LUOGO COMUNE
PENSIERI SUL WESTERN
California Joe
o come navigando verso Occidente
non si arrivò
né a Oriente
né alle isole
del paradiso


      
Un fantasmagorico percorso visivo e di memoria su personaggi minori, ma imprescindibili e adorati miti, figure leggendarie e figure dimenticate del grande cinema hollywoodiano sul West. Passando dal Generale Custer a Geronimo, dall’ultimo dei Mohicani a Ulzana, da Wild Bill Hickok a Buffalo Bill. Rotolando attraverso i film indimenticabili di John Ford, Cecil B. De Mille, Raoul Walsh, Anthony Mann, Sam Peckinpah, Delmer Daves. Con coda di ricordi familiari sul nonno paterno dirottato a vedere, una domenica pomeriggio, invece che un italianissimo Pinocchio, un’americanissima pellicola sui (ma anche contro i) pellirosse.
      



      

di Marzio Pieri

 

 

 

>

 

 

 

Custer’s Last Stand (sulla destra,

inginocchiato California Joe)

 

Mirino lor signori, il California Joe della leggenda; siamo alla Roncisvalle del Far-West e, inginocchiato accanto alla statua del generale Custer, il vecchietto sputa e spara, spara e sputa, e da buon Leporello, fedele però anche alle viste del Commendatore o Convitato di pietra, porge imperturbabile al suo adorato padrone le rivoltelle cariche. Sì che invece che mìrino, prima parola di questo workunstwerk in diciottesimo, aveste a-caso letto: mirino (dell’arma), non manchereste di giustificazioni. Colpito a morte, il vecchietto topicamente subsannante mormora: ‘mi sa... che questa volta in California non ci arrivo più...’ (è il bellissimo film del 1941, vigilia di Pearl-Harbour, diretto dal monocolo Raoul Walsh, con Errol Flynn protagonista allegro difuori e cupo, votato alla Morte, didentro, appunto Don Giovanni – in fondo la sua specialità è la carica [di cavalleria] e come l’eroico si realizzi in erotico perfino ridanciano e scollacciato lo mostrò bene Marco Ferreri nel suo capolavoro-ribaltone del 1974 quando Marcellomastrojanni-Custer ‘carica’ la ‘donna bianca’ sculacciandola e suonando il tattatattatattatattatà... con la vibrazione delle labbra, pari-pernacchio)

 

 

 

LA GOLA

 

 

 

IL TATTO

 

 

 

LA VISTA

 

 

Già, questo personaggio secondario s’andava direttamente ad imbustare nella cartella dei ‘vecchietti del West’, cimiciosi e sputasentenze, da ‘Gabby’ Hayes a Walter Brennan, al più sobrio e commosso (era inglese di nascita) Wallace Ford:

 

 

 

 

 

controcanto ‘comico’ al sentimento architettonico degli spazi

 

 

 

How Green (?) Was my Valley...

 

 

Anthony Mann (The Man from Laramie)

 

 

Delmer Daves (The last Wagon)

 

 

e all’afrore spermatico e cruento, altro che eroico !, della battaglia

 

 

 

 

 

(Ulzana’s raid: ‘nella riserva l’uomo dimentica l’odore del sangue, della polvere... e la sua vita scema’; per questo ne fugge e uccide, come riempiendo il corpo di materie vitali necessarie, di essenze ferine perdute)

 

 

 

 

 

 

 

Magua (The last of Mohicans) (Mann)

 

 

 

Sierra Charriba (Major Dundee) (Sam Peckinpah)

 

 

 

Ulzana’s Raid (Robert Aldrich)

 

 

= ma lo differenziava quel suo sogno (non romantico) di arrivare, prima o poi, in California, la terra dell’oro.

