LUOGO COMUNE
TOMMASO DI FRANCESCO
Un poeta agguerrito
in cammino
sulla “Via Latina”


      
È uscita da Manni l’ultima raccolta in versi dell’autore romano, giornalista del ‘manifesto’. Un poemetto in ottantatre lasse che attraversa pezzi di mondo, memorie e rovine del presente, a somiglianza di un percorso bellico di tra psicologico e politico, e sempre confrontandosi idealmente con grandi ‘points de repère’: Giacomo Leopardi, Pier Paolo Pasolini e Amelia Rosselli.
      



      

di Mario Lunetta

    

 

Nella poesia italiana della modernità, e negli ultimi trent’anni con un’accelerazione per più aspetti rovinosa, dopo l’esperienza attiva della neoavanguardia ha tenuto banco la questione del soggetto come celebrazione (magari a rovescio) e il suo facile slittamento verso il feticcio dell’io lirico, tutto intriso di un vissuto come chiave emotiva per aprire le durissime serrature del reale, momento fatto di varie labilità fuori della storia, inclinazione misticheggiante propensa all’uso di un linguaggio segnato prevalentemente dalle emozioni (vocabolo passe-partout di terribile natura e terribili effetti), concezione della poesia non come un fare, un lavoro (un lavoro sociale), ma un assoluto. In questo senso, anche l’indifferenza degli operatori nei confronti della critica e della teoria – come dire, nei confronti di attività di riflessione imprescindibili dall’attività cosiddetta creativa, ha prodotto i suoi effetti nefasti. In Italia chi scrive poesia non si preoccupa di leggere, nella convinzione, appunto, che la scrittura poetica, in quanto assoluto, basti e avanzi a se stessa. Di qui, mancanza di confronto, quindi di autocontrollo. L’autarchia ha sempre prodotto brutti risultati.





Pochi tra gli innumerevoli poeti italiani hanno lavorato in questi decenni in controtendenza, anche a rischio di emarginazione. Tra quelli che nella loro produzione non hanno mai rinunciato con più stringente rigore alla consapevolezza è Tommaso Di Francesco (Cliniche, 1987, introdotto da Franco Fortini; Tuffatori, 1992; Disparte, 2003; Incorpora testo, 1994; Il buio della specie, 1998). Poeta “relativo” e non “assoluto”, come testimoniano la sua produzione narrativa e la sua professione giornalistica di esattissima informazione e intensa qualità comunicativa, quindi poligrafo a tutti gli effetti, Di Francesco è ora di nuovo in libreria con Via Latina (Camminamento) uscito da Manni (Lecce 2012, pp. 104, € 13,00) con prefazione di Giulio Ferroni, un poemetto scandito in LXXXIII stazioni o lasse di breve estensione poste a segnare un percorso di passeggio che si gremisce e infittisce sempre più di elementi non appiattiti sul piacere della scoperta turistica, del semplice loisir dell’inatteso, del sorprendente, della felicità irresponsabile che il Verlaine della Bonne chanson fissa in un verso strepitoso (“L’on sort sans autre but que de sortir”) e Walter Benjamin storicizza quando in Berliner Kindheit individua il giusto flaneur in colui che sa smarrirsi in una città come in una foresta.

    

In realtà la camminata del poeta somiglia in questo testo a una lenta nuotata in acque tutt’altro che favorevoli, dal momento che, pure se il tono non è mai gridato, mai clamoroso, il bagaglio delle esperienze e dei pensieri, delle memorie e del presente che non smette di virare in negativo lo accompagna senza sosta. Di Francesco realizza un incastro eteroclito di situazioni che, anche dinanzi allo spettacolo enigmatico di certe tombe romane e lasciandosi filtrare dalle suggestioni dei Cessati Spiriti, non si abbandonano mai alla leggerezza ambigua dell’evasione storico-turistica, perché il germe dell’immagine-pensiero, il tarlo del Verbo che ha scelto da sempre di agire dentro la coscienza critica non dentro l’evanescenza lirica, non lo abbandonano. Il flaneur è qui un flaneur critico, un cittadino che non può rinunciare a fare scelte e esplicitare rifiuti: “La parte non conclusa / che alla città illusa / dava abbandono e margine / leggila come ferita. / Non c’è verso… / rimasto senza tempo, / rincorro la parola / che disapprova il mito / e fugge nel presente”. (XXXIV).

