FILOSOFIE DEL PRESENTE
ATTUALITÀ O NO
DEL COMUNISMO
Tempi di catastrofe, tempi interessanti


      
Considerazioni a largo spettro sulla crisi contemporanea e sugli striscianti rilanci teorici dell’utopia rivoluzionaria a oltre vent’anni dal fallimento del socialismo sovietico. Intrecciando i pensieri di Boris Groys e Rita di Leo, di Slavoj Žižek, Toni Negri e Noam Chomsky. Per poi planare su Lenin che in tempi di smottamento globale (la Prima Guerra Mondiale) simili al presente, riesce ad elaborare una filosofia politica e una politica all’altezza della gravità della situazione, basata sulla ‘urgenza del momento’, in opposizione alle tattiche prudenziali e rinunciatarie dell’Internazionale socialdemocratica.
      



      


di Stefano Docimo

 

 

Algo-Mondo

 

Il mondo governato dagli algoritmi

riporta ogni pròblema al ritmo

di una perfetta soluzione algebrica

Processi di calcolo per dati input e output

che s’implementano nello spazio informatico

che ormai regola ogni piano dell’agire collettivo

dai movimenti (e criminogeni) dei mercati finanziari

agli amorosi incontri (e sessuali) combinati

tramite impassibili (e impossibili) ciber-sistemi lineari

 

Il mondo governato dagli algoritmi

non conosce Algos, il gran dio dei dolori

che ci fa umani oltre le equazioni incognite,

anestetizza ogni operazione di vita

lungo sequenze tecnocomplesse

che reificano l’essere ed escludono

il compito di esprimere la bio-diversità

 

Il mondo governato dagli algoritmi

attiva motori di ricerca basati su modelli

matematici onnipotenti e onnicogenti

che ormai eterodirigono pure coloro

che li hanno proditoriamente inventati,

ma se tale rivelazione si rovescerà,

per auspicabile abreazione, in auto-riconversione,

in ego-motivazione senza computazione, non so

 

Nel mondo governato dagli algoritmi

io so che non c’è una scatola nera di istruzioni d’uso

contenente i segreti codici del vivere

La velocità quantica dei numeri non risolverà

la basica lentezza della specie a prendere atto

della propria antropica e sgangherata atipicità

Così, balleremo analgoritmicamente

sulla nostra e genetica disfunzione

Ché ride e soffre, bestemmia e prega in noi

l’eterno e insatanato scimmione

 

(M. Palladini, Algo-Mondo)

 

 

Eventualità residuali, dentro il vortice immoto del tacere

 

ora che la tabula rasa non è più una metafora felice

ma un processo accelerato di dissoluzione (materiale

& percettiva) dei volti, delle maschere, dei pensieri

su misura (moltiplicando) – palpabile & visibile, impalpabile

& invisibile nelle parole & nelle cose, può forse far bene

alla salute (sottraendo) & a tutta l’arte del vivere, chi sa,

chi lo sa mai, ripensare a contrappelo alle parole

& alle cose, alle cose dentro le parole & alle parole

dentro le cose (moltiplicando) (sottraendo) secondo

un criterio da insiemi di intensa intensissima articolazione

interna come flussi alterati di molecole – anche duramente

relazionata con tutto l'esterno intus et in cute che è

il mondo la psiche gravata di caos nella sua crepitante

variabilità (sottraendo, moltiplicando), potenzialità

soffocate, promesse ammazzate in culla

vogliamo dire:

 

                                     premesse forse sistematicamente rimaste

senza nessuna verosimile speranza di prendere forma

che sia finalmente sostanza, nell’aria, nella luce

dell’occhio, tra le mani, nelle connessioni della mente

(moltiplicando), in compagnia dei propri simili

da non schiacciare come lombrichi, possibilmente

– sottraendo al contrario tutta la parte livida dei rapporti,

dal confronto, tutta la cancrena il malessere purulento

della compravendita, per poter passare quando che sia

a un’equa distribuzione dei pani, dei pesci & delle tecnologie

superiori, in un giorno magari senza ombre, con l’acqua

dei mari tornata alla giusta salinità (buona ossigenazione,

limpidezza non equivoca) – sana provocazione

di una storia possibile impegnata a fare i possibili conti

con la natura, che (moltiplicando o sottraendo) è inutile

far finta abbia smesso di esistere; ché esiste e resiste,

invece, piena oramai di furore & spalancata la sua tavola

dei diritti & dei doveri, dico: anche mentre sto, qui & altrove,

elaborando i miei lutti, le mie lotte, le mie lotterie

da mezzo-morto...

 

(M. Lunetta, Identificazione biometrica)

 

***

 

