TRADUCENDO MONDI
HÉCTOR LOAIZA (2)
“Demoni blu
a Cusco” –
capitoli I e II



      

traduzione di Lydia Del Devoto

 

 

 

A Jeanine, Daniel e Azélia


 

 

 

Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume: è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi consuma, ma io sono il fuoco…

 

Jorge Luis Borges, “Nueva Refutación del tiempo, obras completas”,

Emecé Editores, Buenos Aires, 1974.

 

 

Mentre trottavamo nell’immensa pianura, io vedevo il Cusco; le cupole dei templi alla luce del sole, la lunga piazza nella quale non potevano crescere gli alberi. [...] I signori avari forse avrebbero avvelenato, con il loro respiro, la terra della città...

 

   José María Arguedas, “Los ríos profundos”,
Ediciones Nuevo Mundo, Lima 1964.

 

 

 

 

 


I

 

Perché, mio Dio, mi hai messo alla prova in questa valle infestata di serpenti e di bestie feroci? ‒ sussurrò il canonico José Gabriel Altamirano mentre si trovava nella Plaza de Armas di Cusco in una sera limpida dell’inizio degli anni quaranta. I capelli radi, le sopracciglia folte e la barba un po’ lunga erano bianchi come le nevi perenni dell’Ausangate che ‒ secondo le credenze indigene ‒ proteggeva gli abitanti della regione. Il viso avvizzito, il naso aquilino e le labbra, un tempo carnose, piuttosto sensuali, gli davano un tono di trasparenza spettrale. Portava un cappello di panno nero che nascondeva la calvizie e la sua tonaca linda era leggermente logora sulle spalle. Il canonico ricordò la sua città natale agli inizi del XX secolo. Aveva percorso le mulattiere e le varie valli irrigate dai fiumi che sboccano nell’oceano Pacifico, o da quelli del versante orientale della cordigliera che versano le acque negli affluenti del rio delle Amazzoni. Dopo un mese di dura camminata, dalla cima di una collina di ponente il canonico aveva contemplato le torri e le cupole delle quattordici chiese che sovrastavano i tetti delle case coloniali dai muri intonacati a calce. A sudest della città ‒ dove più tardi sarebbe stato costruito l’aeroporto ‒ aveva individuato le coltivazioni delle tenute. I boschi di eucalipti (piantati nel XIX secolo), i sambuchi, i capulí (n.d.t.: Physalis peruviana, specie di ciliegio selvatico), numerosi sui pendii temperati di Ticapata e sulla cantonata di Tancarpata, alcuni chachamomos (n.d.t.: Escallonia resinosa, tipico arbusto andino), ontani e quelli introdotti dagli spagnoli, pioppi e salici piangenti davano una nota di verde al paesaggio.

In quel luogo, attraversato da nordovest a sudest da tre fiumi di media portata, favorito da un buon clima e completamente esposto al sole, si era insediata l’antica capitale inca. Verso levante, aveva scorto in lontananza la muraglia blu, dai riflessi tendenti al viola, della cordigliera orientale, dove si stagliava l’Ausangate innevato. Cusco conservava l’aspetto di una città coloniale, piccola e vetusta. Era rimasta in uno stato di prostrazione dall’indipendenza dalla corona spagnola, quando la capitale della neo-repubblica favorì lo sviluppo della costa a scapito della regione  montagnosa.

 

 

Ormai da un secolo Cusco si era spopolata. Molte famiglie fortunate si erano trasferite a Lima e quelle rimaste in città erano divenute più povere. Inoltre, le epidemie che avevano flagellato la città dal XVIII secolo fino alla fine del XIX le fecero perdere tre quarti della sua popolazione. All’inizio del XX secolo, Cusco contava solo ventimila abitanti.

Le vecchie famiglie di proprietari terrieri rimpiangevano il periodo dell’apogeo coloniale della regione e conservavano un malcelato rancore nei confronti di Lima. Secondo alcuni possidenti, l’indipendenza aveva solo provocato l’arretratezza e la decadenza della città.

