INTERVISTE
JEAN FLAMINIEN
Il poeta preserva
la luce della verità


  
A colloquio con l’autore francese, attualmente residente a Madrid, venuto in Italia per partecipare ad un convegno ai Castelli Romani. Nei suoi trascorsi un’attività di diplomatico, ma anche una conoscenza e la pratica della meditazione orientale. La sua visione poetica postula una scrittura che si divincoli dalla alternativa razionale/irrazionale e che sappia con i suoi mezzi fragili che sono, poi, i più forti, esplorare il mistero e arricchire di suggestioni e sensibilità la vita dello spirito.
  



  

di Vincenza Fava

 

 

Premessa

Lo scorso 21 aprile, in occasione del convegno “Preservare la luce”, Jean Flaminien è stato ospite ai Castelli Romani. Il poeta, arrivato a Roma da Milano in treno accompagnato dalla traduttrice Marica Larocchi, è stato così accolto e intervistato in una caffetteria prossima alla stazione Termini attraverso precedenti accordi presi con l’organizzazione. L’intervista, a dire il vero, pur essendo stata indirizzata alla mia persona, sia per coincidenze d’impegni che per una più opportuna e approfondita conoscenza della lingua francese, l’ho subito girata a Vincenza Fava. Purtroppo, come si sa, gli imprevisti  sono sempre in agguato. Pertanto all’ultimo momento sono stato io a dovermi recare in tutta fretta ad effettuare l’intervista portandomi dietro qualche appunto preparato da Vincenza e copia del comunicato stampa per poi, strada facendo, redigere un schema per l’incontro. Spero di essere stato un buon sostituto e all’altezza della situazione. Naturalmente ho registrato il tutto e passato le bobine dell’incontro a Vincenza che ha realizzato e firmato il lavoro. Resta il ricordo di una piacevole conversazione, sia pure vissuto nello stress dell’imprevisto che comunque getta nello scompiglio, ma con tutta la familiarità e il calore di cui è capace una figura autenticamente poetica come lo è Flaminien. Sta di fatto che i circa quaranta minuti trascorsi insieme mi hanno in qualche modo distratto dalle quotidiane incombenze per portarmi in un mondo senza tempo, quel mondo di cui solo la poesia è capace. Altrettanto generoso e disponibile è stato l’apporto a interloquire di Marica Larocchi nel dare ulteriori commenti e spiegazioni a entrambi tanto in italiano quanto in francese. Di fondo resta il rammarico di non aver condotto questa intervista in lingua spagnola, attraverso la quale, soltanto alla fine, con Flaminien ci siamo resi conto che avremmo potuto condurre un dialogo più diretto. Eravamo comunque già ai saluti e agli scambi dei relativi biglietti da visita con un arrivederci alla sua Madrid, città dove attualmente risiede.  (Enrico Pietrangeli)

 

 

***

 

Un’area come i Castelli Romani è, a tutt’oggi, caratterizzata di una vivida natura, ricca di storia e tradizioni misteriche. Non è un caso, dunque, che si effettui qui il suo convegno?

 

Sono già stato a Roma, ma è la prima volta che vengo ai Castelli Romani. Sì, è vero, ho un rapporto molto particolare col mistero ed in particolare con la poesia italiana che mi ha sempre affascinato, è quella a cui mi sento più vicino. Infatti non è un caso che io mi trovi qui… La mia famiglia ha abitato in Italia a Rimini nell’Ottocento. E non è un caso che  Rimini sia collegata a Roma dalla via Flaminia e io mi chiamo Flaminien…

 

La sua è un’esistenza a contatto con l’ambiente fluviale e la foresta. La natura è, pertanto, da considerarsi parte integrante nella sua poesia?

 

Sì, è vero. La poesia è venuta a me per osmosi. Ho vissuto molto in solitudine, soprattutto nel periodo adolescenziale che ho trascorso tra il fiume e la foresta.

 

Esiste ancora una poetica possibile nell’epoca del catastrofismo ecologico?

