TEATRICA
DANIELE TIMPANO

“Aldo morto”
o il teatro
della dimenticanza


      
Il 38enne autore-attore romano ha inscenato uno spettacolo sul sequestro e sull’assassinio, da parte delle Brigate Rosse, di Moro. Ma non è un lavoro commemorativo o ‘d’impegno sociale’ o politicamente corretto. È un’immersione nella barbarie ideologica, da cui far scaturire in forma grottesca una riflessione tragica sulla morte: la sua, la nostra, quella del leader democristiano. In tal senso la sua scrittura drammaturgica e scenica si distacca nettamente da quella di Dario Fo, legato all’utopia, alla speranza rivoluzionaria: lui non coltiva illusioni, né ha certezze, si fa carico dei mali del mondo semplicemente perché gli appartengono.
      




      

di Alfio Petrini

 

 

Ho visto ‘Moro morto’. Ho visto lo spettacolo Aldo morto. Non racconta la vita e la morte del Presidente della Democrazia Cristiana, fautore del “compromesso storico”, sequestrato e ucciso dalla Brigate Rosse. Rosse di sangue. Non ha aura commemorativa. Non ha pretese d’impegno politico. Non subisce interferenze ideologiche e condizionamenti storici. C’entra l’uomo, c’entra  Daniele Timpano – autore del testo e dello spettacolo –, che ha sentito il bisogno di confrontarsi con un evento tragico della nostra storia recente, di mettersi in gioco, di rivelare pensieri e sentimenti corroborati da tensioni attive e presenti che gli ribollivano dentro. E allora, la questione centrale è questa: come si scrive un testo e uno spettacolo di teatro senza raccontare in modo servile la storia? Un artista come si mette in rapporto con un fatto che è entrato nella storia del suo Paese?

Nel 1978 Timpano era un bambino, non ha vissuto il clima  del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro. Non poteva conoscere il fatto, ma evidentemente ce l’aveva  dentro. Ci sono fatti che non abbiamo vissuto e che non conosciamo, ma che ci appartengono. Timpano non ha compiuto l’atto di barbarie, ma la barbarie dell’atto gli appartiene. Non la conosce, ma gli appartiene, quindi se ne fa carico e compie una riflessione tragica in forma grottesca sulla morte: la sua, la nostra, quella di Moro. 





Daniele Timpano in Aldo morto (ph. Michele Tomaiuoli)


Il lavoro critico è frutto della visione e della rimembranza dello spettacolo. Data la impossibilità oggettiva a raccontarlo, il recensore se ne allontana, senza mai perdere il contatto con l’opera, nella speranza di poterla almeno sfiorare. In questa occasione scelgo di trasgredire la regola e limito il mio ragionamento ad alcune riflessioni sul testo e sul rapporto di collaborazione tra testo e scena.

A tale proposito va detto che, conseguentemente a quanto indicato in premessa, Timpano elimina il personaggio e la sua mediazione, favorendo la comunicazione diretta, come individuo che esprime il suo originale punto di vista. In tal senso  la proposta artistica, più che essere una rappresentazione teatrale, si configura come atto performativo, come atto di disvelamento – opposto e contrario all’atto di  mascheramento –, che apre di tanto in tanto finestre smisurate sull’umano del soggetto scrivente e in seconda istanza parlante. Insomma, Aldo morto, essendo meno di uno spettacolo, porta con sé qualcosa di più di uno spettacolo: offre in dono, oltre al disvelamento, il valore aggiunto di un modo poetico di fare teatro. La testimonianza è senza testimone, il riferimento ai fatti della storia non serve a veicolare messaggi ideologici precostituiti, il racconto ha il suffragio dell’energia e della vitalità delle forme organiche naturali, l’accento di  verità è dato dal cuore messo a nudo, essendo il clima generale quello dell’evento che si dispiega sulla linea di una improvvisazione guidata. Su questa strada mi piacerebbe vedere Timpano maggiormente impegnato in un prossimo futuro, magari tenendo conto anche di un fatto sul quale si sofferma Franco Ruffini nel suo ultimo bellissimo libro L’attore che vola (p. 119 ). “In base alla concezione organicistica di Bode, è la coscienza ad essere responsabile della disorganizzazione, cioè della disorganicità, del movimento”, scrive Ruffini. E aggiunge: “la coscienza produce artificialità, affettazione. Il lavoro dell’attore deve consistere allora in una ‘via negativa’ che disciplina la volontà, al fine di eliminare gli atti, o di convogliarli convenientemente verso il baricentro del corpo”. Si tratta di una questione complessa, di fondamentale importanza, rispetto alla quale sarebbe opportuno che il nostro autattore meditasse un poco nella prospettiva di risultati ancora più convincenti sul versante dell’arte dell’attore, quindi del potenziamento dell’azione performativa e, di rimbalzo, della collaborazione tra testo e scena. Il poco diventerebbe molto. Il piccolo diventerebbe grande, molto più grande.