In volo per Mosca, seduto accanto a Lunetta, che sciabordando un notes improvvisato, mi chiede delucidazioni sul lemma invidia, un sentimento da lui mai provato: tanto per trasecolare un po’, in un emiciclo forse strabordante, certo informale, stralunato. Gli chiedo anch’io di risparmiarmi, mentre sorvoliamo il kuore dell’impero, mescolando memoria e desiderio, in quell’aprile smagato e avaro di vertigine: un’ondosa cabina carlingata, come la carena fluttuante della nave Argo, sospingendo il finale della farsa: “... alla fine di quel | principio appena iniziato e subito interrotto, in quel | sospetto pesante di tramonto corrotto e di deriva, | stiva di un bastimento paralizzato, nel cuore dell'impero.” [1] Infatti, “Chi mai poteva supporre, in coscienza, che quel team | bizzarro e stralunato di italjànski pisàteli, caduti | come foglie o come sassi sulle colline Vorobevy, passeri | o pavoni, va’ a sapere, piovuti da chissà dove | nel cuore dell’impero, con molta scienza e scarsa | pratica di glasnost & perestroika, tutta loica, passione | e depressione, forniti di nomi e nomignoli, ancor meno | credibili delle loro facce, in realtà nascondesse | senza lasciare troppe tracce, una temibile banda | di giocatori di biliardo, sguardo obliquo e miope, | pericolosa a sé e agli altri, specie | dopo il tramonto?” E poi: “... la banda dai nomi metà piani metà sdruccioli | da usare come pròtesi sgorbiate, si muoveva in un vuoto | pneumatico, in una scatola scenica, da attori o da | sequestrati, nel cuore dell’impero, nel tepore | da cuccioli, nel respiro di farfalla di Katia e Lada, | in una taboga di sfacelo, nel verde, nell’umido, | nella chiacchiera, nel vento.” E ancora: “... compagnia delirante, plotone | sperduto di balordi giocatori di boccetta truccati | da poeti, nel cuore dell’impero, iato incongruo in una | storia zoppicante. (li si vede anche ridere, o | sorridere. li si vede, più di rado, di fretta, accigliati | al bordo del biliardo, stecca in mano, occhio | all’angolo sordo, alla sponda smunta e ottusa, in una | smorfia press’a poco delusa. sono, pesanti di pasti | troppo lauti, controfigure di astronauti | fuori allenamento: sembrano aspettare qualcosa che | li colga di sorpresa, chi sa).” [2]





Piero Gilardi, Suoni mutevoli, 2012


Credo bastino questi versi lunettiani a rendere il farsesco, ma anche il frasario sghembo d’una palinodia che a distanza di 8.036 giorni da quella data[3], continua ancora oggi a pulsare, nonostante la fine grottesca sia alle spalle; ma proprio per questo l’aria – come l’arte – si è fatta ancora più irrespirabile, malsana: tant pis! Ricostruire la memoria significa dunque ricostruire il comunismo, d’emblée; ma se al vuoto di memoria, e di senso, dobbiamo far corrispondere il senso pieno della memoria, non possiamo che rivolgerci oggi, e qui, chez nous, la domanda, posta invero con urgenza tale da non ammettere ulteriori raggiri: se a quella cerimonia di sepoltura,[4] oltre alla partecipazione “delirante” dei suddetti, dopo poco più di un ventennio, non si sia già rovesciato il piatto: possiamo, ancora adesso, continuare a non dirci comunisti? E che significato può avere, allora come oggi, questo “impronunciabile”, nauseabondo, quanto mai noioso lemma bifronte?[5] Slittamento, tra un’insieme di dottrine teorico-politiche, riconducibili grossomodo a Marx, e l’“utopia realizzata” dei regimi comunisti come quello sovietico, interpretata come un tradimento della prima, danno infatti luogo ad un fenomeno “tutto sommato originale” di un comunismo che si osserva dall’esterno.[6] Così come non aiuta in proposito la rubricazione dello stesso sotto la voce “totalitarismo”, tanto per chiudere in tutta fretta, nell’archivio  di una “modernità” anch’essa derubricata, un’esperienza tutt’altro che compiuta, da compiere: “L’homo sovieticus, di fronte al crollo del progetto staliniano di uscita dalla storia del mondo, dapprima cercò di rientrare nella storia”, rendendosi improvvisamente conto con orrore “di essere fuori del comune contesto mondiale”, non possedendone più il linguaggio; in seguito “scoprì di colpo che la storia non esisteva più e non c’era nulla da recuperare”.[7] Il cambio troppo rapido di scenario, anche se di fatto è corrisposto ad un cambio generazionale, non basta però a render conto della furia con cui si è voluta soffocare ogni istanza di avanguardia. La modenità pare essersi annidata, nascosta in mille rivoli secondari, per averne avuta troppa, di visibilità, o piuttosto, troppo poca: “E come ogni utopia moderna, vuole volgere il progresso contro se stesso, arrestarlo con le sue stesse forze, restaurare con i mezzi della tecnica il paradiso naturale che la tecnica ha distrutto”.[8]

Il comunismo è stato dunque, a detta di cinismo, quel “romanzo fantastico”, come nel racconto di Marco Palladini, Il comunismo era un romanzo fantastico, che regala il titolo all’omonimo libro: “Vi siete inventati del comunismo una storia ideale e idilliaca che non corrispondeva minimamente alla realtà, il vostro comunismo era un romanzo fantastico.”[9] L’implosione del sistema sovietico è stata tragicomica, un qualcosa tra Gogol’ (e non Google) e Oblómov di Gončarov; una fine diversamente gloriosa, con la deposizione del fantasma nelle mani del Capitale. In tal modo accelerandone, a ben vedere, l’oggidiana displasia, con un atto d’involontaria, forse subliminale perfidia:  un messaggio che avrebbe cancellato, in un sol colpo, la dialettica dalla superficie del Pianeta. Lasciando la vittoria temporanea ad un liberalismo scatenatosi in ultra-liberismo; ma in un reale divenuto inaspettatamente deserto. Né valgono, contro un pensiero unico dominante, le paranomasie messe in campo da un Marx “indebolito” in una sorta di catacomunismo “ideale”, prefigurato da Vattimo in Ecce comu: “Il comunismo reale è morto, viva il comunismo ideale”[10]. Più convincente la conclusione di Rita di Leo, così enunciata: “A vent’anni dalla fine dell’esperimento profano il destino dei suoi filosofi-re, dei suoi intellettuali, tocca anche noi. Difatti la conseguenza più pesante sta nel clima culturale in cui ci troviamo noi europei. La cultura politica, che da Platone sino agli ultimi decenni, aveva saldamente tenuto banco, è in macerie. Ha vinto e si va diffondendo una cultura che si fonda molto più sul saper contare che sul saper pensare. Ricerche empiriche di grande rigore scientifico, sondaggi su ogni smuovere di foglia, interviste a campione, analisi testuali, matrici e algoritmi forniscono la base dell’agire di oggi.” E ancora, di seguito: “Difficile trovare qualcuno che rifletta da solo su ciò che vede, per poi ricavarne idee per tutti. Viviamo in un mondo senza idee giacché quelle di ieri vengono considerate superate. Chi le considera obsolete offre dati empirici sostitutivi, ma appunto è senza idee, proprio come chi ha perso: la differenza è che non ne sente la mancanza.”[11]

