LUOGO COMUNE
ROMANZO A PUNTATE
Geco (III)



      

di Gualberto Alvino

 

 

Da tempo spio l’edicolante della piazza. All’apparenza niente di strano: apre alle sei in punto, fa un cenno al ragazzo del bar che si precipita con un caffè bollente e due bustine di zucchero, mancia, sorrisi, un pugnetto sulla guancia, qualcosa sull’ultimo derby o sul bel tempo che non si decide a tornare, poi soffia nella tazza, centellina sbirciando le prime pagine dei locali, cavalca il trespolo, sistema le riviste sul banco secondo un ordine che ancora non ho còlto, e inizia a muovere le braccia con tanta rapidità, con una tale destrezza che resto a puntarlo abbagliata senz’accorgermi delle ore che passano. Il cliente non ha bisogno di ordinare: una volta entrato nel suo raggio (sguardi? no: frequenze animali: pensa al castoro quando s’arresta folgorato al limite del bosco tendendo il corpo in ascolto quasiché il cosmo gli istruisse ogni cellula), il suo desiderio è istantaneamente appagato. L’ho seguito a lungo, preso montagne d’appunti, visto infinite volte il girato, sono certa di quel che dico: associa il volto al nome della testata in una frazione di secondo e in una frazione di secondo riesce perfino a dispensare affabilità, allegria. I suoi motti saltano di bocca in bocca, ne ho tappezzato studio salotto bacheca non so quanti specchi: un’occhiata e ritrovo il sorriso, anche nei momenti bui.

Finché, a mezzogiorno preciso, trilla la campana della scuola. Allora si fa cupo, irrequieto, salta giù dal trespolo e fruga le scatole ammucchiate nel retro come un cinghiale che rovisti nel folto. Io sola so che schiude la porticina a vetri larga mezzo uomo e cerca qualcuno fra le schiere di scolari che si rompono in un tuono di schiamazzi a stento represso dalla cera truce del vigile, mite solo con suo figlio, lui in miniatura, anche nei vestiti.

Una ragazzina color miele, più piccola del suo zaino, esce sempre per ultima: lo guarda brevemente, con vergogna, poi siede composta sul ciglio del marciapiede appoggiando il mento alle nocche. Lui ricambia lo sguardo, assilla i capelli bianchi e radi, tossicchia, ingoia e si ritrae di scatto solo quando spunta dalla curva un fuoristrada rosso fiamma. La donna bionda alla guida frena a secco davanti a lei, apre la portiera, la riceve con un abbraccio avido e riparte a gran velocità serpeggiando nel traffico come se avesse fretta d’allontanarsi.

Verme, pensavo da principio, miserabile, credi che starò qui a guardare le tue infamie senza muovere un dito? Se lo credi fai male, amico mio, malissimo; domattina troverai un mucchio di macerie al posto dell’edicola; la migliore delle tue battute sarà l’epitaffio su cui i cani si fermeranno a pisciare; non ti darò pace, non mi darò pace finché non ti vedrò implorare di pulirmi il parabrezza con la mano stesa, e ci sputerò su, e partirò a razzo a un millimetro dai tuoi alluci, poi tornerò indietro e finirò il lavoro col sorriso più maligno che saprò spremere.

Li immaginavo soli in macchina su un viottolo calcinato sotto un cielo livido, mezzadri ignari alzare i berretti, i figli guardarla con invidia, hai le mani gelate, qua, te le scaldo, dàmmi un bacio, mi vuoi bene? che male c’è a volersi bene? domani andiamo al mare. Untuoso. Lei calma, ubbidiente, ginocchi stretti e storti, naso al vetro aspettando un ritorno, occhi socchiusi per capire meglio.

Già meditavo sul modo più rapido d’incastrarlo: due o tre foto scattate al momento giusto, incisione schiarita al computer, un bel bustone imbottito, indirizzo a capital letters e buonanotte al bastardo. Ma il giorno dopo, chiusa la porticina, s’addossa alla parete, scivola lentamente a terra, e resta così per un tempo infinito, sordo ai richiami dei clienti. Nel fuoristrada aveva visto un ragazzo, atletico, riccioluto, più giovane di lui di almeno vent’anni, catena d’oro massiccio sulla camiciola di seta cruda. Al suo fianco la donna bionda con in braccio la piccola, sguardo attaccato all’edicola.

