SPAZIO LIBERO
ROSSANO GIROMETTI
Versi colmi
di un lucido smarrimento


      
Una nota critica alla silloge poetica “Le evidenze”. Un apprezzabile libro di esordio, edito da Campanotto, che s’interroga sulla verità della condizione umana, senza illusioni di armonie e redenzioni. Tra moduli classici e dissonanze formali ciò che al fondo emerge è una visione dove la vera condanna è l’impossibilità della vita.
      



      

di Canio Mancuso

 

 

La parola poetica è un atto vitale, che ha una sola necessità: testimoniarsi nella luce. Lo dimostra questa raccolta, sedimentata negli anni, nella coscienza, come i momenti di una germinazione. Il titolo, Le evidenze (Campanotto Editore, Pasian di Prato – UD, 2012, pp. 92, € 10,00), ha il suono di un acconto pagato dopo lo scacco, sembra la premessa a un’argomentazione scientifica. E lo è, almeno in parte. Perché la poesia non può accontentarsi di aderire a una formula, cancellando l’immagine, che la distingue dal lògos. Girometti costruisce il suo discorso col rigore di una tesi, ma non cerca di persuadere l’ascoltatore: lascia che il pensiero si rischiari nella mutevolezza di un cristallo liquido, nell’apparente, attonita fissità dello sguardo. È la verità della condizione umana restituita da uno specchio. L’autore enumera torti e ragioni di una cronaca dissanguata, che non è un puro rendiconto esistenziale, perché non ci sono colpe da espiare; la vera condanna è l’impossibilità della vita. Un’armonia non attingibile neanche al grado più illusorio: il vivere al cinque per cento di cui parlava Montale. Ciò che si impone nel poeta, è la volontà di resistere all’incaglio dell’esistenza, pur sapendolo inevitabile. L’osservazione del mondo nel suo segreto profondo, è il presupposto “sensoriale” dell’intuizione lirica: nessun poeta potrebbe esprimere una concezione del reale senza averlo percepito nella sua totalità. In tal senso, Le evidenze è un libro riuscito: Girometti ha una visione della storia e gli strumenti linguistici per definirla. Spesso ricorre ai metri tradizionali: il ritmo alternato di endecasillabi e settenari, il sonetto, la terzina. Per esempio:

 

Un’altra secca arriva con l’estate,

dirompe un altro sole più violento

su cose che non sembrano mai state.

 

Il volo del gabbiano va più lento

traversando le piste a noi vietate

sul mare lucido di smarrimento.

 

E noi, da sempre, sulle rive odiate

sospesi nel rabbioso stordimento

all’annuncio di navi già affondate.





Remo Capone, dalla mostra Terra segreta, Oriolo Romano, 2010


Qui il modulo è quello classico della terza rima. Non si tratta di un’affettazione compiaciuta, ma dell’esigenza di appropriarsi dei necessari mezzi espressivi. Una consapevolezza maturata nel tempo, con l’esercizio filologico. Nel testo succitato, si può notare come gli elementi del paesaggio siano racchiusi in una correlazione antitetica rispetto allo stato d’animo di chi parla: alla violenza del sole, corrisponde, per contrasto, l’evidente inesistenza delle cose; a un mare lucido di smarrimento – che assume quasi un’attitudine psicologica nel sentire l’irrealtà del mondo – corrisponde il volo del gabbiano arreso a un destino universale. Gli esiti più felici si notano nelle invenzioni di pochi versi: penso ai guizzi delle metafore sugli animali, a simboleggiare un’inquietudine che pervade ogni atomo dell’esistente. Si veda la lirica:

 

Ai piedi della grata verniciata di rosso

riposa un geco e striscia, nell’ultimo minuto

dell’avventura breve, la larva in bocca al ragno…

 

Dove lo stilema in apparenza stantio dell’alessandrino, articola una rapida sequenza di fotogrammi; in cui si ripete l’ostinazione di esseri trascurabili, nella vita e nella morte. Istanti ghiacciati nel dato scabro della biologia, che esplodono nel sigillo della riflessione gnomica:

 

È quest’aria lucente…

che accoglie il mio disastro stupito di quest’aria.

 

Non mancano le dissonanze tra l’idea e la forma – certi arcaismi latineggianti: vedi l’evitabile cui lice del primo sonetto –, ma sono incertezze minime, piccoli inciampi lungo una strada senza dossi. Domina su tutto la limpidezza dell’io, che fa i conti col dolore e lo scompone per rinominarlo.       

 

 




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