LUOGO COMUNE
MARIA JATOSTI
Vivere
negli anni ’70
“Tutto d’un fiato”


      
Stampa Alternativa ripubblica il libro della scrittrice romana, uscito per la prima volta trentacinque anni fa. Un romanzo sui generis, di forte impianto autobiografico, che rievoca il lungo e assai tormentato legame amoroso tra l’autrice e Luciano Bianciardi. È la storia della lenta autodistruzione dello scrittore toscano, ma anche dei brucianti e vitali conflitti politici susseguenti al ’68. In bilico tra memoria privata e ricordi pubblici, il volume testimonia anche l’irriducibilità di una donna e militante comunista che mai approvò il separatismo femminista, pur impegnata ad affermare la propria autonomia di vita e di affetti.
      



      

di Leandro Piantini

 

 

Il titolo Tutto d’un fiato (introduzione di Mario Lunetta, Stampa alternativa, Roma, 2012, pp. 159, € 15,00) rende bene il senso del libro – uscito la prima volta nel 1977 e ora opportunamente ripubblicato – che racconta con toni incandescenti una vicenda drammatica, dall’andamento incalzante, mossa dalla passione e dal dolore di una donna che aveva sentito il bisogno di render conto subito, a tamburo battente, di qualcosa che gli bruciava dentro e che non cessava di tormentarla.

La scrittrice Maria Jatosti fu la compagna di Luciano Bianciardi e questo libro, anche se il nome di Bianciardi non appare mai, è in larga parte ispirato proprio al loro rapporto, e tuttavia gli elementi di racconto che riguardano Bianciardi non sono numerosi. La narrazione attraversa la vita dell’autrice, prima di quel legame e anche dopo di esso.

Il racconto della Jatosti, benché autobiografico, ha un sicuro valore letterario, l’ambizione che essa ha avuto scrivendolo era di tipo narrativo, non documentario o diaristico. Non per nulla in copertina compare la parola “romanzo”. A distanza di 35 anni dalla prima edizione oggi ci appare come un  romanzo sui generis, in cui il risultato d’arte è forse più importante dell’apporto che esso può dare ad una ricostruzione fedele di come andarono le cose nel rapporto tra i due protagonisti. La struttura del libro del resto è limpida e lineare. Troviamo una donna che all’età di 45 anni racconta di sé, della sua giovinezza e dell’impegno politico nel Pci che ebbe fin da giovanissima, a Roma, e poi va avanti entrando nel vivo della sua relazione con lo scrittore, da cui nacque un figlio, Marcello, dopo di che quel legame andò in crisi; il compagno – che nel frattempo con La vita agra era diventato uno scrittore di successo – è diventato un’altra persona, ama gli eccessi e le cose tra loro non funzionano più; finché egli muore nel 1971, non ancora cinquantenne, dopo anni di depressione e di alcolismo.





Il racconto comunque dimostra con tutta evidenza che anche la protagonista era stata duramente provata da quel legame, e che esso dopo un inizio folgorante fu causa di molte amarezze, sia per lei che per lui. E ci racconta anche che la lotta per la sopravvivenza fu una dura battaglia che la donna ha combattuto con coraggio, e che fu per essa una grande risorsa affettiva e morale il figlio Marcello a cui doveva provvedere e che ha amato svisceratamente. Se Maria ebbe sempre il bisogno di lavorare, e lo fece nel mondo dell’editoria, traducendo decine di libri dall’inglese, facendo l’editor e pubblicando molti racconti e occupandosi anche di riviste scientifiche, quello che l’ha salvata dalla disperazione sono stati la presenza di Marcello e insieme, e forse soprattutto, la sua indomabile tempra di combattente impegnata nella lotta a favore dei lavoratori, prima nel Pci, poi nelle lotte della contestazione nate dopo il 1968, come dimostrano tanti episodi raccontati nel libro. Il quale è dunque una testimonianza di prim’ordine, valida anche sul piano storico, resa da una scrittrice dotata di indubbie qualità intellettuali, che nella sua vita ha portato avanti i suoi ideali su due fronti: quello privato dell’amore e della maternità, e quello pubblico dell’essersi sempre schierata dalla parte dell’emancipazione del proletariato. Ci fu indubbiamente spirito d’avventura nella sua decisione di andare a convivere con Bianciardi negli anni ’50 a Milano, buttandosi così allo sbaraglio, quando egli vi si trasferì per lavorare nella nuova casa editrice fondata da Giangiacomo Feltrinelli.  Ma era stato dettato dall’idealismo anche l’aver voluto un figlio senza essere sposata, poiché ci voleva molto coraggio allora per affrontare la vita senza la protezione delle istituzioni. Quel coraggio che Maria Jatosti ha sempre dimostrato di possedere e che è ben presente e documentato anche dal libro che essa ha pubblicato nel 2011, Per amore e per odio, che è una sorta di continuazione del libro ora ristampato, in cui vengono raccontate molte vicende successive agli anni Settanta e che arrivano fino ad oggi.

