LETTURE
GIORGIO FONTANA
      

Per legge superiore

 

Sellerio Editore, Palermo, 2011, pp. 256, € 13,00

    

      


di Ilenia Appicciafuoco

 

 

 (…) E tu non saprai la legge

ch’io, come tanti, imparo,

- e a me ha spezzato il cuore:

 

fuori del limbo non v’è eliso

 

Elsa Morante, Dedica (introduzione a La Storia)

 

 

 

Per legge superiore, ultimo romanzo di Giorgio Fontana, inizia con dei chiodi.

Non è una metafora e neanche un attacco ad effetto pensato per incuriosire il lettore. Il libro comincia davvero dalla descrizione dei chiodi conficcati nelle mura del palazzo di giustizia di Milano. Pur essendo piccoli e ormai arrugginiti, essi riescono a fare in modo che la struttura non ceda al trascorrere tempo ed alla sciatteria dei materiali che la compongono e delle menti che la edificarono. Tuttavia se nel presente commento al testo i piccoli e ferrosi oggettini non rappresentano un artificio letterario, nelle pagine del giovane scrittore lombardo sono una sorta di allegoria della storia, che vede come protagonista un sostituto procuratore. A questi chiodi infatti è affidato il compito di simboleggiare la fragilità delle legge alla quale gli uomini danno il compito di fare le veci della Giustizia, e che spesso si dimostra niente meno che un edificio imponente, sorretto da arnesi prossimi al disfacimento.

Il sostituto procuratore Roberto Doni ci crede davvero.

Non è un uomo ‘romantico’ e per questo non può permettersi di considerare il proprio lavoro una missione, ma nonostante questo ne accetta di buon grado regole ed ingranaggi, sicuro che, pur non potendo assicurare un sistema perfetto, quella di cui fa parte rappresenta comunque la miglior alternativa possibile al caos. Nessun dubbio sfiora la sua mente di uomo pratico e metodico finché un giorno Elena, appassionata e squattrinata giornalista free-lance, irrompe nella sua vita. La giovane è convinta che Khaled Ghezal, muratore tunisino che sta per essere condannato in appello, proprio da Doni, per aggressione ai danni di una coppia, sia innocente. Tutti, perfino l’imputato, sembrano accettare la decisione che sta per essere presa, una condanna che appare ovvia anche perché il ragazzo non ha un alibi e tutte le persone coinvolte lo indicano come uno degli aggressori. Ma un’altra versione della storia esiste. Per conoscerla, Doni dovrà addentrarsi in una Milano che non frequenta mai. Quella dei negozi di kebab e dei mercatini etnici di via Padova, un quartiere dove alla paura si accompagna un senso di piacevole rassegnazione nei confronti dello scorrere di un tempo che appare dilatato e che permette al protagonista, distante da qualsiasi universo che non sia il suo, di dare una sbirciata a riti e ritmi differenti. E di comprenderli.

Solo due vere passioni accompagnano le giornate di Doni. Una, ‘cerebrale’ per la musica classica. L’altra, ‘viscerale’ per i dipinti di La Tour. Grazie a queste due forme d’arte e soprattutto al modo in cui esse vengono fruite dal protagonista, Fontana sembra voler creare un’altra metafora con cui esplicitare quella che ritiene la differenza fondamentale che intercorre fra Giustizia e Legge.

 

La musica classica era l’unica forma d’arte per la quale aveva un minimo di competenza, e l’unica che coltivava con assiduità. Ma a differenza di alcuni episodi isolati di letteratura e pittura, non provava amore per ciò che ascoltava.[1] (…)

 

Non capiva nulla di pittura, ma da quando aveva visto le sue tele in una mostra a Palazzo Reale, si era innamorato. Gli piacevano per una ragione elementare, ai limiti dell’idiozia: perché erano piene di candele. La luce, nei quadri di La Tour, sembrava sempre qualcosa di fragile – qualcosa che andava protetto.[2] (…)

 