Ma per altri aspetti, ritornando al libro di Groys, possiamo notare come il postmodernismo russo, tendendo a diversificarsi sensibilmente da quello occidentale, sia sul fronte del progresso, che non intende frenare, alla stregua degli «scrittori contadini» come avviene nell’ideologia ufficiale: “Questa ideologia, che si preoccupa della conservazione del popolo russo, e del suo modo di vita tradizionale, come se si trattasse non di persone adulte, ma delle tartarughe delle Galapagos, è di per sé utopistica (...) Ma, come si è già detto, l’ambizione di fermare il progresso era già stata l’impulso iniziale dell’avanguardia russa e in ogni caso costituiva il pathos fondamentale dello stalinismo, che come è noto voleva trasformare la Russia in una «città-giardino» sulla base delle «tradizioni autenticamente popolari, nazionali»(...) Per l’arte russa degli anni Settanta-Ottanta questa totalità dell’orizzonte ideologico, contrapposta alla fede dell’avanguardia nella possibilità di un suo sfondamento, si identifica costantemente con l’impossibilità di spezzare il circolo chiuso dell’ideologia sovietica dominante”[12]. Se, dunque, ad un comunismo che si guarda dall’esterno, ad un comunismo “finito” che sembra essere “fuori” del comunismo, oggi qualcuno si richiama, sia quando parla de «Il comunismo ritrovato» da parte di chi non si è mai dichiarato tale, per “Tornare al marxismo dopo l’esperienza della sua imperfetta (eufemismo) realizzazione nell’Unione Sovietica si può e si deve, facendo tesoro di quella esperienza”;[13] sia quando si tenta una definizione “ontologica” della “moltitudine”, come nome di una immanenza, come concetto di classe, di una potenza: come la carne della moltitudine trasformata nel corpo del General Intellect[14] viene a mancare quella visione retrospettiva che fa dire a Groys: “Fino a che l’uomo vive nelle condizioni imposte dall’economia capitalistica, rimane fondamentalmente muto, poiché il suo destino non gli parla. (...) Solo quando il destino non è più muto e non domina solo sul piano strettamente economico, ma al contrario viene formulato sin dall'inizio a livello linguistico e deciso a livello politico – come nel caso del comunismo –, allora l’uomo diviene un essere che esiste nel linguaggio e per mezzo del linguaggio. (...) Se ora si chiede se il regime nella ex Unione Sovietica potesse essere inteso come regime comunista – e questa domanda appare inevitabile se oggi si vuole parlare di comunismo –, alla luce della definizione sopra indicata, la risposta a questa domanda è sì.”[15]

 

Ma la laicità non è facile, comporta una certa dose di nomadismo, non facile da digerire, justement privata di quello che Schiaccitano, nel postfare L’isterico sublime, chiama il depositum fidei della dottrina ortodossa (credere)[16]; involontario rimando al successivo Credere di Slavoj Žižek che, con una svirgolata sublime segna quei territori dialettici, ai margini d'un testo-chiave, irrituali quanto devastanti, sia per una cultura dell'understatement postmoderno, che per i rituali funebri d'un cristianesimo "perverso" nel suo stesso funzionamento: "E questo è ciò che la versione perversa del cristianesimo ci spinge a fare: tradisci il tuo desiderio, compromettine l'essenza, quello che conta veramente, e sei libero di concederti tutti gli insignificanti piaceri che stai sognandoti nel profondo del cuore!"[17] Oppure, con riferimento alla scena-padre: "se è proibito mangiare dall'albero della conoscenza nel Paradiso, perché, per prima cosa, Dio ce ne ha messo uno? Non è che forse tutto ciò faceva parte della sua strategia perversa, dal sedurre Adamo ed Eva fino alla cacciata dal Paradiso, per poi salvarli?"[18] Come si può vedere, qui Žižek, sia detto per inciso, si guadagna tutt'intera la fama di filosofo pop, anzi di "superstar slovena del marxismo pop"[19], che non va tanto per il sottile. In un libro su Lenin paragona la disastrosa esperienza della sinistra oggi a quella in cui si venne a trovare Lenin nell'autunno del 1914 "quando tutti i partiti socialdemocratici europei (con l'encomiabile eccezione dei bolscevichi russi e dei socialdemocratici serbi) sposarono la «linea patriottica» ‒ e Lenin fu addirittura indotto a pensare che la copia del «Vorwaerts», il quotidiano del Partito socialdemocratico tedesco che riportava il voto favorevole alla guerra del SPD al Reichstag, fosse un falso della polizia segreta russa destinato a scoraggiare i lavoratori."[20] Qui è interessante notare come la prosa di Žižek, che solitamente predilige i grandi scenari, le panoramiche a 360°, improvvise zumate sul soggetto, per poi allontanarsene con altrettanta rapidità, sia costretta ad una frenata, a verticalizzare il suo fiato epico; quasi che la figura di Lenin imponesse al narratore ostacoli che paiono insormontabili, fermando la mano al pittore agiografico, spingendo ancora una volta a dipingere in modo iconoclasta: “E se invece ci fosse un’altra storia da raccontare su Lenin?”[21]