Quella sera, in Plaza de Armas il canonico aveva incrociato i gruppi di monaci domenicani, francescani, mercedari e sacerdoti che, a quell’ora, lasciavano la cattedrale per rifugiarsi nei rispettivi conventi e parrocchie. Mentre camminava per le stradine, diretto alla casa paterna di calle Chaparro, nel quartiere occidentale, ebbe l’impressione di sentire la presenza di leggendari inca e conquistatori. Sembrava che a Cusco il tempo si fosse coagulato.

Al canonico tornavano in mente scene del passato che talora lo rallegravano e talora lo sprofondavano in una tristezza infinita. Gli anni più fortunati della sua vita li aveva passati nei chiostri del Seminario di Lima. Non avrebbe mai dimenticato il giorno ormai lontano della sua ordinazione a sacerdote, dopo cinque anni di studi. In un luogo privilegiato della sua memoria conservava anche il ricordo del conseguimento della laurea in teologia, dopo tanti anni di studi e la preparazione della tesi. Aveva quindi fatto la solenne promessa di diffondere la fede cristiana nel paese, dove sopravvivevano ancora retaggi di antiche superstizioni. Il paganesimo ‒ si diceva ‒, irradiato da quella antica città, non doveva essere visto come volgare idolatria.

Si crogiolava a rievocare i tempi andati per dimenticare in qualche modo il presente. I volti, quasi sempre confusi, degli assenti e degli scomparsi gli tornavano in mente in un disordine caotico: Elvira? In più di trent’anni, non era riuscito a dimenticarla. Benjamín? Senza ombra di dubbio, era la slealtà fatta persona.

 

Roberto e Rosa Robles? I genitori di Lucía, che vivevano in un modesto complesso urbanistico nella zona sudest della città e che con pietà cristiana avevano accolto il loro nipote. Dove sarà Uriel? Pensando al «frutto del peccato», come l’aveva chiamato anni addietro un parente, si sentì di nuovo impotente di fronte agli avvenimenti della sua vita.

Il nonno del canonico era venuto da Lima e si era stabilito a Cusco nella seconda metà del XIX secolo. A quanto si diceva tra i suoi, era stato colonnello della Guardia repubblicana al servizio del governo. Una storia d’amore impossibile tuttavia gli creò qualche difficoltà all’interno della gerarchia, e dovette rinunciare alla carriera militare. Si trasferì quindi in città. Qualche anno dopo si sposò con la figlia di un latifondista che gli diede molti figli e, poiché gli piaceva il clima e il paesaggio della vicina pampa di Anta, acquistò una tenuta per passarvi il resto dei suoi giorni.

Don Andrés, suo padre, aveva ereditato una parte di quel latifondo, ma lo suddivise tra i numerosi discendenti. Essendo avvocato, era stato difensore in varie cause e ricoprì l’incarico di segretario della prefettura di Cusco. I fratelli di don Andrés non avevano fatto gran che per consolidare l’eredità familiare, pensando che la terra fosse una fonte di ricchezza inesauribile e così, con il passare degli anni, la famiglia Altamirano era decaduta.

Ma perché continuare a ricordare? ‒ si chiese ‒. L’unica cosa che ottengo è fare ancora più male alla mia coscienza.

Prima che il crepuscolo si trasformasse in una notte asciutta, la luce ambrata dell’illuminazione elettrica si accese simultaneamente nelle vie e nelle piazze della città. Non lontano dall’abitazione del canonico, Roberto Robles abbandonò la Casa Venturini, che un tempo era stata la casa avita di don Diego de Esquivel y Jaraba, primo marchese di Valle Umbroso, dove lavorava da più di vent’anni.

Un vento freddo sferzava il fianco delle colline, si abbatteva sul quartiere occidentale, la vicina piazza di San Francisco e si infilava nella calle del Marqués. Roberto sollevò i risvolti del cappotto per proteggersi da quel vento glaciale. I suoi capelli sfilacciati erano bianchi, anche se all’epoca aveva solo quarantacinque anni.

Era solito dire che ciò era dovuto al fatto che aveva cominciato a guadagnarsi da vivere molto presto.

