrui al bene proprio[4]». Questa sentenza non è solo filosofica per Pascoli, ma è il risultato di una predisposizione ontologica: gli uomini si fanno del male! A spuntarla può solo la poesia, solo i versi possono consentire che dentro la trama delle iniquità e della tracotanza possa dissotterrarsi il bene, farlo emergere come fiore di qualità. Da questa analisi di pensiero antropologica nasce il Pascoli poeta dei fiori, il Pascoli didascalico, profondamente pedagogico e educativo per i bambini sin dalle scuole elementari. Chi non ricorda Il gelsomino notturno? Chi non ricorda Lavandare? Chi non ricorda X Agosto oppure La mia sera? Senza parlare della Cavalla storna, in cui Pascoli si convince, non a torto, che l’unico testimone che potrebbe dire chi ha ucciso suo padre è proprio la cavalla che possedevano, entrando così in una spirale emotivo-psicologica sempre più sofferta. Al nome del presunto assassino la cavalla nitriva!: questo ci racconta Pascoli nella poesia ripetuta all’infinito da maestre e maestri alle elementari, incapaci di farci intendere come la natura non si ribella all’uomo ma lo accompagna alla verità. Mentre nel nozionismo pascoliano si instaura una rigidità semantica (l’ossessione della morte ne è un esempio): una vera e propria ritualità che oltre ad essere dei testi assorbe anche chi, per compito ministeriale, si trova a dover spiegare poesie in cui il fraintendimento è molto facile.





Il poeta assieme alla sorella Mariù


Tutto ciò crea un crash profondo, una idiosincrasia tra la “inquieta serenità” della poesia di Pascoli e le tracce di sostrato morale costituite da un vero e proprio grido che si ode soltanto se si sviluppa la capacità di leggere per ore ed ore poesie troppo sballottate dalla marea semplicistica delle prerogative scolastiche, da tornare ad essere nuovamente interessanti per opposti sentieri che la scuola non svela. Pascoli è il primo poeta moderno d’Italia! Non è un azzardo affermarlo oggi, ma a suo tempo D’Annunzio, prima che diventasse così vanaglorioso e narciso, fu il primo a intuirlo e a sfidare la critica contemporanea. Pascoli è moderno perché nella sua voce di scrittore umile e disperato si agita l’istanza dei venti culturali europei che muovono ad un cambiamento che porterà a saldare le procedure del primo romanticismo con la forza del simbolismo e del decadentismo. Dunque, Pascoli è il primo poeta moderno d’Italia perché legge Poe, legge Gautier, legge Tennyson, legge poeti francesi, americani e inglesi con lo spirito di chi vuole conoscere per possedere nuove verità. Mentre il suo maestro e mentore, Carducci, si spegne in un classicismo che anticipa una poesia che sarà popolare, il suo discepolo, Pascoli, non solo lo supera, ma lo sostituisce, salendo alla cattedra di Letteratura all’università di Bologna fino a spingersi ad essere esattamente uno scrittore autonomo. Non bisogna dimenticare che Pascoli è poeta duplice, poeta in lingua e poeta in latino. L’unico che abbia fatto dello scrivere in latino il punto di arrivo alla sostanza che spiega cos’è uno scrittore, ovvero uno che semmai si rifugia ma non uno che si rifiuta di capire dove va il mondo. Grazie ai suoi componimenti in latino riuscirà a sostenersi economicamente, vincendo per tredici edizioni consecutive il premio di poesia latina ogni anno indetto ad Amsterdam. Poeta latino, quindi lucidissimo nella sintassi, e poeta in lingua, quindi fortissimo nel lessico e nella semantica. Tutto ciò apre le porte del Parnaso ad un uomo che a sua insaputa non si accorge neanche di quanto stia diventando importante, famoso, per chi in lui vede un esempio da seguire e da imitare, decisamente più pacato nella predisposizione di pensiero, perché molto più affabile e delicato di Gabriele D’Annunzio. Lui, Pascoli, l’anti-Vate!, anche se non ha mai desiderato opporsi a nessuno se non alla menzogna che per anni lo ha distrutto nell’ipotizzare chi potesse aver assassinato suo padre. Chiuso dentro “il nido” e dentro le sue turbe psichiche, Pascoli lascia che tutta la sapienza del vissuto insieme all’amarezza prendano forma sulla pagina, con l’assetto costruttivo di una poesia che è tale per metrica, per contenuto, per sintassi decisa, per scopo didascalico e per qualità di immagine. Infatti proprio quest’ultima, come un refrain, continuo e assillante, buono per tenere calmi i bambini a scuola ma meno gli universitari che non hanno, forse, mai avuto la possibilità di frequentare un corso monografico su Pascoli, diventa l’assetto costruttivo e a tratti delirante di una poesia che individua nei passaggi di luce e di suono (le straordinarie onomatopee!) la possibilità di aprirsi al mondo circostante. Intuizione che sta dentro l’immaginazione, quindi dentro l’apparato di conoscenza di un fanciullo che non si stanca di vedere, di scoprire, di toccare, prima ancora che con le mani, con la mente l’universo-mondo che lo circonda.