Lughia, Peso specifico, scultura, 50x60x40, 2010


Tanto che, mentre la di Leo, nel saggio citato, a proposito di Lenin ci ha abituato ad una formula suggestiva quanto usuale parlando di “filosofo-re”, Žižek sembra intenzionato a demolire l’immagine troppo statuaria che emergerebbe dall’accostamento di quei due termini; così nel capitolo intitolato Tra due rivoluzioni leggiamo: “Lo shock del 1914 fu ‒  per dirla con parole di Alain Badiou ‒ un désastre, una catastrofe in cui un intero mondo veniva risucchiato e scompariva: e non si trattava solo dell’incondizionata fiducia borghese nel progresso, ma anche del movimento socialista che di quel sogno condivise il percorso. Lo stesso Lenin ‒ il Lenin di Che fare? ‒ non aveva letteralmente più terreno sotto i piedi”[22]. Il termine tedesco è Verzweiflung, mentre questa catastrofe (il termine italiano ricorre più volte nella traduzione di questo primo capitolo) è stata tale d’aver creato le condizioni, la possibilità stessa, per l’evento leninista, “per spezzare lo storicismo evoluzionista della Seconda internazionale. E Lenin era il solo a essere davvero all’altezza di una tale apertura, il solo in grado di articolare la verità della/dalla catastrofe. Attraverso questo tipo di disperazione era nato il Lenin che, passando per il détour di una lettura serrata della Logica hegeliana, poteva davvero cogliere l’unica chance per la rivoluzione. Ed è fondamentale ribadire la centralità della «teoria pura» nel più concreto e materiale dei conflitti politici, oggi che anche un intellettuale engagé come Noam Chomsky preferisce sottolineare come la teoria si riveli irrilevante nelle lotte politiche di emancipazione”[23]. Che, se si volesse poi procedere ad una verifica testuale, e portare come esempio la “famosa lettera” citata da Žižek, in realtà un “biglietto” scritto da Lenin prima del 5 (18) luglio 1917:

 

BIGLIETTO A L.B. KAMENEV

 

Al compagno Kamenev

 

            Entre nous: se mi fanno fuori, vi prego di pubblicare il mio opuscolo: Il marxismo e lo Stato (rimasto a Stoccolma)[24].

            È un quaderno rilegato, con una copertina azzurra. Tutte le citazioni di Marx ed Engels, così come quelle di Kautsky contro Pannekoek, sono state raccolte. Vi è una serie di note e di osservazioni, di formulazioni. Penso che si possa pubblicare in una settimana di lavoro. Lo considero importante, perché non solo Plekhanov,  ma anche Kautsky  

h a n n o   i m b r o g l i a t o   i l   t u t t o. 

Condizione: tutto questo resti assolutamente entre nous![25]

 

Si vedrebbe un capo, un intellettuale, un rivoluzionario, ma anche l’autore-clandestino d’un testo come Stato e rivoluzione, che porta come sottotitolo La dottrina marxista dello Stato e i compiti del proletariato nella rivoluzione[26]. Vale la pena qui di riportare per esteso il poscritto alla prima edizione:

 

            Il presente opuscolo fu scritto nell’agosto-settembre 1917. Avevo già preparato il piano di un VII capitolo: L’esperienza delle rivoluzioni russe del 1905 e del 1917, ma all’infuori del titolo non ho avuto tempo di scriverne una sola riga; ne fui «impedito» dalla crisi politica, vigilia della Rivoluzione d’ottobre del 1917. Non c’è che da rallegrarsi di un tale «impedimento». Ma la seconda parte di questo opuscolo (L’esperienza delle rivoluzioni russe del 1905 e del 1917) dovrà certamente essere rinviata a molto più tardi; è più piacevole e più utile fare « l’esperienza di una rivoluzione » che non scrivere su di essa.

 

Pietrogrado, 30 novembre 1917

                                                                                            L’Autore

 

 

L’occhio tecnologico žižekiano, nel proporre un piano-sequenza sulla figura dell’intellettuale e del rivoluzionario, ne coglie il coinvolgimento “esistenziale” a partire dalle “ceneri della catastrofe” del 1914, dove, nella sua definitiva resa dei conti con l’ortodossia della Seconda internazionale, prende corpo quel “nucleo dell’utopia leninista (...) nell’imperativo categorico di abbattere lo Stato borghese, e cioè lo Stato in quanto tale, per dar vita a una nuova forma di ordine sociale, senza eserciti, polizia e apparati burocratici permanenti, e dove invece tutti fossero direttamente coivolti nella gestione collettiva della vita politica”.[27] Ma Žižek, non dimentichiamolo, nel dare alle stampe Tredici volte Lenin, si pone lo scopo di sovvertire il fallimento del presente[28]. Restando alla traduzione italiana, è chiaro, dunque, come la tesi sostenuta da Žižek, con solide argomentazioni, sia quella di “tornare a Lenin, al Lenin di Stato e rivoluzione” con un gesto che lega direttamente l’esperienza disastrosa del 1914 con “il fallimento del presente”, determinato oggi dalla crisi globale, poco più che un decennio dallo spartiacque di quell’11 settembre che sembra aver risucchiato in un imbuto non solo simbolicamente quel che restava ancora in piedi della modernità, a ridosso del quale Žižek lancia il suo allarme, la sua risposta al Che fare?