Sua figlia, la bambina è sua figlia. Quella presenza accanto alla moglie gli aveva strappato ogni miraggio di riconciliazione. Lo capii in un attimo. Non ci crederai, ma in quel preciso momento mi sentii sollevata, riscattata, in pace con me stessa e col mondo, quasi fossi stata io a vivere la vicenda in tutti i suoi sviluppi, dagli atroci sospetti iniziali all’agnizione conclusiva. E ora, quando lo inquadro nel binocolo, o punto il gambo per catturarne la voce, mi pare di amarlo. Ormai è una specie di parentela, un laccio da cui non potrei sciogliermi, anche se volessi (ma confesso che non lo voglio, neanche un po’).

D’altra parte, chi non si dannerebbe per aiutarlo?

Vuoi sapere tutto? Allora annega la banda nel budino, chiuditi in camera, stacca il telefono e sta’ a sentire.

È balbuziente, come te da piccola quando cambiava il tempo. Spesso le vene del collo gli si gonfiano e il volto s’increspa in un ghigno che il perpetuo sorriso non riesce a lenire; perciò, dopo ogni caduta, parla a mitraglia: per cancellare negli altri anche solo il sospetto: un incidente càpita a tutti, ora vi dimostro di che sono capace, un fiume in piena.





Giuliana Laportella, Velluto Blu, 2006


Molti ridono nascondendosi dietro i giornali, mentre lui cerca di scansare le parole che iniziano per a, per p, per q, per gutturale: di qui il lessico ingegnoso, la sintassi dislocata, ricca d’inversioni anàstrofi ipèrbati. È riuscito a trasformare la menomazione espressiva in signoria sul linguaggio (quanti scrittori hanno portato la stessa croce? un nesso dovrà pur esserci). Una guerra permanente contro un nemico invisibile e spietato che gli trincia il fiato, gli scuote faccia, cervello. Ma per fortuna gli attacchi non sono quasi mai improvvisi: li sente venire, e allestisce in un istante mille strategie difensive che non finiscono di stupirmi: abbassa il tono e fa del tutto per non ostacolare l’uscita dell’aria; finge di scordare i nomi e di rincorrerli a gesti; prende tempo punteggiando il discorso di voglio dire, così va il mondo, ahi, credammé, si faccia servire, finché non è persuaso d’averla vinta; adibisce i più varî toni cantilenanti per fabbricarsi piattaforme sonore da cui spiccare il volo. Ma soprattutto si aiuta a gesti, quasi blandisse ‒ meglio: stregasse ‒ il diavoletto bizzoso che gli ruzzola dentro guastando ogni armonia.

Non è una minorazione fisica, niente affatto: è che d’un tratto gli si chiude la gola, come se una mano lo stesse strozzando (allora anch’io mi sento mancare e devo ritirarmi). Tenta di resistere in ogni modo, e il terrore di incagliarsi peggiora le cose. Afferra a pinza la pelle del collo e tira per far spazio dentro; mostra le sclere cercando pose contemplative; si ravvia i capelli per celare il viso; soffia gonfiando le guance da putto fin quasi a soffocare. Inutile. L’unico scampo è stendersi sul letto di una melodia e lasciarsi trasportare, sperando nella buona sorte. In uno dei rari momenti di solitudine gli ho letto sulle labbra posso, nessuno me lo vieta, sono io a crederlo, basta smettere di pensare e muovere la bocca, così, gola aperta, più facile che respirare. E ha detto il padrenostro in tre secondi. Corre veramente come un fiume in piena, senza soste, senza la minima indecisione, se l’altro non gl’inchioda gli occhi addosso; ma l’ho visto friggere di brame assassine quando quello assume un’aria contrita, strizza il giornale e si offre di cavarlo dalle secche urlandogli in faccia il termine che lui finge d’aver dimenticato, come si fa coi sordi o i minorati. Capisce che ha capito, ed è allora che il nemico lo annienta. L’imbecillità.