 

La catastrofe esiste dall’origine dei tempi così come la poesia, quindi  vivono insieme. Catastrofe e poesia sono strettamente collegate, convivono e giustamente questa convivenza può essere vista in un modo nuovo e diverso. Heidegger diceva “perché i poeti attendono impazienti?” e lui rispondeva “perché inseguono la traccia degli dei in fuga” ed è esattamente questa la nostra più grande problematica: reintegrare il cuore nella realtà umana.





Jean Flaminien


“Preservare la luce” è dunque, al di là dei tempi, qualcosa di ancora possibile e attuale?

 

Ognuno di noi lo fa individualmente, io come gli altri sono una persona che si fonde nell’io universale; il mio io, il vostro io è lo stesso, il mondo intero delle cose passa attraverso di noi, bisogna quindi ora avvicinarsi il più possibile a tutte le qualità encomiabili della poesia per imparare semplicemente a vivere con gli altri e con l’umanità.

 

Luce come caos primordiale e concetto di epurazione… creazione come divenire… come interporre la poesia tra evoluzionismo e creazionismo?

 

Questo è un altro problema perché sono teorie e la poesia sfugge ad ogni teoria, ma d’altra parte la poesia stessa ha un processo storico. In un certo momento della storia la poesia era la Natura oppure in un altro periodo apparteneva all’organizzazione prodigiosa del  mondo, quindi si definiva in rapporto a un’idea di Dio stabilita dalla Chiesa facendo sì che il mondo fosse rivolto interamente o al cielo o alla terra e il resto non era che puro “fenomeno”. La scienza e il tempo hanno dimostrato che la poesia è un’altra cosa. Partendo da  studi scientifici si è scoperto che esiste un’evoluzione del pensiero, che l’uomo vive sfruttando solo il trenta per cento delle sue effettive possibilità, in particolare le possibilità del nostro spirito, quindi il nostro spirito non è ancora risvegliato e penso che oggi la poesia valga molto di più di quello che potevamo immaginare un tempo sul risveglio dell’uomo perché non solo ha qualità proprie, che ancora non conosciamo del tutto, ma vive anche grazie all’eredità della filosofia. Negli ultimi testi Wittgenstein scrive, ad esempio, che talvolta la filosofia non dovrebbe essere scritta come poesia, ossia tutto quello che è troppo razionale è totalmente escluso dalla poesia ed incluso invece nella filosofia perché, ciò che è troppo razionale, fa scomparire la poesia. Questo accade per dare più forza e risalto alla sensibilità di ogni essere umano e la sensibilità più naturale resta la poesia.

 

Tutto ciò che è troppo razionale esclude la poesia, ma c’è comunque una connessione tra filosofia e poesia, c’è sensibilità, spiritualità e, sempre a proposito di natura, c’è una visione panteistica, sciamanica per alcuni aspetti, da ricondurre come filo conduttore di una certa poetica?

 

Ci sono poeti che hanno lavorato essenzialmente su questo. In Francia,  ad esempio, Henri Michaux si dedicò allo studio sciamanico degli allucinogeni in una clinica, in particolare alla mescalina per esaminare scientificamente la reazione dei neuroni e le loro funzioni condizionate dall’assunzione controllata di droghe. Evidentemente una gran parte dello sciamanesimo è legato all’uso di tutto ciò che c’è in natura anche con risvolti estremamente pericolosi, ma i riti sciamanici sono stati pilastri fondamentali per la poesia.

 

Mi viene in mente un cliché, i Paradisi artificiali di Baudelaire, progenitore dei tempi moderni…

 

Sì, certamente. In un certo periodo storico scompare la Musa. La Musa che aveva accompagnato la poesia per tanti secoli ad un certo punto scompare e viene sostituita dalla poesia come compagna, come fosse una persona innamorata, come qualcuno che è poi l’io nascosto, qualcuno nascosto dentro di noi, e quindi diventa più difficile scoprire la poesia e farla parlare. La poesia è un processo ed è per questo che è totalmente in divenire e in questo momento più che mai. Adesso è più che mai trascurata e abbandonata, la si impronta a qualcosa d’altro tanto che non si sa cosa sia oggi, quindi nella società attuale è completamente minimizzata. Ebbene è proprio adesso che potrebbe essere più efficace, perché nella vita dello spirito è sempre stato così, è nel momento della negazione che si può trovare alla fine una luce, una verità.





