LUOGO COMUNE
CETTA PETROLLO
Un realismo onirico per guardare aldilà delle cose


      
Nel poemetto “Passeggiata in due tempi (1984; 2011)”, uscito presso Le Impronte degli Uccelli, l’autrice dà corpo espressivo ad una camminata diacronica dopo un intervallo di ben ventisette anni. Un doppio passo nel tempo e nello spazio coltivato con una sorta di grazia feroce e dove è sempre il corpo con le sue avidità e i suoi slanci ad essere centrale.
      



      

di Mario Lunetta

 

 

 

è un’allure gioiosamente materialistica, di un materialismo indenne da preconcetti e tutto mirato su un intreccio di desiderio e esperienza, quello che naviga e vola in un poemetto come Passeggiata in due tempi (1984; 2011) di Cetta Petrollo, da poco apparso presso Le Impronte degli Uccelli. Le tavole di Franca Rovigatti, che scandiscono il testo con leggera allusività, sono, più che illustrazioni, richiami, echi sottili di una naiveté ariosa e consapevole. La Petrollo, per vocazione oltre che per professione, vive da tempo in quella dimensione di realtà seconda e sconfinata che rimanda alla mitica Biblioteca di Borges, dentro un’atmosfera attraversata dalla misteriosa, insondabile presenza di codici, libri, manoscritti, incunaboli, rarità bibliografiche. Una varietà sconfinata che, anziché mortificare per troppa maestà la nativa sensibilità ironica e insinuante della scrittrice, sembra averne esaltato gli umori. E questo processo al tempo stesso robusto e leggero ha potuto determinarsi soprattutto perché la Petrollo ha sempre instaurato fra una corporeità molto umana e una prensilità intellettuale su cui non pesa nessuna arida dottrina o ossessione specialistica, un rapporto che nella sua ricchezza si direbbe tuttavia spontaneo, vivo nella sua necessità.

Ventisette anni corrono tra i due momenti del libro, ma si tratta di una separazione che, ben più che una cesura, costituisce una continuità segnata da una cronologia inafferrabile, fluttuante tra memoria intensamente presente, corporeità esplicitamente erotica, immaginario allusivamente mitologico eccitato da celebri immagini pittoriche. Il senso del proprio esserci si riverbera (e si conferma) soprattutto nella presenza e nella corporeità dell’altro (partner, fonte di pensiero e di invenzione verbale, riferimento costante pur nella sua variabilità, alleato certo). In questo libro fatto di apparizioni che spariscono per riapparire senza tregua non ci sono fotocopie dell’autrice, ci sono semmai proiezioni di una consequenzialità che non sa separare essere e dire, respirare e riflettere, ombre cangianti pensate in uno stream of consciousness che dentro la fluttuazione cerca la sua propria stabilità: “(sono io la nave che attira i gabbiani)”.

    

La giovane poetessa che compie la prima delle due passeggiate sembra così attendere la poetessa matura che non cambia strada ma piuttosto la ribadisce, magari con meno sofferta distanza dalla materia, in una più accentuata verve sperimentale: (“sono io la nave che attira i gabbiani) / il corpo si ritrae sponda seconda / alla fase seconda della luna orgasmo che non sarà / e io me ne starò distesa / incinta di parole?/ Ma s’è aperto il passaggio / corrispondenza del sé / corrispondenza del sé riscaldandosi l’aria / appena appena sulla brace del camino / riscaldandosi l’aria”).





Bologna, Motor Show 2012, replicando la celebre copertina del beatlesiano Abbey Road (1969)


Perché è certo che, anche al dilà di “avventure” come quella di un romanzo linguisticamente “eretico” come il notevolissimo Senza permesso (Stampa Alternativa, 2007), o di una vivida raccolta in vernacolo romanesco come Che se volemo di’ (Le Impronte degli Uccelli, 2009), Cetta Petrollo nutre nella sua scrittura un felice virus anticonvenzionale e azzardoso, che procede per irrefrenabili diramazioni di senso e di vulgata sintattico-ritmica. È il timbro di un’autrice che riempie i suoi percorsi da centometrista nervosa e senza cedimenti con viluppi di elementi eterocliti (trance di fenomeni, emozioni ricompattate saldamente, grumi saporiti e sensuali) in un flat land di cultura pieno di trabocchetti, che in ogni caso tiene tutto in tiro – come càpita anche, con una sorta di grazia feroce, in Passeggiata in due tempi.

Il corpo con le sue necessità le sue avidità i suoi slanci è sempre centrale, in queste due tratte che si corrispondono come su un ponte invisibile; ma in parallelismo dialettico c’è l’esigenza del Verbo, che è un altro modo di interrogare l’esistenza e trattenerla, anche se le note a piè pagina, come dice Cetta, non indagano il senso, “non fruttano un solo attimo in più / di vita”. Ecco allora che si scioglie drammaticamente il dubbio tra carnalità e verbalità, “E il corpo già esprime quello che c’è da dire / meglio del dire / E riporto i miei passi (le rotte?) / nella notte comune in un intrico di storie / attenta a non calpestare inchiostri punteggiature / filigrane e sommersi boschi di parole / un ricamo del noi che si fa forte / delle orme lasciate dai viandanti che furono / accompagnarono tornarono ci lasciarono ci seguirono / ci sedussero ci bloccarono ci fermarono / a cui tornammo riandammo ci scostammo” La passione per la scrittura viene confessata con la stessa intensità riservata all’esperienza amorosa, in un procedimento fitto di bàttiti, di ictus, di reiterazioni, in una cadenza stilistica di grande consapevolezza, capace ogni volta di polverizzare con crudele mancanza di “carità di sé” (che si fa “carità del sé”) qualsiasi pretesa di preponderanza sensuale-sentimentale sull’autorità dello stile. Nella sua ricca prefazione Elio Grasso afferma che Cetta non si distacca mai dalla soavità, sia nel primo che nel secondo tempo della sua passeggiata esistenziale e poetica. “Il tempo si affida quando sa con chi ha a che fare, in questo caso non c’è stata soltanto una poesia dei suoni ma un compenetrarsi di stagioni dettato da nessun illusionismo astratto, anzi piuttosto da un arcipelago di rilievi che non aspettavano altro che d’essere richiamati all’esistenza, all’esercizio, alle ghiottonerie, all’olimpica fornicazione, perfino al realismo”.

Il realismo di Cetta Petrollo ha uno stigma preciso: è, per così dire, un realismo onirico – qualcosa, insomma, che – alieno da ogni descrittività documentaria – sa sempre guardare al dilà delle cose che crediamo di vedere. “E quanto intendo più, tanto più ignoro”, avverte Tommaso Campanella, un grande barocco che la “borrominiana” Cetta ha certo assai caro.   




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