PRIMO PIANO
DAVID CRONENBERG –
DON DELILLO
“Cosmopolis”
lì dove abita
il vampiro
del cybercapitalismo


      
Una lettura al contropelo dell’ultima pellicola del regista canadese, devotamente ricavata dall’omonimo romanzo del 2003 dello scrittore italo-americano. Interpretato dal giovane divo di “Twilight”, Robert Pattinson, il film esplora attraverso lunghi dialoghi l’angoscia sterile di un miliardario in crisi e depresso, ma rispetto al libro appare un cine-ibrido soffocato, oramai in ritardo e non più preveggente nella perlustrazione psicofobica dell’asimmetria del mondo e della civiltà del capitale a un passo dal baratro.
      



      


di Sarah Panatta





Un’illusione di controllo. Dagli ascensori privati/argani rituali verso attici/cuspidi di fragili neo cattedrali, alle palpazioni prostatiche in un sepolcro motorizzato, alle fogne inondate da nevrosi maniacali e dalla paura teleguidata di attentati “attendibili”. Un “taglio” di capelli. Veicolato dalla “cultura del mercato” che muore per rinascere, tra roghi simil buddisti e performance di militanza pasticciera. Un risveglio nel dubbio, ritardato paracadute.

Intangibile marcescenza di Icaro. David Cronenberg/Eric Packer. Dissonanza (in)attuale. Isotopi neo omerici. Astrazioni novecentesche coagulate nella necrosi stabilizzata e invisibile di avatar adolescenziali volontariamente proiettati nella discesa contundente, crescendo suicida, di un’odissea metropolitana. Padre-regista sottratto/figlio-attante “sondato” dell’abulia globalizzata. Prescrivibili assenze, organiche all’entropia egocentrica del mostruoso micro cosmo delilliano, gabbia di disinfestazione anti-emotiva, vaso di pandora classista ove la mota proletaria e gli indistinguibili (ex) colletti borghesi si arruolano con prodiga superficialità negli allevamenti della sperimentazione capitalista. Immanenze livide e scioccanti dello spirito dell’era post-computerizzata. Cronenberg/Pattinson. Virus antropomorfi plasmati dall’attitudine alla resistenza, di pattuglia nella Rete. Pallidi testimoni del secolo asmatico, che bonifica/dissecca se stesso frantumandosi in un’agonia di cel(lu)le incomunicabili e straniate nel traffico dell’umanità incagliata in pose posticce. Mentre la memoria, obliante anch’essa per ostinata conservazione, sospira tra torri, ponti, input sonori, algoritmi ancestrali, formule coatte, infiltrandosi inascoltata nelle architetture della città cumulativa, bozzolo deformato della civiltà reificante che involve nei secoli criptati, anagrammata nella fosforescenza bipartita del combinatorio pensiero-byte.

Avido di informazione compensatoria, di prodotti/difese/discolpe, lo “spettro” del progresso, nella fisionomia refrattaria del suo algido angelo-ambasciatore-Eric, setaccia stimoli vitali in “passeggeri” eccitamenti. Metabolizzando rivoluzioni istantanee, titubanti come slogan al neon. Adorando frenetici diagrammi valutari, esangui sublimazioni dell’agone per la supremazia, sorbiti in elettrico sobbalzo. Trastullandosi su quattro analogiche ruote, incastrate nella bianca sguaiata erezione di una necessariamente anonima limousine, laccato utero isolante per feti autistici e repressi. Il desiderio anestetico, totalizzante pulsione pseudo sessuale (residuo-richiamo, ultimo, di un’ontogenesi limitata), privato di scopo, affama/sfigura. L’uomo giace accaldato e stilizzato in irrequieta attesa, attraverso una dolorosa, futile, introspettiva operazione di ciclico esame/riempimento/penetrazione, di vendetta desolata, di luttuosa fuga, detour kubrickiano verso la mancata agnizione del Sé. Dentro una babilonica Cosmopolis[1].