La società attuale appartiene sempre più ad una matrice materialista, in questa realtà, al di là della poesia, c’è un divenire ulteriore che porterà ad un concreto cambiamento?

 

Mi viene da pensare a questo periodo di narcisismo collettivo come qualcosa di molto lontano dall’assoluto, direi che è impossibile in un narcisismo collettivo rivolgersi verso un assoluto, qualunque esso sia. Ma la poesia lo può fare, con i suoi strumenti che sono i più poveri, i più fragili e proprio perché sono i più poveri e i più fragili saranno i più forti. Oggi non si dice mai che ci sono parecchi lettori di poesia, lettori molto attenti. In realtà ce ne sono tanti. Sicuramente non si può fare un paragone con i grandi romanzieri che vendono molto e sono molto letti. Ma c’è gente molto sensibile alla poesia in tutto il mondo.

 

Come conciliare la poesia con la carriera diplomatica?

 

C’è un mistero nella poesia. Ci sono momenti della nostra vita in cui non si è sempre del tutto permeabili alla poesia. Senza dubbio, il periodo dell’infanzia per me è stato il momento in cui avevo un legame totale con la poesia senza saperlo, ed era talmente forte che non me ne rendevo conto, ma l’ho scoperto più tardi. Quindi ho trascorso molti anni della mia vita ad avere un’idea falsa della poesia come la maggior parte della gente. Continuavo a leggere poemi ma con delle tare molto grandi. Non ho fatto carriera perché detesto entrare direttamente in una dimensione per poi restarvi. Completati gli studi ho fatto il diplomatico, è vero, ma è stato per un periodo, una parentesi della mia vita, mai avrei voluto restare ingabbiato in qualche cosa. Ed è così che ho ripensato alla lezione dell’infanzia, alla meditazione inconscia che ho avuto sull’acqua e che mi ha portato a non volermi sentire prigioniero di nessuno… ed è così che sentendomi libero per molto tempo ho scoperto ed ho incontrato la poesia. L’ho incontrata da piccolo senza saperlo e l’ho incontrata molto più tardi sapendolo… E questo penso che sia un incoraggiamento per tutti… perché tutti, leggendo, possono scoprire il rapporto profondo che possono avere con la poesia anche senza saperlo. Bisogna sicuramente leggere molto, restare in rapporto con lo stupore, bisogna restare nel silenzio per essere in meditazione. E ciò ci riporta a tutta la tradizione orientale che è fatta anche per noi, è stata lontana e separata per molto tempo dal nostro pensiero, ma è parte integrante della nostra vita. Credo quindi che questa integrazione del pensiero orientale con il pensiero contemporaneo stia creando un’apertura completamente nuova del pensiero.

 

Quali rapporti ha avuto con altri poeti e, in particolare, con la poesia e la filosofia orientale?

 

La maggior parte dei rapporti che ho avuto è stata con gli occidentali, con grandi poeti francesi e anche con grandi poeti italiani come Zanzotto, Augusto Blotto, Cesare Greppi ed Antonio Rossi. Con gli artisti orientali non ho avuto legami diretti. Ho frequentato seminari dove ho imparato a respirare e a restare solo con me stesso per intere giornate, cosa molto difficile per il nostro corpo occidentale che, dopo alcune ore, comincia a percepire la stanchezza. Ma nel momento della debolezza si deve annullare l’idea della fatica e cercare di entrare in un altro campo che è quello spirituale. La meditazione per ore e giorni ci permette di entrare in un’altra realtà in cui si supera la dimensione del tempo. Ho conosciuto e sperimentato quindi la meditazione sul piano personale, ma non ho mai avuto rapporti diretti con filosofi o poeti orientali se non attraverso la lettura.

 




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