La considerazione del proprio vivere non riesce così ad andare disgiunta dalla necessità della scrittura come conoscenza e scarto rispetto al’ordinarietà del senso comune: “Le forme nascoste del veleno come / poesia sola a se stessa vera materia / come quando l’amore vale per tutti e due / e donna servizievole agli uomini ai bar / versa un desiderio senza desiderio. / Avevo le parole tante e liturgiche / come santi e inferni in calendario”. (XLIX).          

I pezzi di mondo che come cronista e inviato speciale Di Francesco ha conosciuto e sente riaffiorare sulla superficie tempestosa del ricordo non si fanno facilmente costringere nella gabbia di un assetto metrico ben temperato; anzi, non fanno che piegarne le sbarre: e non è sufficiente a placarne l’agitazione il frequente metronomo dell’endecasillabo, trattato comunque, invariabilmente, non su un continuum di canto ma su un andamento prosastico di grande efficacia: “Tutti gli elemosinanti che conosci / di nome in nome e genere in dolore / hanno ragioni da vendere eppure / chiedono ai giorni conferme d’esistenza. / La mia non è una nostalgia militare / ma con questo drappello bene armato / nell’ultima notte del mondo che preparo / vorrei contendere le strade al nemico”. (LXIV).





Giuliana Laportella, Intorno, 2006


Così, il passo di questa poesia si calibra costantemente su una sorta di gestualità anticontemplativa. Il “camminamento” è quindi simile a un percorso di guerra tra psicologico e politico, assistito da fantasmi di ancora fortissima presenza, qualcosa di fisico, di pressante, di incancellabile; e la rammemorazione in versi non ha niente di rituale, ma fa parte ri/fondante della natura e del profilo di quello splendido, indomabile poeta che è Tommaso, funzionando come vibrante omaggio di un vivente a tre autori coi quali non ha mai smesso di confrontarsi: Leopardi, Pasolini, Amelia Rosselli. Anche attraverso figure come queste, tra le quali Leopardi svetta come un vertice irraggiungibile, Di Francesco esplora la natura del suo individualismo materialistico e la sua coscienza di classe attraversata da contraddizioni che non sono di specie nevrotico-individuale ma – direi – acremente legate a una condizione storica fondata sul NO a largo spettro repressivo, e rispetto alla quale, se non si vuole smentire neppure l’affermazione rimbaudiana (Par délicatesse j’ai perdu ma vie), non si può che mettere in gioco anche il proprio fare poetico: “Di fronte al vero mi ritraggo inutile, / in quel che solo è mio ritrovo materiale / una lingua che batte, che respira e nega / la vostra promessa d’un bene automatico”. Da dialettico e da materialista, Tommaso sa che nulla è concesso, nulla è fruibile per puro automatismo. La presenza del padre e della madre non può, quindi, avere nessun sapore di rievocazione patetica, ma solo un dipiù di conoscenza che ri/conosce la loro dignità. E così, oggi che per questo poeta laico, ragionativo, capace di tenere con giusta passione le giuste distanze dal mondo e da se stesso, i sentimenti e l’impegno politico, le contraddizioni della cultura e le insufficienze del quotidiano, le impennate e le cadute del diagramma psichico e tutto il resto, la madre più pressante è la lingua (anzi, verrebbe da supporre, l’alingua trattata in termini post-lacaniani): “conosco un laberinto che m’inzogno / a piè sospinto dentro il mio terrore. / E un’altra stagione, storpio vocali / per entrarci dentro. All’origine”.




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