 

 

Da questo (ne parlava sempre) quel soprannome, California Joe. Avrei giurato fosse una invenzione del film, il soprannome e anche lui, il controcanto comico all’atletismo del protagonista, Robin Hood o George Armstrong Custer che si trovasse ad essere. Invece ci fu, visse, fu, fra tante leggende un poco aiutate o anche gonfiate della ‘frontiera’, un serpente particolarmente velenoso. Tirava bene col fucile e non mancava un colpo; mai tagliargli la strada (si chiamava Mosè). Il fatto che morisse nel 1876 (per un tizio che gli sparò alle spalle) suggerì agli sceneggiatori del film di Walsh che potesse essere caduto con gli altri a Little Big Horn (il 25 giugno di quell’anno)

 

 

 

QUATTRO SALTI IN FAMIGLIA

(Fort Apache: John Ford)

 

 

e in altri casi suscitò confusioni con un altro insigne sparato alle spalle quell’anno (Deadwood, 2 agosto – ‘annus horribilis’), il Wild Bill Hickock, amico di Buffalo Bill, la cui leggenda fu esaltata dall’Omero del West, Cecil B. De Mille (attore: Gary Cooper più bello di Paride o di John Travolta)

 

 

 

 

o smitizzata e depressa da Arthur Penn (Little Great Man) e da Walter Hill, specialista in solenni biografie cinematografiche.

 

 

 

 

 

 

La più rappresentativa di quel sedicente, ma, in questo, del tutto fuori strada emulatore di Sam Peckinpah (l’eccesso di Hill non una volta sola che si arrischi al sublime), fu la panoramica biografia di Geronimo. Retrocedendo, dalla fine (?) al principio:

 

 

 

ah! è morto dunque... è proprio andato...

 

 

 

non son chi fui... perì di noi malaparte...

 

 

 

l’ultimo apacheese...

 

 

 

l’ultimo degli umanisti

(Robert Aldrich)

 

 

 

 

warpath!...

ma l’assalto alla corriera è un ritaglio da ombre

rosse, i 10 mila guerrieri indiani a cavallo fra schizzi

nel fiume, sono un prestito da de mille

 

 

 

 

com’è delizioso andar ... come un puccini

sopra il motorcar

 

 

 

facite ‘a faccia feroce...

 

 

E ancora... (:)

 

chi è secondo voi?

 

 

 

  1. (wagon-master don joshoualdo?)

 

 

 

 

2. (art bert-lawlucky der dichter?)

 

 

 

 

 

3. ay! nonno?

 

 

 

 

 

 

 

 

Già, il nonno. Ne ebbi uno, paterno, il nonno fiorentino. Cioè, ne ebbi due, anche quello materno. Ma qui parlo solo del primo. Nonno allora voleva dire qualcosa; magari tipo, anche: LA COSA DA UN ALTRO MONDO... Non si era più ripreso dalla guerra del 15. Viveva in una sua smemoratezza egoista e leggendaria. C’era su lui la favola che fosse stato un grande nuotatore, salvatore di suicidi nelle acque sudicissime dell’Arno. Anche un prete ficofilo, che voleva ammazzarsi per vergogna, era voce. E può darsi; la prima volta che andammo al mare (estate 1950, il medico non aveva trovato di meglio per rimediare a un rossore dei miei occhi di scolaro) non lo vidi una volta entrare in acqua, ne aveva anzi un sacro terrore. Gran cacciatore? Tale era la fama, ma a me bambino disse che a prender cagna e fucile e andare in traccia di un mezzo fagiano del diavolo, si correva il rischio di mettersi a sedere sopra un serpe. Vipera con sasso. Aveva il barchetto ma glie lo portaron via gli americani. A volte ancora me lo sogno, tanto male ci rimasi. E la barca andava, andava... verso Pisa... dai pisani (gli esseri spaventosi che impongono il sonno ai bambini...) Forse la prima volta ch’ebbi la percezione d’una concavità dello spazio. Ricordo certi suoi traffici (coi ‘liberatori’, una volta tornò con dei sacchi di sugar che si rivelarono salt; più avanti, con una parente di un insigne uomo politico fiorentino, che se ne serviva, come di altri spodestati, per far mercanzia sottobanco dei doni del piano marshall... prendeva, al telefono con lei, una posa adorante, e si teneva un dito nell’orecchio). Povero nonno; poche volte che riuscii a forzarlo a entrare in un cinema (A sud di Pago-Pago, Giuseppe Verdi del gran Matarazzo...)

 

 

 

 

si divertiva più di un bambino, ma non si lasciò conquistare. Invano lo portai fino all’ingresso del cine periferico dove proiettavano La grande guerra. Ebbe il terrore negli occhi.