Pascoli è uno di quei poeti che compie salti immensi dentro la letteratura con una misura ed una onestà che non impediscono alla qualità di trionfare. Poeta latino, da puro certame, incoronato d’alloro e di sapientia, rimane isolato nel mondo come poeta in lingua, come se l’eloquenza classica impedisse un confronto sereno con la polarità semantica della lingua italiana. Proprio di quest’ultima si farà garante presso la generazione di poeti a lui futuri, da Gozzano a Moretti, introducendo finanche Montale dentro la tematica degli Ossi di seppia e del «correlativo oggettivo», perché sospinto dal determinismo e dalla nomenclatura positivista di un’opera quale Myricae. Ecco, dunque, che quei fiori sono la reincarnazione di ciò che si è perduto, sono figure di vita in cui si materializza ciò che avrebbe dovuto vivere, ma non ha potuto. Così la natura di Pascoli rifrange il “nido” nella totalità della sua tragedia. Fiori, cipressi, pioppi, aracnidi, insetti come tramontana e libeccio sono l’emblema di una serenità tramortita dalla stessa essenza dell’esserci. Infatti, agisce in Pascoli una forza che non mira a tracimare, a dirompere ma a cautelare, a responsabilizzare, a stabilire esattamente il giusto peso di ogni affermazione poetica. Avverso alle fusioni retoriche di rito e distante da una nozione di poesia come incanto che avviene per pura assimilazione di immagini – sarà, come è ormai accettato senza remore, lui a criticare Leopardi che vede con la mente fiori che sono fuori stagione, «le rose e le viole» che la donzelletta non può recare in mano – per Pascoli ogni cosa deve stare al suo posto, deve avere un ordine, una precisione, esattamente come la vita che per il poeta è stata falciata da eventi luttuosi che hanno impedito alla natura di poter partecipare ad un incanto di felicità e di prosperità intimo quanto familiare.

Quei fiori diventano immagine di morte, e qui si può glissare, perché spiegarlo a dei bambini a scuola, così come a dei ragazzi più cresciuti, diventa materia d’impaccio e di distanza da ragioni immediate e da associazioni più ovvie. Ma è dentro questo sistema di allegoria e di rappresentazione dei temi di natura, di situazioni contadine e domestiche, proprie del mondo che Pascoli ha abitato, che si palesa per inverso il senso enigmatico, simbolista, decadente, allegorico, europeo, perché aperto a ben maggiori respiri, del sistema della versificazione pascoliana. Nessuna immagine di natura è soltanto immagine di natura, ma è allegoria, è simbolo di una condizione dell’animo umano che patisce un vero e proprio disagio esistenziale. Così testi come Il lampo e Il tuono, piccolissimi quadretti poetici, come se fossero degli acquerelli su tela, sono di fatto la rappresentazione in climax più immediata di un lampo e di un tuono che altro non riproducono che la luce e il suono dello sparo che strazia Ruggero Pascoli. A rileggere questi testi nella loro esatta dimensione non solo poetica ma anche orfica, onirica e simbolistica, resoconti di una cattiveria umana, l’emozione che scaturisce è davvero forte:

 

Il lampo

 

E cielo e terra si mostrò qual era:

 

la terra ansante, livida, in sussulto;

il cielo ingombro, tragico, disfatto:

bianca bianca nel tacito tumulto

una casa apparì sparì d’un tratto;

come un occhio, che, largo, esterrefatto,

s’aprì si chiuse, nella notte nera.

 

*

 

Il tuono

 

E nella notte nera come il nulla,

a un tratto, col fragor d’arduo dirupo

che frana, il tuono rimbombò di schianto:

rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo,

e tacque, e poi rimaneggiò rinfranto

e poi vanì. Soave allora un canto

s’udì di madre, e il moto di una culla.

