LUOGO COMUNE
ROMANZO A PUNTATE
Geco (IV)



      

di Gualberto Alvino

 

 

Questo caldo. Aria immobile, foglie di marmo. Ci sarà molto da fare con gli arnesi. Li ho già schierati in bell’ordine davanti a finestre e terrazzi, ma dovrò sostituire le batterie: la centralina salta di continuo. Ne ho trovate di così forti da illuminare il tuo paese per un anno intero. Le stringi in mano e le senti palpitare. Mansuete, ansiose di servire. Le mie pròtesi. Non un rafforzamento dei sensi. Altri sensi. Più acuti. Profondi. Nobilitano la mia impotenza. Interrano la fossa dove annego. Ma non posso trascurarli, neanche per un momento: ombre chiazze punti neri e ruggine sempre in agguato. Per tutta la notte e parte della mattinata non ho fatto che satinare sgrossare brillantare. Li ho spalmati di pasta abrasiva mista a dentifricio per non rigare i metalli, poi li ho lucidati con un feltro dolce; ho aspettato che asciugassero e li ho tirati a specchio con la cruna d’un ago d’acciaio. Li baceresti. Ma sono gl’interni a preoccuparmi. Pulirli alla cieca potrebbe non bastare. Ho cercato di far luce con uno scovolino impregnato di fosforo, la microcamera a infrarossi sospesa a un filo di nylon. Niente. Ho incaricato la libraia di procurarmi trattati, monografie, collezioni. (Tu hai consigli, o la tua crociata antitecnologica non s’è ancora conclusa? Non so nulla di te. Nulla di nulla. Da un’eternità. In fondo è come se non t’avessi mai conosciuta. Non so chi mi dà la forza di scriverti, e soprattutto perché, scrivendoti, mi sembra di respirare dopo ore d’apnea.)

Sì sì, dovrò faticare. La bella stagione fa impazzire la gente. Ognuno s’ingegna a tirar fuori il peggio di sé. Nessun mistero: i battenti si aprono, aumentano i contatti forzati, la promiscuità acuisce il ribrezzo per i proprî simili e scannarsi diventa il solo spasso. I caimani lottano finché non crepa uno dei due.

L’inquilino del sei è un angelo del paradiso quasi tutto l’anno: mai uno sfogo, una parola di troppo. Quando m’incontra nell’androne sorride, alza il cappello e s’inchina trattenendo il fiato per non rubarmi l’ossigeno. Passa interi pomeriggi nella sua berlina del Settantasette se il figlio è di guardia nella caserma in fondo al viale: trabocca d’orgoglio quando lui si avvicina all’auto, batte i tacchi, saluta il conducente, esamina le carte e dà ordine d’aprire il cancello; ma sbarra la bocca temendo il peggio se lo vede aggrottare i sopraccigli e intimare il dietrofront chiudendo la mano sul calcio del mitra. Non si calma finché l’intruso sbianca, arretra e scompare tra gli aceri facendo singhiozzare il motore per la vergogna. Guarda i passanti e sembra dire è mio figlio, ci somigliamo, una noce spaccata, pieni poteri, guai contrariarlo, non azzardatevi, la paghereste cara. Tutto in uno sguardo.

Un’acqua di lago.

Ma di questi tempi cambia pelle, colore, tono di voce, e scoppia come una bomba a orologeria. Posso sbagliarmi d’un’ora, non di più. Sua moglie invece non sbaglia di un secondo, perché sposta continuamente i mobili e canta a bassa voce la mattina presto preparando la colazione: aspetta l’uragano. Stornelli sgangherati che fluttuano nell’aria misti al profumo del caffè. Mi mancano. Io mi attacco alle cose, specie alle piccole: è una passione, un lusso cui non so rinunciare. (Tu micro io macro, ti gongolavi dopo ogni esame.)