 

Se infatti la sinistra non riesce a capovolgere più nulla, senza neanche provarsi a immaginare scenari diversi, senza sentirne l'urgenza, in un tacito assenso ad un mondo dominato dalla macchina del capitale, dalle sue tecnologie, dai suoi mercati, anche quando appare evidente la condanna a morte del pianeta, delle sue popolazioni e dell’ecosistema che dovrebbe garantirne la sopravvivenza, oltre che della sua economia, del suo sistema di relazioni sociali, di tutto ciò che ancora resiste alla distopia sotterranea che lo inghiotte, tra l’indifferenza generale e i soprusi d’una classe politica cancellata dalla storia, non resta che prendere atto della natura paradossale delle difficoltà,  che impongono uno spartiacque tra un prima e un dopo, dal momento che "i problemi sopravvenuti «parlano» contro (para) il comune sapere (doxa)” che dunque va cambiato. Non basta, dunque, rimboccarsi le maniche, agire come sappiamo fare, ma con maggiore determinazione: occorre spingersi al di là dei limiti della cultura di cui siamo depositari[29]. Occorre cambiare se stessi, assecondando l’urgenza del momento, la sua frattura paradossale col passato recente, o, per dirla con le parole di Žižek: “Questa urgenza del momento rappresenta la vera utopia leninista. E proprio da questa utopia emerge nitida la particolare follia di Lenin, esattamente nel senso che le attribuisce Kierkegaard ‒ laddove, ammesso che sia possibile parlarne in questi termini, lo stalinismo assume invece il significato opposto del ritorno a un realistico «senso comune».”[30] Visto che l’intento di Žižek è diabolicamente paradigmatico, proviamo a seguirlo in quell’esercizio di autoironia e di sarcasmo applicato al suo stesso intervento, come quadro di apertura: “Naturale che la prima reazione all’idea di ritornare su Lenin sia stata un’esplosione di risate piene di sarcasmo: nulla da dire su Marx, del resto oggi anche a Wall Street c’è gente che lo ama... Marx, il poeta della merce, Marx che ci ha restituito una fotografia assolutamente perfetta delle dinamiche del capitalismo, Marx che ha descritto l’alienazione e la reificazione della vita quotidiana sotto il capitale... Ma Lenin no! Non vorrai davvero fare sul serio! Lenin?... Non rappresenta forse il fallimento di ogni tentativo di attuare Marx, l’enorme catastrofe che ha segnato in modo indelebile l’intera vicenda politica del xx secolo, l’esperienza di socialismo reale che è sfociata in dittature economicamente a dir poco rovinose?”[31]

Certo, non farebbe una piega, se non fosse fuori tempo massimo, sia per il profitto che se ne ricava nel lasciare le cose come stanno; infatti, non c’è più nulla che resti come prima, sia per quell’abbrutimento del non detto ‒ e che non riguarda solo Lenin, ma l’implosione d’un rimosso che oggi impatta, anche sui terreni improduttivi e asfittici del tardo-capitalismo “postindustriale”, minacciando l’esplosione sulla scena mondiale di nuovi spettri, magari aggirantisi sub specie d’una provocante Idea di comunismo.

 

Benvenuti, dunque, in tempi interessanti. “Adesso ci sarà da divertirsi”, così risuona oggi l’invito, sardonico e sprezzante del filosofo sloveno, con la precisazione che trattasi di sottile perfidia cinese: “Che tu possa vivere in tempi interessanti”, secondo la maledizione, si riferisce a “quei periodi di irrequietezza, guerra e lotte per il potere che hanno portato sofferenza a milioni di innocenti.”[32] Perché la catastrofe, anzi l’«oscuro disastro», porta la data 1989, occorre dunque ridiscendere al punto di partenza per scegliere una via diversa[33], usando la similitudine, già usata da Lenin, in quel suo “meraviglioso” saggio breve, rimasto incompiuto, dal titolo A proposito dell’ascensione sulle alte montagne, scritto nel 1922 “quando, dopo aver vinto la guerra civile, i bolscevichi dovettero retrocedere nella NEP”, che Žižek riporta quasi per intero[34], e che noi vorremmo incastonare in modo più eterodosso[35]:

 

note di un pubblicista

 

 

1895-00.jpg

 

di

Vladimir Il'ič Lenin

 

 

A proposito dell’ascensione sulle alte montagne, dei danni dello scoraggiamento, dell’utilità del commercio, dell’atteggiamento verso i menscevichi, ecc.