Pochi brani bastano per rendere tangibile l’efficacia narrativa che ha la scrittura della Jatosti. In uno si rievoca la frequentazione che lei e il suo compagno ebbero d’estate a Bocca di Magra con il gruppo di scrittori che ruotava intorno a Vittorio Sereni e a Giulio Einaudi: “Si stava insieme, a scherzare, a mangiare il gelato, a ballare, a fare le gite, ma io me ne stavo sempre in disparte, nell’angolo più buio e Giansiro mi chiamava la sauvageonne, stesa mezzo nuda al sole a non parlare con nessuno,  gli occhi chiusi,  una specie di sordo rancore nell’anima per non essere come loro, per sentirmi diversa” (pp. 37-38).

In questo invece Maria dichiara il suo amore per Milano, città di cui era un vezzo tra gli intellettuali parlare male. Essa amava quella libertà che la metropoli permetteva di godere e, pur essendosi battuta da sempre per l’emancipazione delle donne, non amava  il femminismo estremista:  “Io non getterò mai all’aria reggipetti, non odio gli uomini, non li considero nemici, non voglio l’aborto obbligatorio e il controllo delle nascite a tutti i costi, non voglio l’orgasmo clitorideo coatto. Sono una persona-donna e sono felice di avere un corpo di donna, una faccia di donna, sono felice di essere madre, sono felice di amare, di fare l’amore da donna. La libertà, la dignità che voglio non è una libertà ‘femminile’, ma una condizione umana. Io voglio che ci si possa guardare in faccia senza mai vergognarci, che ci si possa liberare per sempre dai sensi di colpa, dalla paura, dalla miseria, dall’umiliazione, tutti insieme. Uomini e donne. Voglio che non prevalga l’ottusità che è peggiore della violenza” (p. 40).





Luciano Bianciardi


Il libro offre tante narrazioni di grande bellezza, come il racconto del soggiorno che Maria fece in Irlanda, o i rapidi flash sugli scontri di piazza tra studenti e polizia che furono una costante in quegli anni di rivolta (e di odio, ma anche di grandi speranze) e che la penna della Jatosti registra con grande incisività. Ma la profonda umanità e l’acutezza dello sguardo permette alla scrittrice di testimoniare sempre il suo amore per le persone e di ribadire la sua fiducia in coloro che lottavano per mutare radicalmente la società, eliminando nei rapporti interpersonali le gerarchie e il principio d’autorità. In Tutto d’un fiato passato e presente s’intrecciano. E mentre nascono pagine indimenticabili sulla morte del padre, da sempre militante comunista, che le ha insegnato l’amore per i libri e la solidarietà con gli sfruttati, risulta assai vivo anche il quadro dell’Italia degli anni Settanta, con l’esplosione del femminismo e il dilagare delle lotte operaie.

 Ma su tutto è il ricordo indelebile della resa dell’uomo amato, di Luciano, al suo destino di autodistruzione che domina nelle pagine più drammatiche del libro, con rapide incursioni nella camera dove egli ha deciso di rinchiudersi e dove, tra colpi di tosse, bottiglie vuote e imprecazioni, si consuma quel che resta dello scrittore fantasioso e irriverente di un tempo. Sono scene a volte agghiaccianti e  rese con grande efficacia, dove la pietà per l’uomo che si sta annullando si mescola al risentimento e alla rabbia per un amore che è ormai svanito.

“Sveglia e tesa, vedo quel chiarore e lo penso lì solo, disperato, ossessionato dai fantasmi, il bicchiere di whisky sul comodino, gli occhi gialli nel vuoto. Passa mezz’ora, un’ora, poi il rito si ripete. Non lasciarmi solo” (p. 99).

“C’è una fissità di morte attorno a noi. Lui che guarda davanti a sé e non parla; che guarda la televisione e non parla; non parla con me, non parla con Marcello; non dice più nulla, è sempre più chiuso, più gonfio e irraggiungibile”  (p. 117).

“Marcello e io stiamo zitti, immobili, rigidi. Sento il tremolio nascermi allo stomaco. Sorveglio Marcello che guarda il piatto e non alza la testa. Lui è alla seconda cucchiaiata. Vomita, si alza, prende il fiasco, il bicchiere e va a dormire” (p. 126).

                                                            




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