Tuttavia m’è parso d’intuire che non sia questo il suo peggior tormento (e al mio intùito conviene dar retta: l’ho imparato a mie spese, tu ne sai qualcosa). Ogni volta che può apre il cassetto e sfoglia un quaderno dal risguardo malva a trapezî arancio: troppo piccolo perché io possa distinguerne chiaramente il contenuto, ma nell’ultima pagina c’è un acquerello incredibilmente acceso, dipinto corto convulso marcato, fitto di particolari che solo una sensibilità fuori del comune saprebbe cogliere e restituire con tanta coinvolgente vivezza, reso ancor più intenso dal vigore dei chiaroscuri e dalla spartizione della luce: un tempio verde smeraldo tappezzato di giornali svolazzanti legati con spille da balia; su in cima, una bambina dai lunghi capelli platino raccolti in più trecce che arrivano a terra, gli orecchini ritorti su lobi da marziano, seduta in posizione yoga come una chioccia sul pulcino; alle sue spalle un sole tozzo e malinconico, assediato da nuvoloni carichi di pioggia.

Lui non dovrà saperlo (e come potrebbe? non gli ho mai rivolto la parola, né ho la minima intenzione di farlo: mi vergognerei d’avergli rapinato tanta vita) ma andrò a scuola di sua figlia e otterrò il permesso d’incontrarla. Voglio chiederle a chi pensa la sera prima di addormentarsi. Voglio smuovere le acque. Conosco la maestra, mi deve molto, moltissimo (un giorno di questi ti dico tutta la storia), troverà certo il modo. E se non lo trova lei lo trovo io: apparterrò alla razza d’Abele, ma quando mi sento nel giusto anche i bisonti devono tremare.

(Spero d’averne la forza. Non può tenere tutto quel dolore solo per sé. È anche mio. L’ho visto. Toccato.)

 

Pensavi di cavartela con così poco? C’è dell’altro, ma chère, neanche la tua leggendaria immaginazione arriverebbe a concepirlo, sia pur lontanamente. Ma non mettermi fretta: ho bisogno di valutare, discernere, con tutto l’agio e la calma possibile.

Abbiti cura. Tu sai per chi farlo.

 

 

Non c’era nessuno ad aspettarla all’uscita di scuola, l’edicola era chiusa e lei si è seduta al solito bordo volgendo lo sguardo in tutte le direzioni. Sperava che il padre sbucasse da un vicolo, dal portone della chiesa, dalla calca stipata intorno al carretto dei gelati, dal niente. Speranza mista a timore, perché quando credeva di scorgerlo portava di scatto le mani alla fronte per coprirsi gli occhi; poi mi voltava le spalle, quasi sapesse che la stavo osservando. Benché fosse impossibile a quella distanza, e con le mie precauzioni, per un istante ho temuto che lo sapesse davvero: difatti ha chiuso il pugno a cilindro e s’è messa a guardarci dentro, come io sbirciavo nel binocolo. Spostandolo piano ad arco ha inquadrato i festoni e le lampadine colorate, la statua del santo che traballava su cento spalle, i musicanti impettiti tra due ali in delirio, i bambini che s’inseguivano nel fuoco di girandole e stelle filanti (uno la attraeva in particolare: portava la riga al centro esatto della fronte, coperta da due ciuffetti perfettamente simmetrici: corni di carbone in un panetto di burro). S’è posata su di me ridendo. Un lungo respiro e si è lasciata andare: arresa, svuotata, come facevo io quando i miei tardavano un minuto: tutti morti, resterò qui, nessuno verrà a prendermi; e quelli che passavano mi sembravano sosia, brutte copie, impostori pronti a sbranarmi abusando della mia fiducia (non sono cambiata molto da allora).





Gaetano Zampogna, Numero magico, 2007, Acrilico e inchiostro serigrafico su carta 100x70 cm


Stavo per scendere, quando ha alzato la testa e ha cominciato a dondolarsi fissando il tetto del palazzo di fronte. Contava qualcosa: ogni moto del capo un’unità che registrava in mente sbattendo forte le palpebre per fermarla, quella cosa, assimilarla, farla sua per sempre. Poi ha preso un gesso dalla tasca dello zaino e ha tracciato un segno sull’asfalto che non sono riuscita a vedere. Poco dopo ha fatto lo stesso col lastrico del porticato, i mazzi di spighe che fregiano l’ingresso della vecchia forneria (quella dove la mattina compravamo i biscotti, hot from the oven, diceva il figlio cólto del fornaio, fotografando di nascosto la tua schiena nuda; ora c’è un guerriero masai più alto di una torre che ogni volta mi racconta odori e colori del suo villaggio intrecciando le dita come per tenersi a qualcosa). Sarebbe toccato alle foglie d’un mandorlo in fiore distante venti metri se il fuoristrada, emerso di colpo dal traffico, non l’avesse inghiottita. La catena d’oro dell’atleta ha scintillato sul suo fermaglio di latta.