 

*





Edolo Masci, Fiore


Poesie che sono estratti di un evento di cronaca nera e non di natura. Qui la natura spiega quello che diversamente da ciò indurrebbe alla denuncia. Una denuncia sacrificale, che determina inimicizia, riconoscimento di errori quanto di colpe che ogni famiglia si autoinfligge quando è travolta da un lutto. Così Pascoli usa la poesia per fare cronaca familiare, per scrivere il resoconto della sua tragedia: tragedia di uomo quanto di poeta, che si vede per elevazione sociale – e non va dimenticato che Pascoli fu professore sia a scuola che docente universitario, e che con quel lavoro guadagnò cifre in quegli anni importantissime, ma sempre esigue perché la famiglia era divisa, esigente; Pascoli dovette mantenere con quei danari tutti i suoi familiari, anche quelli che detestava e che si facevano vedere solo nel momento del bisogno – si vede costretto a esibire un “dolore buono” che buono non è affatto. È un dolore mascherato, frutto di un’impotenza, avvolto da elementi del mondo rupestre (la nebbia, il cane, i cipressi, il gelsomino, le forre, l’assiolo) che solo in alcuni momenti lasciano intendere davvero il dolore come realmente è: ovvero un dolore cieco, intenso, da affogare addirittura nell’alcool, perché con Pascoli capiamo che la disperazione è disperazione. Tant’è che nel componimento Il giorno dei morti, un poemetto atteso e tormentato a partire dal suo primo concepimento, Pascoli scrive: «Io vedo, vedo, vedo un camposanto, | oscura cosa nella notte oscura: | odo quel pianto della tomba, pianto | d’occhi lasciati dalla morte attenti, | pianto di cuori cui la sepoltura | lasciò, ma solo di dolor, viventi. | L’odo: ora scorre libero: nessuno | può risvegliarsi, tanto è notte, il vento | è così forte, il cielo è così bruno. ||» Stupendi sono i versi in cui si dice “tanto è notte, il vento è così forte, il cielo è così bruno”, a dire che la sostanza delle cose sta nelle cose stesse e che questo determina mera osservazione, un precetto che è della natura e della vita che tanto ha distrutto Pascoli nell’impedirgli di crescere, di essere uomo compiuto. Il dolore è dunque menomazione, è qualcosa che si palesa in sottrazione, che riduce le forze dell’uomo innescando una procedura sia fisica che emotiva che stronca ogni verità dell’azione umana.

Abbandonata la nomea ridicola di Pascoli poeta dei fiori, si può a questo punto indicare quello che è il capolavoro poetico di Giovanni Pascoli, L’assiuolo. L’assiolo di Pascoli è l’equivalente del Corvo di Edgar Allan Poe, quindi un animale della famiglia dei rapaci, notturno, –  l’elemento del buio ritorna come sostanza immutabile delle cose – che viene a decriptare il messaggio di morte, a tradurre la cronaca della famiglia Pascoli nel continuo asserire l’imminenza della morte. Morte come sconfitta, morte come violenza, morte come sacrificio, morte come dispetto. Aspetti che nell’uomo inducono al timore e alla pietas, mentre viceversa sono passaggi obbligati nell’alfabeto della vita e della natura, la quale non si lamenta della morte, anzi non sa cos’è la sconfitta, cos’è il fallimento, tant’è che migrando nella notte il verso dell’assiolo assume il significato filosofico-deterministico di ciò che si deve accettare.

 

L’assiuolo

 

Dov’era la luna? ché il cielo

notava in un’alba di perla,

ed ergersi il mandorlo e il melo

parevano a meglio vederla.

Venivano soffi di lampi

da un nero di nubi laggiù:

veniva una voce dai campi:

chiù

 

Le stelle lucevano rare

tra mezzo alla nebbia di latte:

sentivo il cullare del mare,

sentivo un fru fru tra le fratte;

sentivo nel cuore un sussulto,

com’eco d’un grido che fu.

Sonava lontano il singulto:

chiù

 

Su tutte le lucide vette

tremava un sospiro di vento:

squassavano le cavalette

finissimi sistri d’argento

(tintinni a invisibili porte

che forse non s’aprono più?...);

e c’era quel pianto di morte…

chiù[5]

 

 

 

 



[1] «L’Espresso» (10 settembre 1998).

[2] Vedi Storia della letteratura italiana, a cura di W. Pedullà e N. Borsellino, vol. X; pp. 686-687: Giovanni Pascoli, di S. Giovanardi (L’Espresso, Milano, 2004)

[3] Cit. op. a p. 686

[4] Myricae, di G. Pascoli, introduzione di P. V. Mengaldo, (collana a cura di B. Garavelli), Fabbri editore, 1997.

[5] Tutti i testi poetici sono tratti dall’opera di G. Pascoli Myricae, edita per i tipi Fabbri editore, (Bur), a cura di P.V. Mengaldo, Milano, 1997.




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