 

 

I

 

A mo’ di esempio

 

            Immaginiamo un uomo che effetui l’ascensione di una montagna altissima, dirupata e ancora inesplorata. Supponiamo che dopo aver trionfato di difficoltà e di pericoli inauditi, egli sia riuscito a salire molto più in alto dei suoi predecessori, senza tuttavia aver raggiunto la sommità. Egli si trova in una situazione in cui non è soltanto difficile e pericoloso, ma addirittura impossibile avanzare oltre nella direzione e nel cammino che egli ha scelto. Egli è costretto a tornare indietro, a ridiscendere, a cercare altri cammini, sia pure più lunghi, i quali gli permettano di salire fino alla cima. La discesa, da questa altezza mai ancora raggiunta su cui si trova il nostro viaggiatore immaginario, offre delle difficoltà e dei pericoli ancora maggiori, forse, dell’ascensione: è più facile inciampare; si vede male dove si mettono i piedi; manca quello stato d’animo particolare di entusiasmo che dava impulso al cammino verso l’alto, diritto allo scopo ecc. Bisogna legarsi con una corda, perdere delle ore intere per tagliare la roccia con la piccozza allo scopo di creare dei punti di appoggio per legarvi saldamente la corda; egli è costretto a muoversi con la lentezza d’una tartaruga, e per giunta a muoversi indietro, verso il basso, allontanandosi dalla cima; e non vede ancora se questa discesa terribilmente pericolosa e faticosa terminerà, se si troverà un’altra via alquanto sicura, che permetta nuovamente di muovere avanti con maggior coraggio, con maggiore rapidità e seguendo una linea più retta, verso l’alto, verso la cima.

 

(Voci dal basso)

 

‒ Guardate, sta per cadere; gli sta bene; cosí imparerà a fare il folle!

 

(Altri levano gli occhi al cielo)

 

‒ Con nostro dolore, i nostri timori si avverano! Non siamo stati forse noi, che abbiamo dedicato tutta la nostra vita a preparare un piano ragionevole per l’ascensione di questa montagna, a chiedere un rinvio dell’ascensione, fino al momento in cui il nostro piano fosse stato elaborato definitivamente? E se noi abbiamo lottato tanto ardentemente contro il cammino che adesso lo stesso insensato abbandona...

 

(Nascondendo la propria gioia)

 

‒ Guardate, guardate, eccolo che torna indietro, che discende, che lavora per ore per prepararsi la possibilità di muoversi di un solo metro! Lui che ci aveva lanciato le peggiori ingiurie quando chiedevamo sistematicamente moderazione e accuratezza!

 

(Assumono un’aria triste)

 

‒ ... se noi abbiamo condannato tanto ardentemente l’insensato e se abbiamo messo in guardia tutti affinché non lo imitassero e non lo aiutassero, l’abbiamo fatto esclusivamente per amore del grande piano di ascensione di questa stessa montagna, per non compromettere del tutto questo piano grandioso!

 

            Per fortuna, il nostro viaggiatore immaginario, nelle condizioni dell’esempio che abbiamo preso, non può udire le voci di questi «veri amici» dell' idea dell'ascensione,[36] altrimenti è probabile che proverebbe un senso di nausea. E si dice che la nausea non aiuti ad avere la testa fredda e i piedi sicuri, particolarmente a quote altissime.

 

 

II

 

Senza metafore

 

            [...] Il proletariato russo si è innalzato nella sua rivoluzione ad un’altezza gigantesca, non soltanto rispetto al 1789 e al 1793, ma anche rispetto al 1871. Bisogna rendersi conto quanto più lucidamente, chiaramente ed evidentemente possibile di che cosa propriamente noi abbiamo «portato a termine» e che cosa invece no: allora la nostra testa rimarrà fredda, non proveremo né nausea né illusioni né l’abbattimento.

 

            [...] Ma noi non abbiamo terminato neppure le fondamenta dell’economia socialista. Le forze ostili del capitalismo agonizzante possono ancora distruggercele. Bisogna rendercene conto nettamente e riconoscerlo apertamente, poiché non v’è nulla di più pericoloso che le illusioni (e la vertigine, soprattutto a grandi altezze). E non v’è assolutamente nulla di «terribile», nulla che possa dare legittimamente adito al minimo scoraggiamento, nel riconoscere questa amara verità, poiché noi abbiamo sempre professato e ripetuto quella verità elementare del marxismo, secondo cui la vittoria del socialismo richiede gli sforzi congiunti degli operai di più paesi avanzati. Ebbene, noi siamo ancora soli, e, in un paese arretrato, un paese più rovinato degli altri, abbiamo fatto più di quanto fosse credibile.

 

            [...] E tanto meno ci è permesso lasciarci andare al minimo abbattimento, tanto meno ve ne è motivo, in quanto noi, malgrado tutta la nostra rovina, miseria, arretratezza e fame, abbiamo cominciato ad avanzare nel campo dell’economia preparatoria del socialismo, mentre invece accanto a noi, in tutto il mondo, i paesi più progrediti, mille volte più ricchi e militarmente più potenti di noi continuano ad indietreggiare nel campo della «loro» economia capitalistica, da essi vantata, conosciuta, sperimentata oramai da centinaia di anni.

 

 

III

 

A proposito della caccia alla volpe, di Levi e di Serrati

 

            Si dice che il metodo più sicuro per cacciare la volpe sia il seguente: le volpi, una volta scoperte, vengono circondate ad una certa distanza con un filo cui sono appese delle bandierine rosse, teso a breve altezza sulla neve; temendo quest’opera palesemente artificiosa, «umana», la volpe esce soltanto al momento e nel punto in cui questa «barriera» di bandierine è aperta; ed è che il cacciatore aspetta la volpe. Sembrerebbe che la qualità più positiva di questo animale, cui tutti dànno la caccia, sia la prudenza. Ma anche qui la «continuazione della virtù» si rivela essere un difetto. La volpe viene presa proprio a causa della sua eccessiva prudenza.

