LETTURE
STEFANO GALLO
      

Senza attraversare le frontiere.

Le migrazioni interne dall’Unità a oggi

 

Laterza, Bari, 2012, pp. 236, € 22,00

    

      


di Sergio D’Amaro

 

 

Gli italiani che emigrarono in Italia. Un’analisi.

 

“Non si era mai viaggiato tanto, quando tutto era in pace e in ordine”. Carlo Levi nel suo Orologio così coglieva l’Italia che si stava svegliando dalla guerra e sembrava in preda ad un’euforia in cui speranza e disperazione si erano attorcigliate in un unico vortice di vitalità. Qualche anno più tardi Eugenio Scalfari in un articolo sull’Espresso parlava di un’Italia a macchia di leopardo, in cui le singole realtà locali sembravano “una specie di Belgio o di Svizzera incastrato in un paese molto più vasto, un paese che ci è estraneo, sconosciuto, nemico”. L’Italia viaggiava a suo modo verso la modernità, con una disordinata inquietudine, stanca di ataviche attese, di sottomissioni, di sacrifici. Un paese in marcia, anche se visceralmente attaccato al cordone ombelicale della provincia più dura, così come ce l’avevano fatto conoscere Germi nel Cammino della speranza o Fellini nei Vitelloni.

  

Tra il ’45 e il ’55 cominciava ad espandersi la Grande Migrazione Italiana, quella che in poco tempo avrebbe cambiato il volto di un paese stupefatto delle sue diversità, accomunando larghe fasce di popolazione in uno spostamento epocale verso l’Italia più ricca e industrializzata. Si ripeteva in grande quello che già era successo nell’età giolittiana e nell’età fascista, quando la città era diventata una calamita insopprimibile, andando a confermare il paradigma di urbanizzazioni selvagge e di integrazioni al limite del conflitto. Non solo cambiava l’antropologia dell’italiano, ma anche il paesaggio che per secoli era stato calpestato e variato in mille fogge ne usciva trasformato in tutte le sue direzioni e dimensioni.

  

Ce lo racconta con chiarezza espositiva e puntualità scientifica Stefano Gallo in Senza attraversare le frontiere, uno studio sulle migrazioni interne dall’Unità ad oggi. Il famoso geografo Roberto Almagià aveva appena finito di stilare la sua monumentale Italia (Utet, 1959) che già gli anni Cinquanta avevano voltato pagina con le vecchie fattezze, sicché ci si trovava tra le mani una documentazione che sarebbe andata bene per ricostruire il passato e non il presente. Tale era stata la velocità e tale il precipizio degli avvenimenti che finanche l’acribia programmatoria di Ezio Vanoni aveva previsto numeri notevoli, arrivando tra lavoratori e famigliari a un milione e mezzo di persone in partenza dal Sud al Nord solo nel decennio 1955-1964.

  

L’irruente tsunami del boom economico avrebbe portato poi all’esplosione delle contraddizioni. Negli anni Settanta l’esigenza fu anche quella di riflettere sul recente passato, di ricapitolare la convulsa corsa al benessere. Si ripubblicarono così i lavori pionieristici di Fofi su Torino e di Alasia e Montaldi su Milano, e uscirono anche le analisi sistematiche di Golini, Sori e Anna Treves. Come spesso accade anche nella storia delle vicende private, riassumere i capitoli già vissuti in un quadro finalmente più comprensibile preparò l’avvento di una nuova fase storica. Che è quella che ci tocca sotto gli occhi, con una forte disseminazione urbanistica, con un’emigrazione pendolare, con un concorrente flusso di migranti stranieri.




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