 

La sua giornata incominciava alle otto di mattina. A mezzogiorno tornava a piedi a casa per pranzare in compagnia della moglie e dei figli. L’italiano Venturini, stabilitosi a Cusco dall’inizio del XX secolo, rispettoso delle abitudini locali, gli lasciava fare una pausa alle cinque del pomeriggio in una chichería, locale in cui si vendeva una bevanda fatta con mais fermentato. In quel locale assaporava un piatto della cucina cusqueña, ricca e condita, accompagnato da un bicchiere di chicha. Poi tornava al lavoro fino alle sette di sera, quando si dirigeva al cinema Colón di calle Mesón de la Estrella, di proprietà di Venturini, dove lavorava come ispettore del «pollivendolo», chiamato così dal pubblico chiassoso e maleducato che frequentava il cinema.

Roberto accelerò il passo per non arrivare tardi al cinema. Non avrebbe saputo spiegare più tardi, a suo genero Uriel, figlio del canonico Altamirano, perché in quel preciso istante nella sua mente si fossero riprodotte le immagini della sua infanzia. Forse era quel vento gelido che sferzava il selciato della via sollevando polvere, pezzi di carta stropicciati e tutto quello che trovava sulla sua strada, a riportargli alla mente il viso sofferente di sua madre. Nell’ultima immagine che conservava di lei, intatta e commovente, la vedeva pietrificata dal terrore di far inquietare suo marito, nella capanna di famiglia situata su un altipiano del dipartimento meridionale.

In una mattina dal cielo limpido, aria pura e sole sfolgorante, gli era venuto in mente di lanciare una pietra nelle acque cristalline della laguna. Cadendo, la pietra formò dei circoli concentrici che, a mano a mano che si dilatavano, scomparivano. Era un altro tempo, un altro paesaggio ed era altra gente ‒ pensò. I suoi lontani antenati, i nonni e i genitori avevano vissuto per diversi secoli nel buio dell’ignoranza.

 

 

Quell’anno le disgrazie si erano succedute l’una dietro l’altra, portando con sé l’inevitabile fardello di preoccupazioni e sofferenze. Le coltivazioni di patate e di altri tuberi erano andate a male a causa della scarsità di pioggia. La siccità era durata giorni, settimane e mesi che parevano interminabili. Dalla calamità si erano salvati solo alcuni terreni, bagnati dai fiumiciattoli che scendevano dalle colline.

 

 

Uno dei nostri creatori ‒ diceva ‒ ci ha condannati a vivere in una regione così ostile, dove l’acqua scarseggia e dove le catastrofi naturali si susseguono per punirci, senza un minimo di clemenza.

Ogni volta che pensava all’arido paesaggio dell’altipiano, sentiva di nuovo dentro di sé i morsi della fame allo stomaco. Non aveva visto i cusqueños di umili origini far cuocere le bucce di patate per poi divorarsele con avidità. Non aveva nemmeno visto degli occhi così languidi come quelli dei bambini affamati dell’altipiano. Suo padre aveva immagazzinato ‒ forse ispirato da una premonizione ‒ i viveri necessari per nutrire la famiglia.

Come avrebbe potuto dimenticare la notte in cui accompagnò le processioni dei bambini della sua età che, portando in mano candele accese, cantavano:

 

                                    Misericordia Apu Laramani,

                                    Signore della montagna!

                                    Dacci la tua acqua,

                                    concedici la tua pioggia,

                                     oh Laramani generoso!

                               

Lo spirito della montagna, protettore dell’altipiano, alla fine, aveva avuto pietà delle sofferenze degli indios. La terra inaridita aveva ricevuto le prime gocce di pioggia come una benedizione dal cielo.

 

 

In quell’epoca, Roberto indossava un cappello, un poncho di lana e pantaloni di flanella bianca. Benché ancora piccolo, suo padre lo aveva obbligato a portare al pascolo un gregge di pecore sulle colline vicine. Compito alquanto ingrato poiché non c’era cibo per alimentare quelle pecorelle accaldate e deboli che a malapena si reggevano in piedi. Anche i cani, stremati e denutriti, sonnecchiavano quasi agonizzanti davanti alle capanne dai tetti di paglia.

