SPAZIO LIBERO
CINEPRIME – “HUNGER”
Bobby Sands,
dalla rivolta
al martirio


      
Sulla scia del successo di “Shame”, arriva in Italia con quattro anni di ritardo l’opera prima di Steve McQueen. Si tratta di un film magnifico che ha avviato il sodalizio tra il regista e l’attore Michael Fassbender, e narra la vicenda dei militanti dell’Ira (Esercito repubblicano irlandese) detenuti nel carcere di Long Kosh, nell’Irlanda del Nord, la loro ribellione contro le spaventose condizioni della prigione e le umiliazioni subite. Fino al culmine dello sciopero della fame che condurrà uno di loro alla morte. Pellicola dura, toccante, dolorosa che con stile asciutto mostra l’implacabile determinazione repressiva del premier britannico Margareth Thatcher.
      



      

di Enzo Natta





Meglio tardi che mai. Sull’onda dei consensi raccolti da Shame, dopo quattro anni arriva Hunger (Fame), opera-prima di Steve McQueen (nessun legame con l’omonimo attore americano morto nel 1980) che ha tenuto a battesimo il fortunato sodalizio con l’attore tedesco-irlandese Michael Fassbender.

Siamo nel 1981. Un uomo ha appena immerso una mano nell’acqua fredda di un lavabo (poi capiremo il perché), quindi guarda con fare circospetto dalla finestra e infine esce di casa premunendosi di controllare, prima di avviare il motore, che sotto l’auto parcheggiata per strada non ci siano bombe.

Comincia così l’inizio giornata di un agente della polizia penitenziaria che presta servizio nel tristemente famoso carcere di Long Kosh, nell’Irlanda del Nord, meglio conosciuto come the Maze (il Labirinto). Bastano poche inquadrature per avvertire la tensione che grava nell’aria e come questo clima di ansietà trovi il suo apice nel famigerato braccio della prigione in cui i prigionieri dell’Ira (Esercito repubblicano irlandese) stanno mettendo in atto il rifiuto di indossare l’uniforme carceraria contro la decisione del governo britannico di equipararli ai detenuti comuni. Una protesta accompagnata da altre manifestazioni di dissenso, fra le quali la pratica dello “sporco” (la rinuncia a lavarsi e alle più elementari regole di igiene e di pulizia) e lo sciopero della fame. Attraverso un nuovo arrivato seguiamo i detenuti nella spaventosa realtà della vita all’interno del carcere, nel modo ingegnoso con cui si industriano a far entrare di nascosto una serie di oggetti senza che le guardie se ne accorgano e come riescano a comunicare con l’esterno. Quando la direzione del carcere convince i detenuti a indossare abiti civili al posto della divisa imposta ai reclusi comuni riconoscendo così il loro status di prigionieri politici, troppo tardi ci si avvede che si tratta di una beffa perché gli indumenti sono costumi da pagliacci. Un trattamento offensivo, una derisione che scatena una sommossa, con i militanti dell’Ira che mettono a soqquadro le celle distruggendo tutto ciò che capita loro sottomano. La rivolta è sedata con violenza, con percosse e perquisizioni personali. Ma nessun agente penitenziario è al sicuro, soprattutto dalle vendette che provengono dall’esterno, e infatti la guardia che avevamo visto all’inizio del film è freddata con un colpo di pistola alla nuca mentre è in visita alla madre inferma. La situazione degenera e tocca il punto più acuto con lo sciopero della fame che provoca la morte di Bobby Sands, primo di altri dieci prigionieri pronti a sacrificare la vita per la causa comune.

Premiato a Cannes con la Caméra d’or, Hunger è la cronaca fredda, angosciante, eppure estremamente coinvolgente  del duplice sguardo (dei detenuti e delle guardie carcerarie) che registra l’evolversi degli eventi all'interno di Long Kosh, così incisivo da scavare nella realtà e da saper andare al di là dei fatti suscitando forti emozioni e creando nello stesso tempo una specie di cuscinetto protettivo, uno spazio, una distanza di sicurezza fra la platea e lo schermo che via via si fa sempre più acuta e più critica.

Già altre volte il cinema si era occupato di Bobby Sands e della protesta degli irredentisti irlandesi detenuti nelle carceri di Sua Maestà. Lo aveva fatto con Una scelta d’amore di Terry George e Il silenzio dell'allodola di David Ballerini, per certi versi anche con Nel nome del padre di Jim Sheridan, ma mai era stato così aspro, diretto e incalzante nello sviscerare il problema in tutte le sue componenti, comprese quelle umane, ideali e morali, come traspare dall'incontro fra Bobby Sands (un'interpretazione che conferma quale straordinario attore sia Michael Fassbender, dimagrito per esigenze di scena fino ai limiti di ogni naturale possibilità) e un prete, padre Dominic Moran, che dopo un iniziale scambio di battute scherzose cerca di dissuaderlo da quell’insano gesto che equivale a un suicidio. Un incontro che inizialmente sembra stemperare il clima di tensione e concedere una boccata d’aria, un attimo di tregua fra tanta elettricità, ma che poi poco alla volta si fa acceso e vibrante in una tenzone dialettica (un piano-sequenza a camera fissa di oltre 20 minuti) che non concede respiro e che ruota intorno all’interrogativo se quell’atto lucido, determinato e violento contro sé stesso sia da considerarsi suicidio, sacrificio o martirio.

Film straziante, denso di trepidazione e carico come una molla, asciutto e doloroso, che ripercorre in modo spoglio e sofferto il dramma di chi ha deciso di testimoniare il proprio ideale con il coraggio delle scelte estreme, mai retorico, mai sopra le righe, che respinge ogni manicheismo senza cedere minimamente a cariche di emotività e alla ricerca di effetti spettacolari. Film dal duplice impegno: dell’autore e dello spettatore, chiamato a un atto di solidarietà nel condividere spiritualmente il calvario dei militanti dell’Ira (bollati come volgari terroristi dalle dichiarazioni di Margareth Thatcher che accompagnano gli ultimi momenti di Bobby Sands e che restituiscono un’immagine del premier britannico ben diversa da quella tenera e casalinga che emerge da The Iron Lady). Ma soprattutto film da ricordare, perché a nulla vale la memoria se non graffia e lascia un segno nel profondo del cuore.  

                                                   

                                        

 

Hunger (Gran Bretagna, 2008). Regia: Steve McQueen. Interpreti: Michael Fassbender, Liam Cunningham, Stuart Graham. Distribuzione: Bim.





I detenuti dell'Ira nel film Hunger (2008)



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