 

(Lenin denuncia il proprio errore, commesso sempre per eccesso di prudenza, al III congesso dell’Internazionale comunista, schierandosi all’estrema destra, dopo che un gruppo numeroso e «influente » di delegati, capeggiati da molti compagni tedeschi, ungheresi e italiani, aveva adottato una posizione esageratamente «di sinistra» ed erratamente di sinistra, sostituendo spesso la lucida valutazione della situazione, non molto favorevole all’azione rivoluzionaria immediata e diretta, con un frenetico agitare di bandierine rosse)

 

Per prudenza, temendo che questo estremismo di sinistra indubbiamente errato non imprimesse un errato indirizzo a tutta la tattica dell’Internazionale, ho difeso Levi[37] in tutti i modi, avanzando la supposizione che egli avesse perduto la testa (non ho negato che egli avesse perduto la testa) forse per eccessivo timore degli errori di sinistra, e ho detto anche che si conoscono casi di comunisti che avevano perduto la testa e in seguito l’avevano « ritrovata ».

 

[...] Per esempio, tutta la storia dei quindici anni di lotte dei menscevichi con i bolscevichi in Russia (1903-1917) dimostra ‒ come lo dimostrano le tre rivoluzioni russe ‒ che in generale i menscevichi avevano indubbiamente torto e che in effetti erano degli agenti della borghesia nel movimento operaio. È questo un fatto incontestabile. Ma questo fatto incontestabile non impedisce che, in casi isolati, i menscevichi abbiano avuto ragione contro i bolscevichi, per esempio, sulla questione del boicottaggio della Duma di Stolypin nel 1907.[38]

Dal terzo congresso dell’Internazionale comunista sono già trascorsi otto mesi. Evidentemente, la nostra discussione di allora con i «sinistri» è già sorpassata, è stata già risolta dalla vita.[39]

 

***

 

Il non-detto di Lenin, la sua molteplice singolarità, consisterebbe dunque, sempre secondo Žižek, in un movimento ripetitivo, quel «ricominciare daccapo nuovamente», il ridiscendere fino al punto di partenza e non da dove siamo riusciti ad arrivare nel tentativo precedente: “In termini kierkegaardiani, il processo rivoluzionario non è un processo graduale, ma un movimento ripetitivo, il movimento di ripetere l'inizio.” [40]

 

 

 



 

 

[1] Cfr. M.Lunetta, Il cuore dell'impero, in Antartide, 1993 Campanotto editore, p. 85. In una nota, preziosa per la memoria, quanto per la farsa terminale, l'a. tiene a precisare: "Occasione del poemetto è stato un convegno italo-sovietico sul tema «Traduzione e innovazione, libertà e responsabilità nella letteratura contemporanea», che si è tenuto a Mosca dal 22 al 29 aprile 1990, su un accordo tra Sindacato Nazionale Scrittori Italiani e l'Unione Scrittori della capitale dell'Urss. Per parte italiana, la delegazione risultava composta da Filippo Bettini, Lea Canducci, Aldo De Jaco, Stefano Docimo, Alfredo Giuliani, Gian Luigi Piccioli, Simonetta Salvestroni, Carlo Vallauri e l'autore. Nella bellissima dacia alla periferia di Mosca in cui era alloggiata la delegazione italiana, risultò un formidabile antitodo alla noia un biliardo, giù di forma almeno quanto i non eccelsi giocatori che risultarono essere i summenzionati scrittori. L'unica giustificazione per la loro scarsa destrezza è probabilmente nell'impegno accanito con cui tornearono, in uno scenario decisamente assurdo, in un clima di incongruenza tra Cechov e Jonesco.", ivi p.89

[2] cit. pp. 83-85.

[3] Dal 22 aprile 1990 a oggi (n.d.r.)

[4] Che avvenne l'anno successivo, il 26 dicembre 1991. L'ufficializzazione dell'indipendenza della Russia, il 1° gennaio 1992, segnò la fine dell'impero sovietico.

[5] Le categorie con cui si manifesta il rimosso ci sono tutte, compresa la paralisi (n.d.r.)

[6] Cfr. Boris Groys, Post Scriptum Comunista, 2008 Meltemi editore, Roma, traduzione di Silvia Rodeschini, prefazione di Gianluca Bonaiuti: v. infra, "Il comunismo considerato da fuori", pp. 67 sgg. "Che si guardi alla prima, come dottrina teorico-politica, oppure alla seconda, come istituzione politica concreta, per entrambe sembra venuto il tempo del congedo. Dopo il congedo sarebbe potuto venire il tempo del ripensamento, ed è proprio qui, che con sorpresa occorre registrare un vuoto di attenzione tutto sommato ingiustificato" (Bonaiuti, p. 8)

[7] Cfr. Boris Groys, Lo stalinismo ovvero l'opera d'arte totale, traduzione di Emanuela Guercetti, Garzanti Editore, 1992, p.136

[8] Cit. p.132

[9] M.Palladini, Il comunismo era un romanzo fantastico, 2006 Editrice Zona, p. 97

[10] Gianni Vattimo, Il comunismo ritrovato, in Ecce comu. Come si ri-diventa cià che si era, 2007 Fazi Editore, p. 36. Si tratta dell' intervento al Congresso PdCI di Rimini: "Solo perché anche una introduzione storico-biografica deve finire, inserisco qui, a conclusione della mia marcia attraverso le opposizioni, il testo dell'intervento tenuto al Congresso del PdCI di Rimini ai primi mesi del 2004, accompagnato da una discussione che esso suscitò e dalla risposta che scrissi per il manifesto. È da qui che comincia, per dire così, Ecce comu.", ivi p.30.