Ieri sera ho registrato il primo attacco: non appena ha aperto la porta un rumore di vetri rotti e urli bestiali m’ha tolto il fiato. Si scagliava su di lei come se incarnasse tutto il male. E più lei supplicava più lui s’imbestialiva: dove corri? vieni qua, devo farti a pezzi, t’avessi strozzata sull’altare. L’ha stesa con un calcio, le ha piegato un braccio dietro la schiena e non s’è fermato finché ha sentito l’osso spaccarsi. L’ho sentito anch’io: un gemito da coniglia sparata che mi romba ancora nelle orecchie. Poi s’è alzato, ha staccato dal muro qualcosa di metallico, un gancio?, un attizzatoio?, e per lei sarebbe stata la fine se il ragazzo, rincasato anzitempo, non si fosse gettato a corpo morto sul padre: càlmati, non ha fatto niente. Ed è diventato lui l’oggetto della furia. Ho temuto che la lancetta del registratore si spezzasse. Non è bastata la forza dei tre agenti che ho chiamato a staccargli le mandibole dal braccio del figlio.

Poco fa l’ho visto uscire di casa sguardo a terra, gonfio, violaceo, la divisa gualcita. Camminava in punta di piedi come un ladro per passare inosservato. Ho cercato d’attirare la sua attenzione spostando i vasi sul davanzale, chiamando l’antiquaria con un pretesto, simulando un attacco di raucedine. Ha alzato gli occhi a fatica ma non mi ha vista: aveva altro da pensare. Allora ho stretto su quel viso tenero e scorticato, candido e pieno di morsi, e ne ho fatto un manifesto, da guardare la sera. Mi conforta, mi fa sùbito sognare. Non perché sia stata io a salvarlo, né perché ‒ evocando l’opposto e coniugando etica a estetica ‒ rappresenti un monito o un insegnamento; è che dietro quel volto ci sono io. Il senso d’identità mi pulisce; la sua inconsapevolezza mi ristora. Così il cannibale divora il cuore del nemico per appropriarsene l’anima.

C’illudiamo di sapere e non sappiamo niente. Crediamo di vedere e non vediamo niente. Si cammina sui cadaveri.

 

 

Non finirei più di raccontare. È una smania, un vizio che non so placare se non saziandolo continuamente.

Senti.

Nella villetta accanto abitano due gemelle di mezz’età: quando una tarda un minuto l’altra misura la casa a passetti brevi e spediti, spolverando, vuotando madie e cassapanche, strofinando cornici, argenteria. Non riposa finché non sente il campanello; allora si accende d’un sorriso mistico e le vola incontro sbattendo sui mobili, quasi non la vedesse da secoli: eccoti, finalmente, son cose da fare? dìllo che mi vuoi morta. Ne ho album pieni: si cercano col petto con le mani con la bocca, si studiano, quasi volessero incidere a fuoco nella mente il viso dell’altra per riconoscerlo, riconoscersi.

Insegnano religione (alla nostra riempivamo l’ombrello di talco, ogni uscita una nevicata), è voce generale che la loro camera sembri la cella d’un monastero, ed è così: breviarî, crocifissi d’ogni foggia, inginocchiatoi, paramenti, cuori sanguinanti; perfino un ostensorio d’oro antico che non dimenticano mai di lustrare e incerare la domenica mattina, prima di andare a messa col padre, che da quando è vedovo sta con loro.

Lo adorano. Tutti i discorsi ruotano su di lui. La sera pregano nella cappella che hanno costruito in giardino con le loro mani, poi gli spalmano i piedi di crema dopo averglieli lavati con cura in un bacile di rame, lo scortano a letto raccontandogli storie che lo fanno ridere, lo spogliano coprendosi gli occhi per non metterlo in imbarazzo, e si ritirano solo quando si assopisce con un sospiro da bebè stanco di coccole.

Un presepe.





Anna Boschi, Pace inquinata, 2010


Ma tra la fine di maggio e i principî di giugno ecco puntuale il tornado. Sento le loro voci crescere di giorno in giorno, farsi acute, ossessive. Non sopportano che il vecchio stia in un canto a sfogliare giornali e a scribacchiare memorie sporcando la tovaglia d’inchiostro: renditi utile, dice una; fa’ qualcosa, rincalza l’altra, siamo le tue sguattere? d’ora in poi si cambia musica.