Si era rifugiato sotto una roccia, terrorizzato dai tuoni e dai fulmini. Aveva notato che la pioggia scarabocchiava il paesaggio dell’altipiano e gli arrivò al naso un odore di terra bruciacchiata. Era una sensazione piacevole che gli dava serenità. Stremato dal freddo e con il poncho tutto bagnato, distrattamente aveva lasciato scappare un agnellino.

 

 

Per pigrizia ‒ pensò ‒, non mi sono messo a correre lungo la falda scivolosa della collina per raggiungerlo.

Non avrebbe mai dimenticato la figura imponente del condor che agitava le grandi ali e planava sul luogo in cui si trovava l’agnello. Aveva inciso nel punto più profondo della memoria l’immagine del messaggero del Signor Laramani, che si lanciava in picchiata sulla preda. Afferrando l’agnello per il dorso con gli artigli, lo aveva ucciso sferrandogli un colpo sicuro con il becco sul collo.

All’alba, suo padre lo aveva avvertito che, se mai avesse perso un animaletto, avrebbe ricevuto una punizione. Mentre osservava da lontano la rustica capanna in cui la madre lo aspettava, le sue guance furono percorse da un fiume di lacrime. Portava ancora sulla schiena le cicatrici delle frustate prese dal padre.

‒ Perché tuo padre è stato così severo con te? ‒ gli aveva chiesto Rosa molto tempo dopo.

Da adulto, Roberto giustificava il comportamento di suo padre con la vita dura e piena di rinunce che gli indios dell’altipiano erano costretti a vivere. Per questo suo padre non aveva mai lasciato passare una disobbedienza da parte dei figli.

 

 

Si era sentito abbandonato come l’agnellino nelle grinfie del condor. Si allontanò allora dal gruppo di capanne che facevano parte dei terreni della sua famiglia. Rassegnata a subire in silenzio la sua condizione di donna, sua madre non avrebbe potuto difenderlo dall’ira paterna.  Continuò per la mulattiera che portava al villaggio più vicino e lì, dalla cima di una collina, guardò per l’ultima volta il paesaggio natale.

‒ Non allontanarti mai dall’altipiano! ‒  l’avvertì sua madre ‒. Il nostro mondo finisce all’orizzonte!

‒ E che cosa c’è oltre? ‒ chiese il bambino.

‒ C’è il mondo esterno, popolato di dei e demoni, di felicità e disgrazie… ‒ rispose sua madre, come se avesse intuito che la curiosità del figlio lo avrebbe portato molto lontano.

            Era già notte quando trovò rifugio in una grotta dove qualcuno (sicuramente un mulattiere) aveva lasciato un cesto di paglia e alcuni sacchi di iuta. A volte, la sua mente sfinita immaginava che dall’oscurità i demoni, di cui tanto gli aveva parlato sua madre, aspettassero che lui si addormentasse per attaccarlo.

            Si era svegliato all’alba e, pensando alla sua famiglia, versò un fiume di lacrime. Rimpiangeva il calore del focolare acceso nella capanna, l’odore di legna bruciata e quello della minestra di fecola di chuño, la patata ghiacciata e seccata al sole, con alcuni pezzi di carne affumicata. Ora non aveva più nemmeno granturco cotto per calmare la fame.

Forse era meglio tornare alla capanna dove suo padre, dopo tanta preoccupazione per la sua scomparsa, avrebbe perdonato il suo errore. Ma una voce interiore lo aveva convinto ad andare avanti. A  mano a mano che si allontanava dall’altipiano, la sua decisione diventava una certezza. L’unica cosa che poteva fare era armarsi di coraggio. Era molto curioso di vedere gli orrori e le meraviglie del mondo esterno.

 

 

Non ricordava neanche più con precisione quante ore fossero passate mentre percorreva le scorciatoie infangate ai piedi delle colline. Scivolando sul suolo coperto di fango, aveva camminato a lunghe falcate, dando di tanto in tanto un’occhiata dietro di sé, per timore che suo padre lo raggiungesse.

