LUOGO COMUNE
PAOLO BACILIERI
“Sweet Salgari”:
viaggio intorno
alla maturità
del ‘capitano’ Emilio


      
Il graphic novel pubblicato quest’anno da Coconino Press-Fandango consente di ripensare al periodo finale della vita e dell’attività dello scrittore veronese suicidatosi nel 1911 a meno di cinquant’anni. È anche un modo per esplorare le città – Venezia, Genova, Torino – dove ebbe a risiedere l’autore di “La tigre della Malesia”, ma anche di “Le pantere di Algeri”, un romanzo storico-esotico ambientato nel 1600 e “Le meraviglie del Duemila” che produce nella narrativa salgariana un sorprendente salto nel futuro.
      



      

di Luciano Curreri





Si assiste da anni a un interessante ritorno di Emilio Salgari in seno al nostro presente. Tra l’anniversario del 2011, che annuncia i 100 anni dalla morte del ‘Capitano’ (1911), e quello del 2012, che reclama i 150 anni della nascita (1862), si situa un ritorno fatto di romanzo e di fumetto. Penso a Disegnare il vento. L’ultimo viaggio del Capitano Salgari, di Ernesto Ferrero (1938), pubblicato da Einaudi, a Torino, nel 2011 – di cui mi sono occupato altrove (su “domani.arcoiris.tv” di Maurizio Chierici, il 16 giugno 2011) – e a Sweet Salgari (Bologna, Coconino Press-Fandango, 2012, pp.160, € 17,50)[1], di cui è autore Paolo Bacilieri (1965). Di questi due lavori è già stato detto tanto e tanto, ancora, probabilmente, si dirà. Ma il dato che salta agli occhi – nei due esperimenti (perché di due grandi esperimenti si tratta!) – è la sensibile restituzione di quell’urbano mondo moderno che fu di Salgari, ma che nei suoi romanzi non entra quasi mai.

Perché? Perché le città dove il Nostro visse sono state –  e per certi aspetti sono ancora – tante, mirabili istigazioni al viaggio, ma nel viaggio della letteratura salgariana non sono propriamente e significativamente entrate. Messa tra parentesi Verona – o, meglio, gli anni veronesi, tra il 1862 e il 1892 – e finanche, in parte e non così paradossalmente, Venezia (1878-1880), penso soprattutto a certi bienni, trienni, che rapidi sintetizzano la maturità e la fine del Nostro. E penso alle città che rendono questi anni uno spazio moderno, perturbante, familiare ed estraneo allo stesso tempo, dove lo spaesamento, come si tende a dire oggi, è di casa; e quindi penso, in certe tavole di Bacilieri, alla Genova del 1898-1899, come penso alla Torino degli ultimi due anni di vita di Emilio, tesi fra le primavere del 1909 e del 1911, ovvero, se si vuole, fra La Bohème italiana e l’anno di quello ‘spettacolare’ suicidio cui il Cavaliere della Corona d’Italia, purtroppo, si consegna; di quello ‘spettacolare’ suicidio che diventa quasi un sintonico contraltare attraverso la deprecazione del moderno all’Esposizione internazionale di Torino, che principia il 29 aprile, realizzando la parte industriale in seno ai tre simili avvenimenti previsti per il cinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia tra Roma, Firenze e, per l’appunto, Torino[2].

E penso a Genova e a Torino così come Bacilieri le fa scorrere nelle sue ‘tavole-istantanee’, usando a commento delle stesse Le pantere di Algeri (1903) e Le meraviglie del Duemila (1907) un romanzo storico-esotico che ci porta al 1600 e un salto nel futuro della narrativa salgariana ma di fatto parlando delle carrette del mare dei nostri avi, degli emigranti italiani della soglia estrema dell’Ottocento, protagonisti, loro malgrado, di uno dei tanti (e, ahimè, attualissimi!) processi di razionalizzazione economica cui va spesso e volentieri soggetto lo stivale nazionale.

Ed è a mio avviso parecchio significativo che Salgari possa (e direi quasi: debba) incarnare, per Bacilieri, tutto questo. Ovvero, non tanto, come si è spesso creduto, il superamento di quella triste realtà, giocato nella solita evasione avventurosa offerta dal Nostro a piene mani nel suo efficace romanzesco, quanto, e piuttosto, nella possibilità, insita nel Nostro, di esperimentare, esperire tale realtà, e al punto da diventare un grimaldello utile oggi per farla rivivere.

