PRIMO PIANO
DIARIO D’AUTORE (24) - II
“M-teoria”



      


di Stefano Docimo

 

 

No, le cose non sono nate da uno spirito infinitesimale giunto

            dal nulla allo spessore

e dalla densità dell’essere.

Sono nate da un corpo esistente che ha ricavato già compiuti,

dal nulla stesso,

con il soffio,

dei corpi, degli oggetti e delle cose che ha modellato con la

           mano.

Ecco il materialismo assoluto.

Il resto, dall’alta metafisica all’alta mistica

attraverso la psicurgia

non è altro che il superficiale infantilismo

di un cervello in decomposizione.

E questo corpo non è un puro spirito

ma un uomo che ha pensato e sudato tutte le sue vite come un

          orologiaio che è

anche un muratore, uno sterratore, uno scultore, un pittore, un

         poeta, un musicista,

un fabbro, un mercante di ferramenta.

 

(Antonin Artaud, Note per una “lettera ai balinesi)

 

 

I

 

Di quest’autunno vorrei ricordare soltanto lo schianto

                                                                                      del vuoto sull’asfalto

l’asfodelo iperreale di lembi di terre

disabitate primavere inghiottite senza il caldo abbraccio

delle ideologie: non più stagione di lotte e rinnovi contrattuali:

                                solo la sorda disperazione indiana da peone incallito

                                                            da notti troppo lunghe: mon dieu! déja vu! ... Tra poco

                                                             ripuliranno

l’angolo annerito dal fumo dei cartoni invernali

                                                           del barbone: chissà se tornerà a sporcare come sempre

quel giaciglio marmoreo squarciando con la sua sola presenza

l’ideogramma assoluto d’un quartiere di vecchi barbagianni

sotto lo scampanio della chiesetta già sconsacrata

                                                           e ad osservarlo il barbone dall’alto e lui a osservare me

la mia luce i miei drappi colorati lo stile tecnologico

                                                          del salone come fossi la sua ninna nanna, col suo respiro

monologante da faraglione ben piantato in multistrati di pelle

dev’essere stata la sua maledizione a inceppare l’arnese per marmi:

il suo lato oscuro ancora resiste caparbio e nerissimo ad memoriam

                                                           chissà se tornerà a sporcare dopo il duemila a lavori ultimati

                                                           chissà se glielo permetteranno – sempre che qualcuno della

Charitas

                                                            non l’abbia nel frattempo convinto a debordare

o qualche teppistello pariolino non gli abbia dato fuoco –

                                                            Mon dieu! Quelle honte! Autunno tormentato da questo

e da quell’altro, un tormentone a non finire d’immondizie al sole;

                                                             autunno poco patriarcale e molto verace, crudo e tumorale,

autunno

bicolore delle strade violentate dai lavori di finemillennio;

                                                             autunno della femme morte dei tratti sperimentali

della Cassia Veientana sotto raffiche di pioggia; autunno cittadino con kermesse, naviglio

di soldati senza patria né partenze;     autunno senza risveglio,

                                                          un tormentone autunnale con cibo transgenico nel piatto;

un vomitevole autunno domestico; un volgare circuito

                                                             di crudeli non-sense alla luce del sole, d’un sole bianco e

                                                                                                                                  [impietoso

 

 

II

 

L’uomo del taxi guida con scioltezza e parla elegante

                                                            e fuma il fumo d’una sigaretta espirandolo dal finestrino

mezzo aperto alla sua sinistra, con il braccio semiappoggiato

                                                             facciamo insieme il tratto che da via del Corso porta in fondo

al Flaminio, sotto una pioggia a grondaia. È diretto in Mozambico,

                                                             a fine mese, dove fa caldo e non esistono ombrelli. È gente

pacifica

mi dice, siamo noi i violenti. Va perché s’è stufato di stare a Roma

e già non c’è più, già è lontano. Poi ho inviato telegrammi

                                                               di convocazione da San Silvestro. È stata una lunga

                                                                                                                                  [estenuante

contrattazione. Il Post Office un incubo: spaccato su una coppia

post coitum : lei bionda coi tacconi da Madonna: mi lancia

                                                            gli sguardi, poi mi toglie spazio vitale sulla destra. Più in là

il giovane è intento a scrivere due fax: mentre cerco

                                                             di correggere il testo mi preme con il corpetto di velluto nero.

Sull’Espresso un’intervista al filosofo Sgalambro sul sesso a settant’anni.

Gettonatissimo Autumnus Erectus, oh merde! A preannunciare inverni

                                                            caldi come gatti randagi: la scelta tra una comoda casa ricca di

                                                                                                                                              [cibo

e una vita breve e tormentata sulla strada; ma ora le solerti bacucche

del quartiere castrano anche quelli da marciapiede, altrimenti niente

                                                          carne e strofinii. Ma così durano di più. Felici e castrati. Amen.





Anna Boschi, Io ti vedo, 2010


III

 

Autunno senza canzoni: solo tristi lugubri cortei funebri.