L’ho visto rimuginare una mattinata intera, insaccato nella sua poltrona di camoscio solferino come il suo sguardo, l’asciugatoio stretto al collo, un lembo a coprirgli il mento e parte della bocca, contratta in una smorfia: braccia conserte, capo reclino, palpebre orlate di viola, così immobile da parere un cadavere.

Quella notte non era riuscito a prender sonno: urlava, si girava nel letto come un pollo allo spiedo. Allora era scattato in piedi e s’era dato a perlustrare ogni angolo della casa brandendo a mo’ di sciabola una torcia da campeggio sotto il cui peso sbandava fin quasi a cadere. Ogni volta che il cono di luce investiva un oggetto, uno qualunque ‒ l’appendiabiti, un portacenere, le modanature del soffitto ‒ vi indugiava a lungo, mugugnando e ascoltando il ronzio del cervello, occhi spenti come quelli di un sonnambulo. Così ho capito che non cercava niente. O forse sì. Ma non fuori. Dentro. Il suo modo di riflettere.

Tutt’a un tratto si alza dalla poltrona, si batte la fronte col palmo come a dire che stupido, gorgheggia per darsi un tono, si rimbocca le maniche, spalanca la vetrinetta del soggiorno, tira fuori le innumerevoli tartarughe di cristallo di cui le figlie sono accanite collezioniste, le schiera sul tavolo grande a distanza di sicurezza, si fa il segno della croce e comincia a strofinarle una dopo l’altra con la pezzuola delle lenti intrisa d’alcol sorvegliando ansiosamente il cucù, deciso a finire il lavoro prima del loro rientro. Voglio vedere chi vince, se io o tu, diceva al tempo.

Aveva avuto l’idea giusta, ne era certo. Che sorpresa, balbettava sfregando senza fermarsi un momento, la ricorderanno per tutta la vita, quante feste, non si lagneranno più di me, potrò leggere e scrivere tutto quello che, in fondo basta poco a far tornare la pace: non credersi il centro del mondo.

Tremava. Il sudore gocciava lungo le guance formando tra le grinze dei pantaloni un laghetto che sùbito svuotava con un sussulto: ohi, via di lì. Ogni tanto un presagio lo incupiva, e per fugarlo canticchiava un motivo dei suoi tempi, una canzone di marcia punteggiata di grugniti, allargando i gomiti, battendo i piedi per tenere il ritmo, sicché la più piccina è scivolata e sarebbe accaduto l’irreparabile se non l’avesse placcata tra i polpacci con uno scatto di cui si è felicitato fissandosi fiero allo specchio. Un sospiro di sollievo, un colpetto di tosse per schiarire la voce e ha ripreso a cantare, riassumendo un’aria quieta, assennata. Sarei andata a pizzicargli il mento e a riempirlo di baci se non avessi visto le gemelle scendere dal tram e sfrecciare verso casa zigzagando tra i lampioni.

Dopo sei ore le tartarughe brillavano come diamanti. Le accarezza con uno sguardo morbido e mormora è ora, stanno per arrivare, mi salteranno in braccio, piatti mai visti, candeline a tavola stasera. Le ripone delicatamente sui ripiani assestando gli ultimi ritocchi e chiude gli sportelli con un sonoro ecco fatto. Ma nel voltarsi non s’accorge che la cinta della vestaglia si impiglia al ciuffo della chiave e la vetrina crolla a terra proprio mentre le figlie aprono il portone di casa.

Non dicono niente stropicciando le suole sullo stoino. Si abbracciano e guardano stralunate i milioni di frantumi sparsi ovunque: sui tavoli, sui tappeti e gli sgabelli indiani, tra le fessure dell’organo, nelle guantiere, lampade, quadri, sulle spalle e fra i capelli del vecchio che, toltasi la vestaglia, vi radunava quanti più gusci e zampine poteva: niente di grave, ho una colla miracolosa, penso io a tutto, mi metto al lavoro, torneranno come nuove.

Lo guidano per mano nella sua stanza e chiudono a tre mandate scambiandosi lampi d’intesa.