 

 

 

II

 

Quale forza prodigiosa mi ha spinto ad ammirare il volto della seduttrice? ‒ sussurrò ancora una volta il canonico Altamirano uscendo dalla cattedrale di Cusco, quella sera all’inizio degli anni quaranta. Stava attraversando lentamente la Plaza de Arma per andare verso la calle Mantas. Durante l’impero inca, la piazza era stata più grande, poiché comprendeva l’attuale quadrilatero e la piazza contigua più piccola, quella del Cabildo. Più tardi i conquistatori avevano costruito, sui tre lati, edifici a due piani, con balconi sostenuti da colonne e archi. Sul lato nord e su quello orientale, edificarono la cattedrale, le sue due cappelle e la Iglesia de Jesús sulle fondamenta di antichi templi e palazzi precolombiani. La Plaza de Armas fu lo scenario di avvenimenti trascendentali nella storia della città e perfino del Perù.

Ricordava la scena, ancora fresca, del mattino in cui sua nuora Lucía gli aveva finalmente confessato: Sono stufa di aspettare le lettere di Uriel! Chi lo sa quando tornerà? E il canonico, come sempre nelle situazioni difficili, non aveva fatto commenti.  Non potrò vivere con lui! ‒ aveva continuato Lucía ‒. Con il figlioletto Fernando di pochi mesi in braccio, lasciò il casermone del quartiere occidentale per non farvi mai più ritorno.

Con gli occhi appiccicati per le letture del Libro del profeta Isaia, i cui quattro canti lirici erano stati probabilmente scritti ‒ secondo diversi interpreti ‒ da tre autori.

Adorava il modo in cui si descriveva il perfetto servo di Dio che cercava di unificare il popolo di Israele e che espiò con la morte i peccati del genere umano.

Quelle meditazioni non gli fecero riconoscere il «propio» ‒ si chiamava così il messaggero ‒ che, all’inizio del XX secolo, suo padre aveva mandato nella vallata di Lares. ‒ oh, il tempo inesorabile! ‒ si disse ‒. Il tempo che fa appassire i fiori, che fa marcire i frutti, arrugginisce i metalli e ingiallisce le pagine dei libri!

 


Nella sua breve camminata per la calle de Santa Clara, il canonico ammirava il riflesso dei raggi solari sulla cupola della chiesa di San Pedro.  Il vecchio tempio la cui presenza mi ha accompagnato per tutta la vita! ‒ pensò.

Oh, mio Dio! Io non so quali siano state le tue ragioni, che sfuggono alla mia comprensione, per mettermi alla prova! ‒ sussurrò il canonico, guardando verso il cielo. Questa era la supplica che si ripeteva negli ultimi anni.

Gli venne in mente l’ultimo invito a casa di un latifondista di mentalità moderna, dove gustò uno stufato di suche, pesce portato dal lago Titicaca piuttosto grasso, testa e pelle di rospo e lunghi baffi che sembravano antenne.  Le rondelle di suche si servivano nella sua salsa con patate bollite. Assaporava mentalmente il gusto squisito di un piatto che probabilmente era stato portato dal vicino dipartimento di Puno e che poi era entrato a far parte a buon diritto della cucina della città.

Dopo la laurea in teologia, ritornò al Cusco, convinto di avere fatto una scelta coerente con la sua vera vocazione. Si dedicava allo studio dei canti del Libro di Isaia nel quale aveva trovato, con sua grande sorpresa, un primo e unico riferimento a Lilith. Ella era menzionata solo una volta nel capitolo 34, versetto 14 del Libro del profeta. Non appariva più nella Bibbia canonica: le sue tracce erano state cancellate. Ma nel primo Talmud e nello Zohar ebraici, figurava come la prima moglie di Adamo. Con la creazione di Eva da parte di Dio, Lilith vide in lei una rivale e, per gelosia, la corruppe per mezzo del serpente, dato che lei stessa ne era stata sedotta. I suoi primi anni da sacerdote avrebbero potuto trascorrere nella routine delle sue mansioni, ma un evento cambiò completamente la sua vita. Una mattina, all’inizio del XX secolo, era stato convocato dall’Arcivescovo della Diocesi di Cusco per trattare una faccenda delicata.

‒ Sono giunte alle mie stanche orecchie le suppliche dei mezzadri della proprietà terriera che si estende nella valle di Lares ‒ gli aveva detto l’Arcivescovo nel suo ufficio del palazzo dell’Arcivescovado.