    

Credo di essere stato tra i primi a dire, una diecina di anni addietro, che Daniele Timpano era un attore da tenere d’occhio. Oggi penso che, nel giro di pochi anni, sia diventato più bravo di Dario Fo, come attore, ma soprattutto come autore, perché il suo lavoro di scrittura – in un’epoca in cui è difficile realizzare l’azione e la reazione –, è scevro dalle pastoie ideologiche di quel “teatro politico” che ha lungamente caratterizzato il lavoro drammaturgico del premio Nobel: lavoro che ha inseguito e che insegue ancora scorciatoie effimere, che ha dimostrato di non durare nel tempo, così come ha dimostrato di non durare nel tempo l’ideologia a cui fa riferimento quella drammaturgia. Ma questa è un’altra storia, che un giorno, forse, sarà oggetto di studio da parte di alcuni storici di teatro.

Torniamo a Daniele Timpano, il piccolo. Con la considerazione che ho appena fatto, non intendo in questa sede celebrare alcun atto di beatificazione, ma manifestare un apprezzamento nei confronti dell’infinitamente piccolo che tende verso l’infinitamente grande. È ovviamente difficile immaginare il percorso che Timpano riuscirà a fare nel corso dei prossimi anni e le tracce che sarà capace di lasciare nel campo della scrittura di testi linguistici. Una cosa è certa: come uomo di questa terra non è posseduto dal demone che lo spinge a voler cambiare il mondo, perché sa che il mondo è quello che è e che nessuno potrà mai cambiarlo. Non si traveste da storico, da filosofo, da ideologo, da seminatore di speranze e di verità assolute. Con la scrittura non spiega fatti, non asseconda  veli della superficie, non ha certezze categoriche; piuttosto mette a confronto valori opposti e contrari considerandoli irriducibili, semina dubbi, si fa carico dei mali del mondo perché gli appartengono, perché sa che per andare oltre la barbarie deve farsene carico, anche se non ha mai compiuto atti barbarici.





Aldo morto di e con Daniele Timpano (ph. Claudia Papini)


“Ma dov’ero io quel 9 maggio? E cosa facevo? A che pensavo?“, si domanda. Poi aggiunge: ”E soprattutto a voi che ve ne importa? È una cosa importante cosa facevo e che pensavo io a tre anni e mezzo?” No. È importante sapere, oggi, quali siano i movimenti del suo pensiero e del suo desiderio in relazione alla morte violenta subita da Aldo Moro, su cui si addensano ombre. È importante che, invece di celebrare il teatro della  memoria, sappia praticare quel teatro della dimenticanza che ha bisogno di una dote particolare, molto rara: la pazienza. La pazienza di aspettare che i fatti, dopo un po’ di tempo, tornino alla memoria trasformati, cambiati, per poter essere utilizzati in drammaturgia come frutti del tradimento compiuto nei confronti della storia. Ne consegue che Aldo morto, proprio nel momento in cui dimentica i fatti della vita e della morte di Moro, rende omaggio a Moro in modo poetico attraverso un processo d’immedesimazione del drammaturgo, simile a quello che realizza lo spettatore nei confronti dello spettacolo. I fatti trasformati escono dalla storia ed entrano – con la scrittura – nella prassi della poesia del teatro. Senza enfasi. Senza retorica. Con un profondo senso di pietà umana.

Se Timpano polemizza con Pasolini, Baliani e Bellocchio, per il suo filmetto sulla morte di Moro, io mi sento di polemizzare con Pasolini, Baliani, Bellocchio e con Paolini, il quale è diventato una divinità miracolante della storia patria, un tuttologo che fa il verso a se stesso, un cottimista che sforna oggetti edificanti, non avendo la capacità di dimenticare i fatti realmente accaduti e la pazienza di aspettare che ritornino, un giorno, dotati di valore aggiunto, come ha dimostrato di saper fare magnificamente il grande Marquez con il suo Cent’anni di solitudine. E a questi nomi mi sembra che si debbano aggiungere quelli di alcuni giovani drammaturghi, devoti al  “teatro della memoria” o al “teatro d’impegno sociale” (nuova formulazione del vecchio “teatro politico”), che pretendono di stare nel mondo, di fare luce sui misteri  degli “anni di piombo”, di trasformare le tragedie in atti di fede, di rendere giustizia agli errori e agli orrori di una umanità corrotta e corruttrice con la pratica di un buonismo nauseabondo. Non c’è metafisica della luce in Aldo morto. Si va alla ricerca di una scintilla di luce nel buio della tragedia umana. È poco? A me sembra molto.




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