Da allora non l’ho più visto.

Sì. Bisogna guardarsi dal caldo come dalla più funesta delle epidemie. Lo dice anche il sarto.

 

 

Non è finita. Dimentico i gesti, i pensieri, dai più automatici ai più elaborati e complessi. Li rimuovo del tutto, quasi non fossero miei, sicché ho bisogno di addomesticarli, inventariarli, continuamente, per inverare i ricordi e farmene un nido, una ragione in cui consistere. Se siamo la somma delle nostre esperienze perderne la nozione è peggio che marcire. Esattamente quanto sta per capitarmi. Presto ti spedirò uno dei miei taccuini, così capirai che significa addentrarsi nel piccolo, farne viatico, scandaglio (non è vero che la parola sia un relitto: si splende attraverso il linguaggio, si acquista peso, identità). Gesti, soliloquî, stracci di pensieri, associazioni. La parola dell’Altro, il suo feroce ronzio. Il lago di colla in cui siamo invischiati. Frasi mozze, interpunzione ai minimi termini: basta una virgola a staccare mondi diversi. Toccherai con mano il confine tra il meraviglioso e l’osceno. Chi più di te saprà goderne? Ma non è il momento, non ancora: devo rivedere, mettermi a disciplina, sfrondare. Non sono veloce come te in queste cose.

Scrivimi. Prima che puoi.

La curiosità ti divora, lo sento. Va bene. Ma solo un assaggio. Il risveglio. Fa così:

 

ricorda chi, dove sei, che giorno è, qual è stata l’ultima idea prima di addormentarti, stropiccia gli occhi col dorso della mano senza irritarli, rimani ferma un istante, alzarsi di scatto scuote i nervi, prendi possesso del corpo, stira spalle giunture, cancella l’odore dei sogni, offusca, ma non perderne le trame, chi era quella donna vestita d’azzurro che ruzzolava polsi legati dietro la schiena e un fiocco in fronte? come può un declivio sparso di fèci lasciare sulla lingua il sapore della felicità? eppure non sei felice, talvolta ti pare che, ma non lo sei mai stata, creperai tentando di capire dove, cosa, in che modo

 

cerca il lume, rasenta il muro spostando piano le dita, la radiosveglia potrebbe cadere, e non solo lei, anche quei ninnoli, nani rospi fanti scultori serpenti, ricettacoli di polvere, dovrei far pulizia, una volta per tutte, annaspi tra gli oggetti, scavi cucce dentro di loro, colpa della miseria, non avevo i soldi neanche per, carne solo di domenica, una festa, mangiavamo anche il grasso, l’osso nel brodo del lunedì, ora aggancia il filo col mignolo a rampino, tienilo fermo, pigia l’interruttore a occhi chiusi per difenderli dalla luce, riaprili, fletti la gamba sinistra, punta il calcagno sul materasso, tendi la destra, mettiti a sedere facendo leva sul gomito, inspira profondamente per affrontare lo sforzo, quest’aria spessa, concreta, tornerei a letto e non mi alzerei più, giuro, bada a non capovolgere il

 

poggia i piedi, mai prima quello, dicono porti male, una sciocchezza, ma è bello crederci, le pianelle stanno al centro della stuoia, no, stanotte ti sei alzata per rispondere al telefono e le avrai spostate, uno che ha sbagliato numero, voleva Elisa, ti riconosco, diceva, è inutile che cambi voce, come ho potuto cadere nella trappola? la pagherai, m’interrompeva di continuo, l’ho gelato con due strilli, ha capito che non ero io e ha mi chiesto scusa, posso chiamarti un giorno di questi? e invece di mandarlo a farsi fottere ho detto sì, se vuoi, sto sempre qui, mi muovo poco, correndo le ho urtate e sono finite sotto il letto, allunga il braccio, speriamo non siano lontane, dovrei prendere il bastone, strisciare, a quest’ora del mattino, dio, piuttosto cammino scalza, affina la propriocettività, che sarà? neanche loro lo sanno, si riempiono bocca e portafoglio di cose che non sanno i luminari, muovi la mano sfiorando il pavimento, eccola, ficca l’unghia nel sughero, trascinala a te, mettile