‒ Ho ricevuto delle lamentele nei confronti di don Juan Bautista Escalante che pare faccia lavorare gratuitamente i suoi coloni dall’alba al tramonto.

‒ Ma è un comportamento indegno di un cristiano! ‒ aveva commentato il canonico.

‒ E come se non bastasse, li tiranneggia, li tortura e, se si ribellano, li fa impiccare all’albero di mango della sua tenuta...

L’Arcivescovo gli aveva affidato il compito di verificare la veridicità di quelle accuse e di redigere una relazione dettagliata sugli abusi del possidente.

Che entusiasmo aveva provato mentre valicava le ripide scorciatoie delle Ande orientali! Aveva impiegato quattro giorni ad arrivare alla lussureggiante Ceja de Selva. Dal «porto» che separava il versante occidentale da quello orientale, aveva ammirato il verde della valle calda e umida, molto diverso dal paesaggio e dal clima delle montagne natie, di cui era tipica la terra secca.

Il padrone Juan Bautista Escalante in persona lo accolse nel primo avamposto del suo latifondo, dove regnava come un anacronistico imperatore, elevato alla condizione di semidivinità dall’ignavia dei suoi mezzadri. Fin dall’inizio il canonico aveva colto, nel suo cieco dispotismo, i segnali di una demenza mascherata.

Il latifondista lo aveva riempito di onori, nel tentativo di nascondere gli abusi commessi. Aveva fatto pressioni sui coloni, terrorizzandoli, in modo che nessuno di loro raccontasse al sacerdote, durante la confessione, delle sue angherie. Appena venne ricevuto nella sala della tenuta, Altamirano sospettò subito che il possidente si dedicasse a pratiche sataniche. Sugli scaffali polverosi della vecchia biblioteca, vide trattati di occultismo e alcuni libri proibiti.

Il calore opprimente e l’umidità lo avevano costretto a liberarsi della tonaca di lana nera spessa per mettersene un’altra più leggera di lino bianco. Si sentì più fresco e in grado di sopportare meglio la canicola che esacerbava i suoi sensi e si dedicò ai suoi doveri pastorali.

Durante le prime settimane nella valle di Lares, il canonico pensava che la sua permanenza in quel luogo sarebbe stata semplicemente un altro frammento della sua vita pastorale. Fino a quel momento, la fede era la sua ragione di vita. Non nutriva alcun dubbio circa il suo ministero né il suo impegno sacro con la Chiesa. Era andato alla tenuta di Escalante a compiere il suo lavoro missionario, a salvare i parrocchiani dalla perdizione e a redigere una relazione per l’Arcivescovo.

Quasi guidato da un tropismo positivo, si sentì attratto dall’unica figlia del latifondista, la cui madre, molti anni addietro, aveva fatto ritorno alla capitale perché non era riuscita ad adattarsi alla vita della valle. All’inizio, svolgeva il ruolo di confessore e consigliere di Elvira. Chiacchieravano nella sala della tenuta, in presenza del possidente che non osava intervenire nella conversazione. Lei raccontava al canonico della sua vita in città, di quando il padre l’aveva mandata a seguire gli studi primari e secondari in un collegio di suore.

‒ Mi mancavano molto mio padre e la mia vita nella tenuta ‒ gli aveva confidato Elvira.

La domenica andava a far visita ai suoi famigliari di Cusco, zii, zie e cugini, ma in città si era sempre sentita un’estranea.  Aveva avuto dei corteggiatori, con i quali però non aveva avuto nessuna relazione d’amore.

‒ Non mi piaceva il clima freddo della città e odiavo indossare la divisa di lana del collegio; e il sabato e la domenica, per uscire in strada, dovevo mettermi un cappotto…