Autunno dei rigagnoli e dei rigattieri, seduti sui marciapiedi

avvolti di stracci sporchi. Bancarelle con mostrine anteguerra

e modernariati sepolti per sempre dall’abisso brumoso delle vette

dove si frantumano cristalli oftalmici. Barriere di clinex in luogo

di mortai: vecchi squamati e disidradati nel Sudan, intere popolazioni

di deportati nel Kurdistan, intere popolazioni decimate nel Kosovo

da aerei ONU: stessa cosa in Iraq. Letti da quattro milioni e mezzo di lire

per assistere impotente agli occhi pazzi di mia madre immobilizzata

su una sedia nel giorno del suo settantaquattresimo compleanno:

lo sguardo trapassato da dolore-colpa-terrore e gioia nel rivedermi.

Lo sguardo vivido dell’Altro che mi trapassa la mente. Lo sguardo

dell’Universo metamorfosizzato dove in un solo istante trascorrono

secoli di storie affastellate, disordini etnici e galattici nelle nere pupille

della follia senza più fiato: per averne avute troppe di emozioni.

Ed io che per la prima volta avevo il coraggio di entrare nella sua

anima spettrale ed ebete, ma al tempo stesso lucida e immobile

come un’entelechia. Le cambio il fazzoletto di carta bagnata con uno

asciutto e le dispongo in bell’ordine le posate sul tavolino di fòrmica

40x40 con rotelle. Accanto a lei un’altra sagoma immobile, un’altra entelechia:

statuarie entrambe, in attesa di Caronte. Di fronte, il letto di morte con la data

del ricovero scritta a pennarello su una lavagnetta bianca: 20 agosto 98.

In attesa del trapasso: immobili cariatidi su ridicoli seggioloni.

Vecchie bambine dalla candida pelle in attesa del trapasso con gli occhi

sgranati sul vuoto da troppi eterni istanti. Consuma l’inutile pasto

a conferma del paradosso vitale: fino all’ultimo.

Fibrillazioni spasmodiche, emozioni troppo forti soffocate in petto e ingoiate

per abitudine incallita. La madre è lì, come sempre, seduta sullo scanno

o sullo scannatoio-seggiolone, immobile ed eterna, si direbbe; ma lo sguardo

tradisce la vitalità d’un tempo, un guizzo veloce d’intramontabili frammenti

di secondo, per poi ripiombare nel rovello lento, nel vortice plumbeo dei collettori

cerebrali. La mente vagola tra stanze annerite prima di lasciarle ad un altro inquilino.

Le poggio la piccola bottiglia di plastica dell’acqua sul tavolino

che ora si trova accanto al suo letto. La saluto. Ci salutiamo con la mano.

Da lontano. Ora sembra più serena.

 

 

IV

 

Autunno della paranoia, tra montagne e litorali, dove le anime attendono

di lasciare la sacca corporea che le riveste, secondo le religioni di ogni latitudine:

il resto è interpretazione. Autunno immiserito delle carceri e dei carcinomi

delle zucche per la festa di Halloween e dallo “scambio” dei treni

prossimi a stazionarsi. Vagabondi del Dharma e Libro dei vagabondi

appesi allo scanner per tracimare pagine da lavoro sul tavolo di cristallo

scempi di thè Bancha al latte di riso per ingoiare i rospi notturni: sagome

indefinite simili ad ombra per uno scenario sul vuoto: brandelli di pura carne

in vecchie ammorbate topaie: maestrine in topless che ti leccano il culo

dopo averti spompinato nei cessi delle scuole; fogne assatanate di vergini

impazzite lungo i corridoi dell’Albatros; fatiscenti lemuri in vestaglia

pronti a ciucciartelo dietro un cespuglio in cambio d’una eiaculata intestina:

luci psichedeliche negli alvei della notte; imperscrutabili ordigni maniacali

per giostre cartonate: meglio un samba nel cortile condominiale, dove

fiancheggiano indossatrici di provincia imporporate: sgambettano

come lepri in rossi foulard variopinti. Autunno di fiancheggiatori BR

in agguato nelle istituzioni della capitale riciclata e ricicciata a sangue

nel Capitale Pattumiera anch’esso da riciclare e in quello già Riciclato

in pizzerie a taglio con sculture postmod tra salami a fette e rossi “pachino”.

 

 

V

 

Come in trance regalava grossi tuberi gialli ad ogni visitatore: le grandi

mani perlustranti gli abissi in fogli di oscuro nulla. Autunno plenilunare:

una luna in forma smagliante con Venere brillante sulla rotta astrale

che si contrappone al sole. Plenilunio d’autunno sulla volta inchiostrata:

plaudente plenilunio plumbeo nella placenta materna in corto circuito.

Postribolo sognante borderline a cascate; catrame in ebollizione sulle strade

consolari: partita chiusa: per sempre.

 

 

 

Finemillennio 1999

 




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