Valeria Floris, El e il letto, 2007


tìrati su, saltella per riattivare la circolazione, ma niente flessioni, sei a rischio di crampi, giovedì hai corso fino all’una senza bere, labbra crepate, lingua secca, il sudore scottava, l’operaio del gas ti badava grattandosi il collo, cereo, impaurito, quasi mi conoscesse da sempre, neanche papà s’era mai tanto preoccupato per me, voleva avvicinarsi ma non riusciva a muoversi, suole inchiodate all’asfalto, dove sarà adesso? che ne è stato di quello scoppio d’amore? avrei dovuto almeno fargli un cenno, un

 

spalanca la finestra, devo essere stata mancina da piccola, o in un’altra vita, chissà, perché certe cose le faccio con la sinistra, questa per esempio, aprire le finestre, solo con la sinistra, con l’altra non ci riesco, sarà per questo che spesso mi si chiude la gola e non mi escono le parole, dicono che correggere un mancino provochi un cortocircuito tra gli emisferi da cui è difficile salvarsi, da’ un’occhiatina fuori per vedere che tempo fa, se c’è qualcosa nella cassetta delle lettere, mi sento viva solo se qualcuno mi scrive, strappo la busta tremando, come la sorpresa di Pasqua, dovresti capirne il motivo, non è l’auto del sarto, alla sua manca una borchia, ecco, ci avrei giurato, il vento ha rovesciato i vasi, passa gente, guardano qui, la spazzina e il fiorista, perché, poi? scànsati, nasconditi, hai i capelli in disordine, viso gonfio, uno spettro, ieri sera hai scordato di lavarti tanto eri stanca, ormai basta un niente a spossarti, una volta camminavi giornate intere e non un dolore, ti invidiavano perfino i bambini, devi farti vedere, certe malattie cominciano così, e di punto in bianco ti ritrovi in un letto d’ospedale, jungle di cavi addosso, non che mi allarmi, sono morta, sei nata morta, questo devi credere, fànne il più forte dei tuoi pensieri e ogni cosa

 

spegni il lume, dove ho lasciato il pacchetto? ecco l’accendino, ma le sigarette? devi averne conservata una, lo fai sempre, fumare è la prima cosa quando mi sveglio, non sei tu a volerlo, è il sangue, una specie di fame, di bollore, forse in soggiorno, dietro il pianoforte, nel naso del koúros, prendi l’accendino se vuoi evitare due viaggi, mettilo nel taschino, devo avere le mani sgombre per sistemare i libri sui ripiani, tranne quello che non hai finito di leggere, ti servirà stanotte, benché potrei farne a meno, vorrei starmene al centro di una stanza, ferma, occhi serrati, devo imparare a esserci di meno, sempre di meno, sparire

 

il soffitto si sbuccia, bisogna ridipingerlo, potresti farlo tu, stancarsi stende i nervi, bada al tappeto, un orlo dev’essersi curvato, sollevato, non premere le punte, tienle alte, poggiali al bordo della mensola, fa’ spazio con l’altra mano e incastrali bene, non sciupare le copertine, i libri costano, dovrai limitarti ai classici, il resto è pattume, prenderli in prestito, o leggerli in biblioteca

 

il giardino pensile a primavera è stupendo, Malpelo t’aspetta sulla panca in un sentore di muffa e inchiostro, le ginocchia vibrano, scricchiolii nel pieno silenzio, tutti lo guardano, chi ride chi batte stizzito le dita, vermi, quando arrivi tu impietrisce, apre lo schedario e lo gira verso di te mostrando i denti minuscoli incrostati di tartaro, è vergine, lo capisco dall’alito, dagli occhi cisposi, dal cravattino sporco di crema, gli occhiali appannati, il ciuffo scarlatto stabbiato di lacca, quale donna potrebbe toccarlo, anche solo sfiorarlo? arrivi tu e cambia faccia, colore, si trasforma, sembra perfino più grande, chi mi ha mai trattato con tale e tanta