Doni – della cui persona fisica ai lettori è riservata una scarna descrizione, così come scarni sono tutti i riferimenti ai corpi presenti in questo libro – è un uomo fiero del percorso che ha compiuto nella vita, un sessantenne che si pone pochissime domande, che considera come dovuto ogni privilegio, ogni lusso in cui ‘inciampa’ lungo la strada… dal cioccolatino di pasticceria che si scioglie in bocca al termine di un pranzo a base di prelibatezze, al completo da milletrecento euro da provare e poi acquistare senza batter ciglio in una sobria sartoria nel cuore di Milano. E quel vestito, superfluo, scelto quasi per caso nel pigro vagabondare durante un momento di pausa dal lavoro, risulta ancora più allettante per una ragione infantile e quasi inquietante nella sua puerilità: Doni, infatti, sa benissimo che quei soldi corrispondono al compenso che sua figlia, ricercatrice all’estero, percepisce in un mese. Sono questi e molti altri ancora i particolari che fanno di Per legge superiore un libro che, con onestà e profondo senso di osservazione e spirito critico nei confronti della realtà dell’Italia di oggi, restituisce un fedele ritratto dello scollamento semi insanabile che intercorre fra la generazione del ‘padri’ e quella dei ‘figli’.

 

«è un classico», disse Elena. «Lo facciamo tutti. In qualche modo bisogna procurarsi i contatti, no? Se devo mandare un pezzo a una rivista cosa faccio, lo mando alla e-mail info at qualcosa? No, cracko il nome del vicedirettore».

«Pensavo aveste dei database».

«Dei database», sorrise. «Come no. Ho trentun anni e sono una free-lance, dottore. Per campare faccio la libraia part-time alla Mondadori di Lambrate. È già tanto se riesco a pubblicare qualche articolo, altro che database».

Doni valutò la frase. A trentun anni lui era già pretore.

(…)[3]

 

Tutto doveva essere sacrificato in un’unica direzione – quella che aveva ricevuto in dono come un’idea: diminuire le sofferenze, massimizzare le possibilità. Era quello il suo compito nel mondo, il compito di tutti i maschi nati appena finita la guerra. Mettere in piedi una famiglia. Amare con modestia. Rendere giustizia agli sforzi dei padri.

Ora invece era diverso. Era come se con il passare degli anni i suoi desideri si fossero acuiti sempre di più. Quand’era iniziata? Non riusciva a collocarlo nel tempo, ma una cosa era certa: adesso provava un intenso piacere nel vedersi obbedito, nell’esercitare il suo potere con carabinieri e colleghi meno esperti[4]. (…)

 

Fontana, giornalista e scrittore già apprezzato per il saggio La velocità del buio, nonostante i suoi trent’anni, sceglie di cimentarsi nell’analisi della metamorfosi di un personaggio molto distante da lui. Rispetto alla figura di Doni, infatti, quella di Elena – che potrebbe essere quasi un alter ego al femminile dell’autore – è affrontata marginalmente e serve solo come tramite per mettere in moto il cambiamento che per gradi si verificherà nel modo di pensare e di agire del sostituto procuratore. Nessun lettore conoscerà mai gli effetti di questo mutamento poiché Fontana lascia spazio ad ogni ipotesi, scegliendo un finale aperto in cui le conseguenze della scelta possono solo essere immaginate.

Quello che non convince molto in Per legge superiore è forse una carenza di realismo nei dialoghi che non riescono ad rendere un’efficace caratterizzazione dei personaggi. A tratti c’è anche un’eccessiva enfasi nella descrizione degli stati d’animo e delle riflessioni dei protagonisti, che rischia di rallentare il ritmo della narrazione e forse – caratteristica non necessariamente negativa –anche di far sembrare lo scritto un saggio piuttosto che un romanzo.

Ottimo il ‘rapporto’ che l’autore stabilisce con la città in cui l’azione si svolge. La Milano vituperata e resa spesso grigia dalla maggior parte degli scrittori che l’hanno utilizzata come teatro delle loro storie, qui è circonfusa di sole, di acquazzoni che sussurrano l’arrivo della bella stagione, di immagini di quiete che suggeriscono un’atmosfera quasi da inizio secolo. Con le sue descrizioni appassionate Fontana ci svela le meraviglie del centro ed i colori della periferia, riuscendo a sconvolgere completamente la cornice entro cui sembra tradizionalmente imprigionata questa metropoli.         

 

   

 

 

 



[1] G. Fontana, Per legge superiore, Sellerio Editore Palermo, 2011, pag. 55

[2] Ivi, pag 27

[3] Ivi, pag. 46

[4] Ivi, pag. 56




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