LETTURE
ENZO DALL’ARA
      

Vele di sabbia

 

Presentazione di Antonio Filippetti

Disegni di Lorenza Altamore

 

Napoli, Istituto Culturale del Mezzogiorno, 2011, pp. 86, € 12,00

    

      


di Simone Rebora

 

 

Sono passati oltre quindici anni, da quando Carlo Bo lesse per la prima volta le poesie di Enzo Dall’Ara, sollecitandone vivamente la pubblicazione. La scomparsa nel 2001 dell’insigne studioso, unita ai preminenti impegni come critico d’arte del promettente poeta, portarono a un primo accantonamento del progetto. Solo oggi possiamo finalmente leggere quella silloge, riprodotta nella sua forma originale, con due piccole ma significative aggiunte: al termine, un componimento dedicato alla memoria della madre (che fa coppia con quello dedicato al padre, già incluso nella prima stesura); inframmezzate ai componimenti, le illustrazioni di Lorenza Altamore, compagna del poeta.

“Titanismo dell’immaginario cosmico”: è con queste parole che Dall’Ara definisce la sua poetica. Ma come suggerisce il titolo della raccolta, il suo titanismo si tiene ben lungi da ogni deriva superomistica, privilegiando invece un approccio sofferto alle sue incontenibili aspirazioni, che spesso sfociano nelle più crude disillusioni. Quasi tutti i componimenti sono così strutturati in un doppio movimento, di distensione e riflusso, di slancio e caduta, che rivelano infine l’inguaribile «follia» del suo sogno. Ma le «mansuete vibrazioni / della sera» che «Esplodono in follia» (p. 21), la «Vela di sabbia» che è «la follia» (p. 55), si mescolano alla «superficie esplosiva» (p. 49) delle cose in «un’osmosi furente» (p. 33). L’immaginario non si oppone così al reale, ma vi entra in un rapporto aperto e simbiotico. La con-fusione delle percezioni è sottolineata dal continuo uso dei verbi “di passaggio” (fluire, spandere, fondersi, scorrere), ma soprattutto dalle descrizioni di paesaggi impossibili, sinestetici, in cui non sono solo i sensi a mescolarsi, ma anche le dimensioni. E possiamo così tentare di seguire i vertiginosi transiti dal cielo al mare all’erba agli occhi al sole nello spazio di una sola strofa (E negli occhi una nube, p. 33), ma l’immaginazione stessa, di fronte a questo correre furente delle parole nello spazio, perde il senso del reale, e ne costruisce gradualmente uno diverso, alternativo. Le distanze si annullano, il tempo si rovescia, e presto il sole splende di notte, le stelle nel meriggio, la luna cala sul prato e le nubi si affacciano alla finestra (Al davanzale delle tue parole, p. 39). È questo il naturale preannuncio di un mondo sostanziato di memoria, che guarda «oltre la baia del tempo», in cui «ondeggia corrente di vita» e scivolano «brandelli sospesi del vissuto» (I colori della memoria, p. 53). La sconsolante presa di coscienza che segue inevitabile, è che questo titanismo, capace di fondere in un tutt’uno la più incontenibile diffusione panica, resta rinchiuso nella mente del poeta, che trae il suo maggiore tormento proprio dal viverlo intensamente. Ma è qui che i valori della poesia si attivano finalmente, realizzando dapprima la catarsi, e suggerendo poi la possibilità di una comunione cosmica, per il tramite dell’immaginazione e della parola.

Componimento che ben rappresenta questa condizione è Emulo di Ulisse (p. 21), un viaggio inarrestabile «nelle stanze tormentate della mente». E mentre il poeta resta nell’immota contemplazione di un paesaggio primaverile, la memoria dell’eroe greco (con forti venature dantesche) si fa sempre più presente, finché l’indomito desiderio del mare contagia della sua follia una natura prima calma e gentile, ed «emulo di Ulisse» il poeta si ritrova sospeso «su tralci d’erba / e vigorosa spuma». Il giardino scompare, sostituito dal ruggire dell’onda e dallo «spietato incedere / del tempo». Unica speranza di fronte all’inevitabile naufragio è data da quelle «radici antiche» che il poeta da sempre porta con sé. Radici che riconducono a tradizioni ormai perdute, a miti e storie che rivivono nella pura evocazione del verso. Perché non è solo natura, il tramite d’elevazione: molteplici sono infatti i richiami alla mitologia greca (da Niso a Olimpia, dai riti dionisiaci alle divinità di terra e mare), non per suggerire una teologia alternativa, ma solo per ricordare una sensibilità di percezione un tempo posseduta. E mentre «all’omphalós del verbo e della scienza / tenderanno i giorni delle nuove menti», l’antico canto di Èrato e dell’odalisca (Metamorfosi dell’intelletto, p. 61) potrà rivivere solo in uno spazio fuori dal tempo (e dallo spazio stesso): nella poesia.

Sul piano tecnico, la poesia di Dall’Ara si distingue per numerosi tratti caratteristici. Il verso è spesso breve, ma scandisce limpido il discorso («Si spense una luce / nella notte muta / e l’autunno pianse / gocce di cristallo / sulle foglie dell’orto / ove l’olmo reggeva / la sua tenera vite», p. 51), con risultati eccelsi quando usato per sottolineare un finale («e indietro torno / a cercare orme fossili di verità furenti / sicuro che il domani / sarà figlio / d’indomite età / d’eresia», p. 73), ma forse più discutibili quando adoperato uniformemente lungo tutto lo spazio del componimento (cfr. I labirinti dei sogni, p. 63; Sera di vento, pp. 65-66). Le scelte lessicali privilegiano il tono medio, capace d’improvvise impennate in aulicismi o citazioni erudite. I campi semantici sono volutamente limitati, per favorire l’intento intimistico-evocativo, sfruttando i semplici accostamenti tra ambiti diversi, come il naturale e religioso («Tempio d’ombre / sull’abside di luce / alabastro di sole / sulla cripta d’acqua» p. 19). La costruzione sintattica è piana e lineare, strutturata volentieri in simmetrie e riproposizioni («Fregi sbrecciati / in templi divelti, / gigli neri / muti usignoli. // Echi strozzati / in teatri dispersi, / bianchi cipressi / leoni silenti» p. 55); particolarmente distintivo è l’uso del complemento di termine, tramite analogico privilegiato («e il sogno si libra vivo / al fulgore del mio domani», p. 41; «e la luna l’accompagna / a notte inquieta», p. 65; «furente a disinganni cosmici», p. 67), ma anche funzione dell’inconsueto, che rovescia i comuni rapporti tra l’io e lo spazio circostante: «ove inginocchiammo erbe ai nostri corpi» (p. 69).

Una nota particolare merita infine la veste grafica. Dodici delle trentasei poesie sono accompagnate dalle illustrazioni di Lorenza Altamore: disegni il cui tratto nitido sfuma gradualmente nella suggestione di sfondi indistinti. E la semplice funzione didascalica si apre così a una dimensione simbolica ulteriore, confermando quell’anelito di ulteriorità già vivo nelle poesie. A completare l’opera, la scelta di stampare anche i testi con lo stesso inchiostro seppiato, uniforma ancor meglio la silloge, donando alle parole quella materialità “sabbiosa” che informa l’intero percorso condotto sulle Vele di sabbia.




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