 

dov’è il pacchetto? la prima fu nel sottoscala mentre mamma lucidava i doppieri dell’ingresso, un piede su un piolo l’altro contro la parete, carta da pasta arrotolata con dentro menta origano resti di toscano, aspettavo il tintinnare delle gocce per tossire, poi si mise a cantare una romanza e andai a ruota libera, rigurgitasti l’anima pensando atto dovuto, giusto scotto, da allora mi svegliai tutte le notti per accenderne una, finché sentisti il fumo attraversarti con la dolcezza d’un

 

l’assistente di sala capelli carota voce da basso si siede accanto a te, parlate a lungo di matematica pura, filosofia ermetica, cosmologia, ma soprattutto d’alchimia, la dicono prefazione alla chimica, storie, il piombo da trasformare in oro è una metafora per l’alchimista, mezza paginetta nei manuali, un’infamia, hanno messo al bando l’irrazionalismo, a me piace tempestarlo di domande e a lui rispondermi cincischiando le lenti fra le dita umidicce, intanto mi sfiora il seno con la spalla, la gamba con la gamba, fingi di non capire e lo lasci fare, lo eccita, perciò il timido sceglie l’ingenuo, si sente protetto da chi non legge la paura, a settembre stava per baciarmi, ma poi è successo qualcosa, il direttore ha schiuso la porta e l’ha invitato con un gesto, è schizzato via come se non esistessi, quando è tornato non ha avuto il coraggio di risedersi accanto a me credendomi offesa, io dico bisogna aver rispetto di chi vuole baciarci, c’è un tifone dentro di loro, maremoti, ho visto i denti lampeggiare, l’odore s’è fatto intenso, farfugliava, l’aria era dolce, ho chiuso gli occhi, aperto la bocca, un semitista rosso come lui l’ha chiamato sul più bello, corto, nuca a punta, gemelli d’osso, ricco a milioni, gesti frenetici, desultorî, di colpo la luce s’è spenta, tutti hanno chiuso i libri all’unisono e sono scivolati in fila indiana verso l’ogiva biancolatte del

 

due, grazie al cielo, una sul pianoforte, l’altra fra gli elementi del termosifone, ce ne saranno decine, centinaia, le nascondo per sicurezza e me ne scordo, le trovo secche, giallastre, prendono fuoco in un attimo, sanno d’erba guasta, ma che favola fumare quando credi di non averne e sei rassegnato a girare tutta la città in cerca di, sa mica dove potrei? ce n’è uno aperto, venga, chiuso anche questo, forse il caffè del teatro, il chiosco dello zoo, lo spaccio della stazione, viaggiare insieme, condividere ricerche crea legami profondi, grandi amori, quante amicizie nascono così

 

la prima volta che vidi il sarto fu quando mi strappai la gonna sul filo spinato per scappare da due che mi seguivano strizzandosi le patte, apparve come un fantasma dietro di me, si tolse il pullover e me l’annodò alla vita senza parlare, non potei far altro che starlo a guardare, camminava oscillando nella piazza in penombra e ogni tanto affondava le dita nei capelli più neri del nero, il fiato frequente, affannato, ti prese una mano e ti trascinò dentro, non c’era nessuno, solo un gattino fulvo che frugava le stoffe con gli artigli fasciati in cerca di topi, un commesso smunto sfogliava un atlante in un angolo masticando gallette, qualcuno fece per entrare ma lui sbarrò la porta, poi andò al banco, aprì una scatola gialla, estrasse ago e filo, infilzò la cruna al primo colpo, s’inginocchiò davanti a te e in un batter d’occhio la gonna era più nuova di prima, la stirò per bene coi gomiti, spinse una grata e mi ritrovai in un eden, sotto pergole e tralci carichi di graspi, li vedi? sussurrò come seguitando un discorso interrotto, ogni giorno nasce un viticcio, si aggrappano a qualunque cosa, e quello che non trova niente secca di colpo, mi credi? certo che ti credo, se un organo è inutile si uccide, e gli guardai le mani come se




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