Frankenstein insoddisfatto e febbrile, alchimista delle più recondite aspirazioni e dei più insopprimibili, convenzionalmente deprecabili o assimilati istinti della modernità – la tracotanza dell’azzardo scientifico e la libido ballardiana della metamorfosi bio-tecnologica come evaporazione/rigenerazione dell’Io incompleto, le tendenze antisociali dei reietti sotto “copertura” normalizzate nello sdoppiamento interiore, gli ardori incestuosi estinti nello smembramento corporeo. David Cronenberg legge DeLillo. In paralisi estetica. Esule veggente di un’avanguardia personale sino ad ora inimitabile, orrida melodrammatica distopica saga in itinere – che si snoda dagli esordi splatter già fecondi e stratificati, alle vene erotico-compulsive di Crash e Inseparabili, dall’apologo vertiginoso sulla schizofrenia della società-videogame di eXistenZ, all’aporia di sottoculture inconciliabili e dei loro agnelli sacrificali nella poesia prosciugata e sgradevole de La promessa dell’assassino – Cronenberg si arrende. Arretra/entra, di nuovo, nel futuro-presente/metastasi. Nel dedalo di un’apocalisse ad ogni angolo annunciata. Entra nella schermata limousine. Entra nel torace ecografato del dissociato Eric (il protagonista incarnato dal vampiro Pattinson, paradosso attoriale perfetto nella sua resurrezione “disindividuante”). Si immola, alter ego faber di un’arte (il cinema odierno tout court) che invoca ancora sovvertimenti mentre riscuote il saldo della propria statica disorientata bancarotta. E si annienta, con una tensione che non appare programmatica, bensì inane. Sclerotizzando il proprio perturbante armamentario intellettuale e teoretico. Adeguandosi simbiotico all’enciclopedica perplessa inespressività di Eric e della sua cricca di geni e prostitute dalle identità bulimiche. Neutralizzando in un accartocciato isterico continuum dialogico la neurotossina della propria affabulazione silenziosa e paziente.





Annebbiata la visione multidimensionale, critica e permeabile sull’ipertrofia lobotomizzata dell’evo contemporaneo. Stemperata la stupefacente abilità narrativa, solitamente tradotta in una sordida, invasiva, a tratti insostenibile, dimostrazione iconica delle contraddizioni umane, il regista canadese surroga i suoi assalti frontali e onirici in un terrore cristallizzato, “grido” verbale/verboso cadavere. Abbandonandosi ad un incubo-regressione che soltanto nell’interminabile ridicolo epilogo[2] sfalda con determinazione l’opinabile unità spaziale dell’intreccio[3] e sfoga nell’ellissi dello sparo la violenza assiepata nei meandri inesplosi dell’opera. Causa primaria l’asservimento pur lodevole ad un testo magnifico ma estraneo ed esaurito. DeLillo scrive Cosmopolis nel 2003, tracciando in 24 ore tragicamente imminenti l’oscura ironica inabilità degli esseri senzienti a “vedere” oltre le proprie “macchinazioni” beffardamente autoconclusive: la variabilità criminale dei mercati, i crack planetari innescati da incallite speculazioni finanziarie, le proteste indignate di filo anarchici uomini-merce-ratto contro il “cybercapitale” che li culla e comanda, la frigida inerzia della ricchezza collezionabile e della bellezza epiteliale ibernabile, dunque l’emarginazione, status quo inespugnabile. DeLillo abbozzando la mappa esistenziale di un giovane miliardario in crisi depressiva, reale soltanto nelle oscillazioni di borsa che egli stesso riesce a provocare, descrive il grumo irrequieto di un tempo affannato, appollaiato su “zeptosecondi” di precaria voluttà. Lo scrittore americano osserva l’abbaglio dei pilastri della civiltà wasp, tutti too big to fail, tutti ad un passo dal baratro e da prossime testarde riconversioni.