 

 

 

 

Una domenica mio padre ci affidò a lui perché andassimo in centro a un ennesimo Pinocchio  Ed era il tormentone delle nostre appedagogiàbili infanzie. Ogni festa un Pinoccchio: libro, fumetto, cartine, pupazzo, altro libro con le figure che si sollevavano... Appedagogiabbile: arruolato. Era, il film da vedere, quel famigerato Pinocchio italiano (1947, di Giannetto Guardone, con attori in carne ed ossa, quasi in esordio, ed affamato, Gassmann a truccarsi da Pescatore Verde) che ogni buon cinéphile deve scongiurare sùbito, pena castighi, di preferire a quello sciaguratissimo, ed infedele!, di Walt Disney. Sarà che la versione americana nacque insieme con me (o io con essa), sarà che fra la noia della fedeltà pedissequa ed il capriccio della infedeltà geniale non c’è bisogno ch’io spieghi da quale parte io mi stia, io meno Toscana, e meno Pescia, e meno Comencini, didentro ci ritrovo e meglio mi ci crogiolo. Che è che non è, fra l’Excelsior (prima visione, cara) e il cinemino d’una via laterale dove proiettavano tanti film di serie z, e i militari ci andavano a fare all’amore, noi deviammo (si era allora due fratelli e una sorellina) su quello proibito e il nonno non si raccapezzò. Il film era un succulento Geronimo (titolo italiano: L’ultimo pellirossa) e veniva presentato come un film d’impianto ricchissimo; in realtà sfruttava ‘ad bobinas’ la celebre rincorsa dello stagecoach di Ford e la grandiosa battaglia del fiume di The Plainsman di De Mille.

 

 

 

 

(la battaglia dell’isola di Beecher, vista dall’autore della Guerra dei mondi)

 

 

 

John Ford: la leggenda con l’ali ai piedi

(Stagecoach, 1939)

 

 

 

De Mille: Il gran teatro del West

(The Plainsman, 1936)

 

 

Ho letto una schedina perbenista che lo fustiga - L’ultimo pellirossa - come film antindiano di una crudeltà efferata. Boom! Anche le torture sono ispirate alle scene boriskarloffiane del De Mille westerner: Gary Cooper appeso per le braccia su un pentolone che grida ‘Non parlare, Jane, non parlare!’ (ancora la Tosca? e non sarebbe come accusare di efferato antigiapanesimo Obiettivo Burma o di intollerabile antinazismo La bandiera sventola ancora?)

 

 

 

 

Ne uccide più del carbonchio il critico suffragetta.

 

 

 

 

 

E il terribile torturatore: ‘Quando luna spuntare / uomo bianco morire’. Non peggio di Mangiafoco o di Polifemo.

 

 

 

 

Certo, la necessaria paura, nel bel film di Sloane, la metteva il protagonista indiscusso, il ‘cattivo’ Geronimo. Gli dava carni (il torso e le gambe nude, ineditamente voluttuose, con quel perizoma, per un non-buon selvaggio) e muscoli preculturisti un principe degli stuntmen di allora, che era o si faceva passare per un discendente di principi Cherokee. Un Totò del Sud-Ovest... Si chiamava, in arte, Chief Thunder-cloud e, nel film, cosa rara e fin allora mai vista, per un indiano, uccideva a colpi di pistola. Sembrava di sentirle, le pallottole, che violavano il tenero petto, sotto la camicetta trinata, della moglie del comandante del campo Grant (mi scusi Flaubert per la catena di preposizioni), messasi di mezzo a proteggere la figlia. Ah il ghigno crudele del pellirossa assassino.

 

 

 

 

Ma lo si conosceva, in altri film faceva l’indiano buono, addirittura il Tonto della serie di Lone Ranger.

 

 

 

LONE RANGER E TONTO

 

 

E l’ultimo dei suoi film ‘importanti’, quindici anni dopo, fu Colt 45, di E. L. Marin. Invecchiato e estromesso da poster e locandine, è tuttavia lui, tornato buono, con le sue frecce, a trarre dai guai il vero tonto Randolph Scott che (degradazione suprema!) gira il West come... rappresentante della fabbrica delle celebri rivoltelle a sei colpi. Ne viene derubato e addirittura ne segue l’accusa di avere ammazzato uno sceriffo. Il colpevole è un altro (Zachary Scott, che veniva dalle classi ‘alte’ e da buoni film non western) ma senza il Nube-di-tuono il sofisticato Randy non sarebbe arrivato in età da poter produrre e interpretare il celebrato ciclo di Budd Boetticher.