Le mancava il clima della vallata di Lares e la libertà con cui viveva in quei luoghi. Con il passare dei giorni, queste conversazioni si trasformavano in confidenze. Nel canonico Elvira vedeva non il sacerdote ma un amico, anche se un po’ più grande, che godeva della fiducia del proprietario terriero. La sala della tenuta sembrava piccola per le conversazioni tra Elvira e il canonico. Con la scusa di fargli vedere un limpido specchio d’acqua in cui usava fare il bagno, lo invitò a fare una passeggiata a cavallo. Suo padre sentì e non ebbe nulla in contrario: come avrebbe potuto dubitare dell’integrità morale del dottor Altamirano? Cavalcarono verso lo stagno per allontanarsi dagli occhi e dalle orecchie del padre di Elvira. Durante quella prima passeggiata, che per il canonico fu indimenticabile, lui le fece delle confidenze. Non era molto sicuro né convinto della sua vocazione sacerdotale. Riflettendo sul risultato della sua vita, tutto gli pareva confuso e una certa inquietudine si impossessava di lui. Nel collegio religioso in cui aveva frequentato i corsi di educazione primaria, i padri che gli insegnavano religione, rendendosi conto del suo impegno nel catechismo, lo avevano istruito a seguire la strada di Gesù Cristo. Voleva divenire sacerdote, vocazione che riteneva essere la più nobile, elevata e invidiabile. Il suo grande ideale era trasmettere il messaggio del Salvatore e riuscire ad attrarre più fedeli. All’epoca, per i figli di buona famiglia le carriere più prestigiose erano quella di maestra per le femmine e di sacerdote per i maschi. Alla fine degli studi primari don Andrés, suo padre, lo portò a Lima in un viaggio a cavallo che era durato parecchie settimane, per farlo entrare in seminario.

Il canonico ammirò la bellezza paradisiaca, come l’aveva definita, di quello specchio d’acqua. Quella prima volta, lei non osò fare il bagno nuda come era solita fare. Al ritorno da quelle passeggiate, il canonico veniva colto da una quantità di dubbi. Era tormentato dal fatto di non compiere la missione affidatagli dall’Arcivescovo. A volte, non era molto convinto che Elvira fosse attratta da lui. Perché continua a invitarmi a fare queste passeggiate? ‒ si domandava. Il comportamento della fanciulla gli pareva disinvolto, totalmente indifferente alla devastazione morale che provocava in lui. A volte fingeva di ignorarlo completamente. In quei momenti difficili diceva tra sé e sé: Mi sto facendo delle illusioni! Non era possibile che una giovane, appena uscita dalla pubertà, provasse interesse per un sacerdote molto vicino alla quarantina. L’altro aspetto di questo amore nascente però era sgradevole, e lui era consapevole dei problemi che avrebbe avuto se la cosa si fosse concretizzata. Che cosa avrebbero detto i suoi padri? Quali rimproveri gli avrebbero mosso gli altri fratelli che avevano scelto la stessa strada? Lui però voleva solo stare accanto a Elvira, ammirarne il volto con tenerezza e incantarsi a vederla muoversi in quel paesaggio. Aveva bisogno di sentire la sua voce, che alle sue orecchie suonava piuttosto come una carezza. Sentendola accanto a sé, si lasciava invadere da una sensazione di voluttà.

‒ In realtà ‒  le rivelò ‒, è stato per decisione di mio padre che sono andato a studiare al seminario di Lima…

Come si sarebbe potuto dire il contrario? Per contro, si era immedesimato nel suo ruolo di sacerdote e si era sentito investito di una missione. Dopo aver conseguito la laurea, tornò a Cusco convinto della serietà della sua vocazione. Si rifugiò nello studio dei Vangeli e si dedicò ai suoi compiti sacerdotali.

Dopo un pranzo accompagnato da vino portato dalla costa a dorso di mulo, il canonico osò guardare per la prima volta gli occhi febbrili di Elvira. Al pomeriggio, uscirono di nuovo passando lungo le coltivazioni di yucca e arrivarono ad una collina boscosa piena di alberi di papaya. Scesero dai cavalli e si guardarono negli occhi senza nessun pudore, nella trasparenza del loro amore nascente.

Accanto allo stagno, lui le aveva preso la mano, come se lei se lo aspettasse. Poi la abbracciò e la baciò piano su una delle sue guance ardenti. Lei non lo aveva fermato né respinto. Lui era turbato dalle sensazioni che ribollivano dentro di lui. Da quel momento, entrambi si erano sentiti uniti da un vincolo segreto e potente. In silenzio, meditarono sulle conseguenze di quella trasgressione, poi fecero ritorno alla tenuta.