Ho preso la giacca e sono uscita come una furia. Per poco non buttavo giù il generale che stava per suonare, indice a uncino occhialini inforcati: dobbiamo parlare, grandi novità per la questione, semmai telefono o torno più tardi. La questione è la morte. Si prepara al Gran Salto e vuole arrivarci con un pensiero limpido, preciso, un motto lapidario che comprenda senso e scopo di tutto: non si può finire a mani vuote, non a mani vuote, che beffa sarebbe dopo tanta fatica? Lo dice ogni venerdì, poi per un motivo o per l’altro rinvia all’infinito. O forse dimentica, chissà. Ma stavolta ci siamo: l’ho capito dalle mani, immobili, e dai capelli scarmigliati: il tremore sparisce di colpo e si arruffa tutto se passa molto tempo a riflettere senza potersi confidare con qualcuno che crede suo complice. D’accordo, stasera. Non so se reggerà. Reggerà senz’altro, perché non dovrebbe, dopo tanta fatica? Ha soffiato un bacio fra le dita, si è sistemato la cravatta e se n’è andato.

Cominciava a piovere e ho saltato i gradini a quattro a quattro per paura che l’acqua cancellasse le scritte. Il fuoristrada mi ha quasi travolta, un colpo d’aria m’ha ghiacciato le spalle. I nostri sguardi si sono incrociati: lei ciondolava la testa e senza parlare diceva ti conosco, ti conosco da sempre, tu e io siamo la stessa persona, va’ a vedere e capirai.

Ci sono andata. La pioggia mi spappolava le ossa, ma non avrei sentito neanche l’olio bollente.

A terra c’erano tre numeri appena leggibili disposti a forma di triangolo a sette centimetri esatti l’uno dall’altro: 67, 2272, 1803. Cos’erano? Frutto di fantasia, o si riferivano a qualcosa là intorno? Ho dato un’occhiata ma non c’era niente che potesse aiutarmi. Allora mi sono seduta sul ciglio del marciapiede giacca a capanna mentre la gente scappava ridendo sotto gli archi come in quel sogno, e ho ripercorso con lo sguardo il suo stesso tragitto, sforzandomi di concentrarmi il più possibile (impresa titanica per me: basta un frullo di passero a distrarmi, a farmi persino scordare il mio nome).

Il palazzo. Non aveva niente di speciale, proprio niente, anche se il robusto cordolo di pietra incisa faceva una certa impressione. Le formelle erano 25, i poggioli 16, 9 le persone affacciate (già allungavano i colli per vedermi meglio), 42 i panni stesi. No, puntava il tetto, ne ero convinta. Ma su quel tetto c’era solo una selva d’antenne che ho provato a contare. Dopo mezz’ora d’errori, imprecazioni e spostamenti ho confrontato il mio totale col suo: identici.

Il lastrico del porticato. Le lattine non superavano il centinaio, idem i disegni, le cicche, i pezzi di carta e di giornale. Restavano le piastrelle. 852. Cos’era, allora, quel numero? Ma sì: le giunte. M’è scappato un urlo che ha fatto voltare il vigile.

Poi sono andata alla forneria, benché l’emozione mi tagliasse le gambe. Ho finto di smanettare il cellulare per non passare da pazza, e mi son messa a calcolare le spighe: 1802. Una in meno. Però ho esultato lo stesso perché proprio in quel momento usciva il garzone del macellaio con un frollino in bocca e una spiga incastrata all’anello.

 

Sono malata, non c’è dubbio, gravemente malata. Ma senza la mia malattia non avrei visto nient’altro che un giornalaio nervoso e una bambina prodigio.

Spiare dà vita alla vita.




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