 

 

 

 

Ah manca me me accorgo la morale (della favola) e la giustificazione. Tornati a casa il nonno smarronò, si mise a raccontare il film (com’era suo uso) al babbo, che nella domenica estiva era in mutande e camiciola sul letto. Mise d’obbligo in anni Cinquanta. La bugìa non ebbe mai gambe corte come quella volta. A noi toccò invece di avercele lunghe. Pinocchio era ‘educativo’, la nostra callidità imperdonabile. Per altro verso, amici lettori, volevo dire: per quella palinodia dei miei pensieri sul Western di mezzo secolo fa, séguito a far come California Joe. Ci arriverò, prometto.

 

E, se mi perdo per strada... lo Straniero Ha Sempre una Pistola: vi parlerò di poeti.

 

(ma una parola ancora vi debbo sul California Joe del film superbo di Walsh – e intanto ritrovo anche un’immagine del ‘vecchietto’, in compagnia di Olivia de Havilland –

 

 

 

 

l’attore si chiamava Charley Grapewin e traversa la storia del cinema dal Circo Barnum alla televisione. Sempre capace di mimetizzarsi nella parte al punto che nessuno arrivava mai a chiedersi ma quell’attore come si chiama. Eppure... vin di graspa, sarà pur un buon bevere! Come (quasi) Scarpia baron Vitellio nella Tosca (“Spasimi d’ira... spasimi d’amore...”)

 

Graspi di vino

graspi di furore...

 

Si andò a imbucare in capolavori troppo dichiarati per principio e dunque mancati (Grapes of Wrath, o Tobacco Road, di un Ford che si è messa la toga e magari si è perfin leggiucchiato qualche pagina dei Malavoglia, molto presto nel secolo tradotti negli States)

 

 

 

 

 

 

 

ma la sua parte più significativa è quella ‘doppia’ del Mago di Oz,

dov’è insieme Uncle Henry

 

 

 

e ditemi voi poi chi...)

 

 

 

 

P. S.  >  Giampiero Neri, il grande poeta lombardo, ha appena pubblicato un libro nuovo, asciutto fino al dolore: Il professor Fumagalli e altre figure. Io, che non son poeta, debbo tornare invece sul professor Lavaretto. Confondendo ogni mia fosca previsione (vedi l’articolo a quattro mani dello scorso Dedalus), la recensione chiesta a mia moglie e poi fatta sparire è sopravvissuta al comparire tanti nominis, ed è sul numero domenicale di Alias (24 / 06 / 2012). Comprensibile il sospetto, doverosa la precisazione. Ma solo il lettore di Dedalus avrà potuto leggere intero il testo di Stefania Nonvel. Certo comprensibili ragioni di spazio hanno indotto a sforbiciare queste due linee: Più d’ogni altra considerazione valga il rimando al paradosso d’un papa professore che tutto sa dei teologi e appare poco forte in teologia. I grandi della terra non si toccano, nemmeno sul Manifesto, se non per una guerra autorizzata. Nella mia donchisciottesca traversata universitaria ho conosciuto colleghi che non si facevano vedere in giro senza il caro foglio sotto l'ascella (uno solo, un caro latinista gobbetto, che la mattina in piazza esibiva il suo bel “Secolo”, primo e unico acquirente nella Parma d’allora). Lungo il cammino dall’ascella al cervello, erano sempre i più ottusi e i più reazionari, gli uomini-sì (come tali assunti alla cattedra in zona cesarini per l’ultimo colpo di mano di un ministero di sinistra). Amo il Manifesto, sarebbe buttar via il bambino con l’acqua sporca. Ma il mio amore si spinge a chiedere: un poco più di estro, un poco più di puritanesimo, non avrebbe foggiato una classe intellettuale meno bastarda, opportunista e incapace di pensare di questa?




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