 

 

Una tavola del graphic novel Sweet Salgari

 

 

Direi che Salgari diventa questo grimaldello soprattutto nel tratto più o meno terminale della sua corsa, quando, potremmo dire con Luca Rastello, «l’inizio è dimenticato e la fine è certa e verosimilmente prossima, ma non ancora arrivata»[3].

Ed è proprio questa penultimità dell’esistenza e dell’opera di Emilio Salgari che mi interessa, e ormai da anni, dalla mia edizione di Cartagine in fiamme basata sul testo del 1906, in rivista, ché quello del 1908, in volume, ha tagli e semplificazioni, è pubblicata da Quiritta nel 2001 e nel 2011 riproposta da Greco&Greco ma senza il lungo saggio di postfazione[4] – agli atti del convegno curati con Foni, Un po’ prima della fine? Ultimi romanzi di Salgari tra novità e ripetizione (1908-1915), editi da Sossella nel 2009. Ecco, mi affascina questa ‘ontologia’ salgariana giocata sempre a ridosso della fine e in un sempre più fitto intrico-intreccio di vita e opera. E qui mi interessa particolarmente perché il saggio del critico sembra incontrare –  non dico volutamente ‘anticipare’ – i due esperimenti di Paolo Bacilieri e di Ernesto Ferrero, tra fumetto e romanzo.

A scanso d’equivoci e in altri termini: non sto suggerendo che i lavori di Bacilieri e di Ferrero siano emanazioni di un’istanza critica, e della mia in particolare. Sto dicendo che certi testi creativi sembrano prolungare e concretizzare un’attenzione sempre più feconda della critica alla penultimità salgariana e che tale penultimità nutre, in seno all’oggi, sia, potremmo dire, il ‘ritratto dello scrittore da vecchio’ cui si sono attenuti Ferrero e una parte del lavoro di Bacilieri, sia quel ritorno di Emilio Salgari che mi pare possibile descrivere con una ‘categoria’ proposta da Edward Said, sulla scia di Adorno (e non solo): lo «stile tardo»[5].

Ovvio, lo «stile tardo» non mi interessa tanto come categoria (le categorie, strutturali teorie del soggetto, mi sembrano sempre astratte, aristocratiche et j’en passe). Lo «stile tardo» mi interessa perché in esso si esprime, per Edward Said, una non pacifica risoluzione delle contraddizioni, una non serena compiutezza, ovvero, se si vuole, una certa intransigenza, una certa difficoltà, un’iterata disgregazione e a tratti una specie di feroce militanza contro il proprio tempo. Insomma, lo «stile tardo» è il frutto una «tardività inconciliata».

Quello che una parte – significativa – del lavoro di Bacilieri mette bene in luce è proprio questa «tardività inconciliata» di Salgari. E questa «tardività inconciliata» è la strada per riuscire a enunciare e a ‘mettere in scena’ quello che di Salgari, apparentemente, non si dice e forse non si vuole dire, ovvero che Emilio Salgari è anche un ‘pretesto’ per parlare d’altro, ovvero, ripeto, un buon grimaldello per aprire davvero la porta di un’epoca, e magari lasciarla aperta e non chiuderla subito dopo la scomparsa del Nostro, il cui immaginario, insieme a quello di altri autori otto-novecenteschi (e non solo) si distende, e fino ad accogliere lo stesso Salgari come personaggio; e come personaggio non lontano, non così remoto, finanche non esperibile e risolvibile solo in seno al recupero erudito, o del collezionista, o del fan.

Insomma, Salgari, insieme ad altri autori (e forse più di altri autori), ci spinge ad ammirare senza ridiventare per forza dei ragazzini, come molti, ancora oggi, vorrebbero, magari per tutelare soltanto il loro Salgari d’antan, quello della loro infanzia e adolescenza. Io invece vorrei mantenere, con Paolo Bacilieri (e con i ragazzini veri), la curiosità che evade le distanze e che feconda i testi dei morti senza troppe precauzioni.





La città di Genova ritratta in una pagina del libro di Paolo Bacilieri


Di cosa scrive/disegna, spesso, Bacilieri in Sweet Salgari? Scrive e disegna di grandi città della piccola Italia, di modernità, esposizioni e spaesamenti, di fabbriche e operai, della Fiat, della fotografia, della cultura e dei suoi gruppi di potere, di chi sta ai margini, delle periferie, di un fiume, del mare, del vento, della vita che è un soffio, uno schizzo.