Cronenberg, quasi dieci anni dopo, non può semplicemente attestare/replicare una cronaca che è stucchevole quotidianità, non più tetro irridente avvertimento. Seleziona quindi i duetti ermeneutici dei logorroici grotteschi caratteri delilliani aprendo nette cesure nel romanzo, per incastonare l’erede terminale del cybersviluppo in un abitacolo allungato e asfittico, digitalmente illuminato, goffo groviglio di pop-cip. Imprigionando nel cartone la figura scialba del precoce rampollo, il regista  impedisce qualsiasi comunicazione con il substrato della polis vorace, cercando ragionevolmente per Eric, e per la stessa sostanza filmica, uno dispatrio mentale e strutturale che rappresenti con scarna empatia il divorzio dell’uomo da sé. E che diviene tuttavia, sin dalle prime sequenze (pur nell’impeccabile convulso montaggio), galleggiamento senza meta, scollegata ennesima disquisizione appesa alla farsa di protagonisti esanimi. Il consulente bambino che brama pensionamento anticipato; l’amante occasionale che (s)offre affari figurativi e smarrisce il tempo; la moglie senza talento che smania ammutolita; la ciclopica guardia del corpo che sussurra dolci coordinate ad armi di sterminio organizzato; barbieri familiari impressi nella cartolina seppiata di un’epoca defunta e sorridente; antagonisti sfruttati delusi da passioni mai ricambiate. Nella sua pellicola letteraria, ridondante, Cronenberg schiera robotico l’armata flessibile dei personaggi delilliani, incanalando la claustrofobia delle scene di massa nell’angosciante “pausa” della limousine alcova, riducendo alle migrazioni cifrate delle orbite del capitale l’animo instabile dei “suoi” protagonisti.

Se il denaro parla a se stesso, soppiantato dalle proprie trasformazioni antimateriche, Cronenberg erode se stesso, sfida la ragione e perpetra la propria alterazione in un gioco autoreferenziale infiacchito. Sul filone psicanalitico di A dangerous method, pennella gli uomini con la monocromia sessuale del geometrico Rothko, comprimendone l’intrinseca capricciosa brutalità negli spigoli di un linguaggio dalla sottesa ma perduta carnalità, spoglio d’invenzione scardinante.

Resta la patina filosofica, ammiccante e parzialmente indigesta, di un lavoro abortito. Forse (ottimisticamente) protesi strafottente di una cinepoiesi che incatramata nei ricatti di mercato sforna pattinsoniana nemesi/epitaffio.

“Questa non è la fine[4]”(?). 





Paul Giamatti e Robert Pattinson nella scena finale di Cosmopolis (2012)




[1] Dall’omonimo romanzo di Don DeLillo (2003). Francia/Canada 2011, regia e sceneggiatura David Cronenberg, con Robert Pattinson, Juliette Binoche, Sarah Gadon, Paul Giamatti, Mattieu Amalric, Jay Baruchel, Kevin Durand, K’naan, Emily Hampshire, Samantha Morton, prodotto da Paulo Branco e Martin Katz, in concorso al Festival di Cannes 2012.

 

[2] Circa 20 minuti il confronto impari nel sobborgo devastato (ricco di timido ribollente negato “folklore”), tra Eric e il carnefice speculare del suo fallimento, l’ex impiegato Benno Levin-Richard Sheets/Paul Giamatti, il “gemello” rifiutato, l’escremento surrettizio del (giovane) sistema di oppressione statistica modellato dalle premonizioni tiranniche della onnipotente matematica finanziaria, dalle parate dei presidenti fantoccio, dagli show dei media fotocopiati, dalle intermittenze assoggettate di minoranze semi coscienti.

 

[3] Nel romanzo delilliano dislocata in un osmotico contrappunto tra la limousine progressivamente intaccata ma mai ferita di Eric, gli edifici cittadini, i quartieri brulicanti di squallide diseguali processioni, l’interno di Benno/Richard, monologato delirio lucido in antitesi temporale e ideale con i prolissi scambi-flusso tra Eric e i compagni provvisori del suo viaggio verso il barber shop, periferica, anacronistica (ma viva) presenza.

 

[4] P. 180, in Cosmopolis, di Don DeLillo, Einaudi Editore, Torino 2003, traduzione di Silvia Pareschi, pp. 180, € 10,00.




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