Per parecchi giorni il canonico decise di stare lontano da Elvira, con la coscienza tormentata da due decisioni in conflitto l’una con l’altra: mettere le sue cose in una valigia e chiedere una guida e un cavallo per tornare in città o rimanere nella valle e lasciare che gli eventi seguissero il loro corso.

Durante la notte i dubbi e i tormenti non lo facevano dormire. Il suo corpo sembrava ribellarsi contro i dogmi della fede. Fu poi colto da una passione incontrollabile. Voleva toccarla di nuovo, accarezzarle il viso e attirarla a sé per sentire i fremiti del suo corpo.  Non ebbe la forza necessaria per resistere alla potente attrazione che la figlia del possidente esercitava su di lui. Com’era possibile che creature dall’aspetto sublime fossero strumenti dei «demoni blu»?

Elvira arrivò in una notte di luna piena nella stanza in cui il sacerdote cercava di prendere sonno, tormentato dal caldo e con il pensiero sempre rivolto a lei. Come un’apparizione irreale, nuda come natura l’aveva fatta, lei aprì la zanzariera e gli accarezzò il dorso della mano provocando un tremito involontario.

Fingeva di respingere gli approcci di quella tentatrice. Non aveva mai vissuto l’esperienza di trovarsi dinanzi al corpo nudo di una donna. Seguendo i dettami di un’arte erotica ancestrale, Elvira sapeva accarezzare magistralmente tutte le parti del suo corpo per risvegliare o provocare piacere. Era la reincarnazione di Lilith, la prima moglie di Adamo espulsa dal paradiso terrestre da Dio per avere bestemmiato contro il suo nome. Lilith era stata descritta come una donna insaziabile.

Forse per questo Elvira non assunse la posizione più classica per fare l’amore, quella del «missionario» che l’avrebbe messa in condizione di passività. Si mise invece a cavalcioni sopra di lui, sinuosa, muovendo i fianchi in un ritmo sfrenato. Raggiunsero entrambi il culmine del piacere diverse volte per gran parte della notte, mentre tutti gli abitanti della tenuta dormivano.

L’ho amata con passione ‒ si disse il canonico ‒. E continuo ad amarla, nonostante quello che mi ha fatto…

In città, lontanissimo dalla passione degli amanti, l’Arcivescovo si rassegnò all’idea che il canonico fosse morto di malaria. Il più preoccupato per la lunga assenza era don Andrés, che aveva mandato un messaggero alla valle di Lares con una lettera destinata al latifondista per avere notizie della sorte di suo figlio.

Devo andarmene con lei! ‒ aveva pensato José Gabriel, quel giorno in cui il «propio», sul fare di mezzogiorno, si affacciò alla tenuta.

Con la promessa di una ricompensa, convinse un mezzadro a guidarli indietro verso Cusco percorrendo una strada poco conosciuta. I coloni avrebbero avuto sempre in mente la partenza discreta degli amanti, in una mattina dal cielo limpido che preannunciava una giornata afosa. Intanto il padre di Elvira dormiva profondamente nella sua stanza. Terrorizzati dalla reazione del padrone, i mezzadri si erano allontanati dalla tenuta per non subire la sua collera.

‒ Quel Satana bastardo ha rapito la mia Elvirita! ‒ aveva imprecato il latifondista. Poi chiamò urlando i suoi servi e ordinò loro di sellare i cavalli per seguire le tracce dei fuggitivi.

Per molti giorni, il padrone e i suoi mezzadri li cercarono invano lungo i sentieri frondosi che portavano alla cordigliera. Sparse la voce nella valle e nelle proprietà adiacenti che avrebbe ricompensato con una fortuna in libbre d’oro chi gli avesse segnalato il nascondiglio dei fuggitivi. Voleva vedere il sacerdote impiccato all’albero di mango che faceva ombra sul patio della tenuta. Era la giusta punizione per chi aveva macchiato il suo onore.

Sempre fatalista, interpretò la fuga di Elvira come un segnale della sua decadenza. Per notti e notti si ribellò al sonno, tormentato dal turpe affronto che gli aveva inflitto Altamirano.

 

 

 

 

 

 




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