In tal senso, mi pare difficile non pensare, in seno alla «feroce militanza contro il proprio tempo» di cui si diceva sopra, quanto ci sia di Chaplin e di Charlot nel travet di cui disegna splendidamente Bacilieri all’interno di una disgregazione iterata e in seno ai «tempi moderni» del dolce Emilio; la cui stessa resa finale pare piuttosto una sorta di magnifica resistenza e una certo non pacifica, non armonica risoluzione delle contraddizioni dell’età e dell’uomo che la vive, ieri come oggi.

Vengono in mente questi versi, del 1910, di Konstantinos Kavafis, che è del 1863, come Gabriele d’Annunzio, ma che qui sembra stia proprio parlando del nostro Salgari, che è anche quello di Paolo Bacilieri:

 

“Né terre nuove troverai, né nuovi mari.

Ti verrà dietro la città. Per le vie girerai:

le stesse. E negli stessi quartieri invecchierai,

ti farai bianco nelle stesse mura.

 

Perenne approdo, questa città. Per la ventura

nave non c’è né via speranza vana!

La vita che schiantasti in questa tana

breve, in tutta la terra l’hai persa, in tutti i mari[6].”

 

 

 

*  Luciano Curreri (1966) è professore ordinario di Lingua e letteratura italiana all’Università di Liegi. Ha pubblicato o sta per pubblicare monografie, raccolte di saggi, racconti, cure, edizioni, atti di convegno, graphic essays per Bonanno, Bulzoni, Cadmo, Comma22, Einaudi, ETS, FUP, Greco&Greco, Il Castello, Il Foglio, Ilisso, Lang, Mondadori, Moretti&Vitali, Nerosubianco, Prensas Universitarias de Zaragoza, PUS, Quiritta, Salerno, Sossella. Gli è capitato e gli capita di scrivere su ‟Arielˮ, ‟Cahiers d’Etudes Italiennes. Novecento”, COnTEXTES”, ‟Domani.Arcoiris.tv , ‟Franco-Italica , ‟Giornale storico della letteratura italiana”, Ilcorsaronero. Rivista salgariana di letteratura popolare”, Incontri”, Le forme e la storia: rivista di studi storici e letterari”,  Le Reti di Dedalus. Rivista online del Sindacato Nazionale Scrittori”, ‟L'Indice, ‟Stilos, ‟Studi e problemi di critica testuale”, Tellusfolio.it”, ‟Textyles”.

 

 

 

 



[1] Queste sparse e rapide riflessioni hanno una lunga storia, che mi permetto brevemente di evocare, solo in nota, e per onestà intellettuale: nascono in seno a una tavola rotonda ragusana in onore di Mario Tropea (a cui ho consegnato un saggio nutrito di input simili e di cui ho seguito soprattutto, nella volontà di omaggiarlo, la seconda edizione rivista del Suo denso Emilio Salgari, Cuneo, Nerosubianco, 2011). Una parte, poi, di queste mie approssimazioni - tentativi di avvicinamento, alla Schädlich, in seno a un mondo dove chi va fuori posto diventa inconcepibile e finisce nel suicidio - sono state ancora oggetto di relazione a un bel convegno lodigiano organizzato dall'amico e collega Alberto Carli (Emilio Salgari. Un Capitano di 150 anni, 13 aprile 2012) e infine convoglieranno, nel 2013, in Luciano Curreri, Ritornare/Resistere. Scrittori, critici e altri revenants, Milano, Greco&Greco. Ecco, questo tipo di travaglio non è solo figlio di un certo riciclo - arte anche selettiva, non sempre facile e banale da frequentare - ma di un interrogarsi più esteso sul senso della vita e della scrittura, e senza dimenticare, et pour cause, l'apporto di un fumetto.

[2] Mariantonietta Picone Petrusa, Maria Raffaella Pessolano, Assunta Bianco, Le grandi esposizioni in Italia 1861-1911. La competizione culturale con l'Europa e la ricerca dello stile nazionale, Napoli, Liguori, 1988, pp. 118-130.

[3] Luca Rastello, Undici buone ragioni per una pausa, Torino, Bollati Boringhieri, 2009, p. 9.

[4] Aggiornato, in parte riscritto e/o corretto e disposto monograficamente insieme ad altri saggi, è ora leggibile in Luciano Curreri, Il peplum di Emilio. Storie e fonti antiche e moderne dell'immaginario salgariano, Piombino (LI), Il Foglio, 2012, pp. 21-169.

[5] Edward W. Said, Sullo stile tardo, trad. it. di Ada Arduini, Milano, Il Saggiatore, 2009.

[6] Konstantinos Kavafis, 53 poesie, trad. it. di Filippo Maria Pontani, Milano, Mondadori, 1996, p. 15.




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