[11] cfr. Rita di Leo, L'esperimento profano. Dal capitalismo al socialismo e viceversa, Ediesse 2012, p. 132. Concludendo, scrive ancora la di Leo: " Sono spariti non solo i profeti di nuovi mondi, ma persino gli intellettuali antagonisti, semplici organizzatori di lotte sociali. L'antagonismo sopravvissuto è individuale, l'intellettuale si rifugia nei monasteri, come fossimo tornati all'anno 1000, fuori i barbari e dentro i santi.", id. p.134.

[12] Cit., pp.132-133

[13] G. Vattimo, op.cit. p.37.

[14] cfr. Toni Negri, Inventare il comune, 2012 DeriveApprodi, pp.157-159. v. Quel mostro rivoluzionario che porta il nome di moltitudine: "La tendenza verso il General Intellect. La tendenza costitutiva della moltitudine, verso modi di espressione produttiva sempre più immateriali ed intellettuali, vuole configurarsi come assoluto recupero del General Intellect nel lavoro vivo." Id. p.159.

[15] B. Groys Post-Scriptum cit. pp. 24-25: "Intenderò qui con comunismo un progetto che vuole subordinare l'economia alla politica, per fare agire quest'ultima in modo libero e sovrano", id. p.24.

[16] S. Žižek, L'isterico sublime. Psicanalisi e filosofia, a cura di A. Schiaccitano, 2003 Associazione Culturale Mimesis, pp.205-211.

[17] S. Žižek, Il cuore perverso del Cristianesimo, a cura di M.Senaldi. Traduzione di Gabriele Illarietti e Marco Senaldi, 2006 Meltemi editore, p.65.

[18] cit. p. 22.

[19] Cfr. Osservatorio balcani e caucaso, www.balcanicaucaso.org

[20] Cfr. S. Žižek, Tredici volte Lenin. Per sovvertire il fallimento del presente, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, aprile 2003, p. 8.

[21] cit. p. 7

[22] cit. p. 8

[23] Id., S. Žižek cit. Tra due rivoluzioni: "Contro questa tentazione antiteorica non basta ripercorrere attentamente le molte e diverse ipotesi su concetti come libertà, potere e società - assunti che del resto affollano anche i testi politici di Chomsky", pp.8-9.

[24] Segue una nota, la n.587: "Il fascicolo Il marxismo e lo Stato raccoglieva una documentazione preparatoria per un'opera sulla concezione marxista dello Stato cui pensava Lenin. Comprende citazioni di opere di Marx e Engels, estratti delle opere di Kautsky, Pannekoek e Bernstein, accompagnate da note critiche e da conclusioni generali. Fu dopo legiornate di luglio, nella clandestinità, che Lenin scrisse, utilizzando questa documentazione, Stato e rivoluzione". Cfr. V.I. Lenin, Opere complete, vol. XXXVI, Editori Riuniti , Roma 1969 p. 494.

[25] V.I. Lenin, op.cit., p. 333, citato in Žižek, op.cit., p. 9.

[26] V.I.Lenin, Opere cit. Vol. XXV, pp. 361- 463.

[27] Id., p. 9.

[28] Il titolo originale dell'opera, die revolution bevor. dreizhen versuche zu lenin, Suhrkamp Verlag Frankfurt am Main 2002, tradotto dall'inglese da Nicholas G. Schneider, è forse meno articolato della traduzione italiana di Federico Rahola, sempre dal manoscritto originale inglese; anche se la sostanza, come si può ben vedere leggendo il testo di Žižek, non cambia.

[29] Cfr. l'interessante articolo di Giovanni Mazzetti, Nel mondo capovolto della sinistra, il manifesto dell' 1.10. 2011.

[30] Cit. p. 9.

[31] Cit. p. 7.

[32] Slavoj Žižek, Benvenuti in tempi interessanti, 2012 Ponte delle Grazie, p. 9.

[33] Ibid. p.94

[34] Ibid. pp.91-93.

[35] V.I. Lenin, Opere cit., Vol. XXXIII,  pp. 183-187. L'adattamento del sottoscritto, a puro scopo ludico-didascalico, non altera né i contenuti, né le parole che sono state usate da Lenin per la stesura del testo. La foto di Lenin, durante il suo arresto, in relazione al caso di San Pietroburgo "Unione di lotta per l'emancipazione della classe operaia", risale al 1895 ed è di pubblico dominio in Russia, v. http://www.marxists.org/archive/lenin/photo/1895-1917/1895-1.htm ( n.d.r. ).

[36] Corsivo mio (n.d.r.)

[37] Paul Levi (1883 - 1930) era un ebreo tedesco, leader dell'ala sinistra del Partito socialdemocratico tedesco (SPD), insieme a Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. Dopo il fallimento della rivoluzione tedesca del 1918/19 è stato espulso dal Partito comunista (KPD) per aver pubblicamente criticato le politiche del partito (n.d.r.)

[38] Fu sciolta il 3 giugno 1907 con il pretesto che i deputati vicini al POSDR (Partito Socialdemocratico Russo) stavano preparando una sollevazione armata e un attentato contro lo zar. Cfr. L. Saccarotti, P.A. Stolypin: una vita per lo zar, 2002 Rubbettino Editore.

[39] Corsivo nostro (n.d.r.)

[40] Slavoj Žićek, Benvenuti in tempi interessanti cit., p.93.




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